Rebuild Canoa: il terremoto in Ecuador raccontato da chi aiuta davvero

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3 Maggio 2016

Navigare sulla bacheca di Facebook è una specie di tic automatico nella giungla sconnessa di colori, foto, inserzioni e gif. Fino a quando, un sabato mattina, un amico lontano di cui hai perso le tracce pubblica una foto in cui rassicura amici e famiglia di stare bene ed è lì, in piedi, con un sorriso d’amara ironia, tra le macerie di una camera da letto. Siamo a Canoa, un piccolo paesino di mille anime nel cuore dell’Ecuador. Nemmeno ricordavo che Francesco Fasanelli, 35 anni, fosse laggiù, appena sotto all’Equatore, con i piedi nell’Oceano Pacifico e tutta la passione messa in un ostello, tra gusto per l’avventura e spirito di intraprendenza.

Quella lingua di terra, proprio lungo la costa pacifica, ha tremato con una forza di magnitudo 7.8 attorno alle 20 del 16 aprile scorso. L’Ecuador è un paese che sorge esattamente tra due placche tettoniche in costante movimento. Dal 1900 a oggi ha vissuto diversi terremoti di magnitudo elevata: nel marzo 1987 morirono oltre mille persone.

Quello del 16 aprile ha fatto ad oggi 660 vittime e tremila feriti, ma in questi casi i numeri non sono mai definitivi. L’Italia ha aperto una piccola finestra di ordinaria cronaca su quanto successo, ma solo nei giorni della notizia. E allora, dopo quelle foto di nitido disastro, macerie e sguardi smarriti, per capire cosa sta accadendo ho deciso di tenermi in contatto con Francesco, che 8 mesi fa ha seguito il suo sogno di aprire e gestire un ostello sulla spiaggia dell’Ecuador. Anche per dare un senso ai social network.

“Non ricordo bene l’ora. Erano circa le 8 di sera. Ero nella mia abitazione con la mia ragazza e fuori c’era il mio impiegato Sergio, spagnolo, che era seduto ad un tavolo del ristorante”. Poi mi segnala la pagina Facebook “RebuildCanoa2016”, perchè lo sguardo a un paio di giorni dal terremoto vola già alla ricostruzione. Ma continua a raccontare. “Io non ho fatto in tempo ad uscire dell’edificio che per fortuna non è crollato. Quando le scosse sono finite abbiamo raggiunto gli altri fuori, la metà degli edifici era già crollata. C’erano morti sulla strada, un padre con un bimbo di 4 anni morto in braccio che chiedeva a Dio perchè fosse toccato proprio a suo figlio. Una bimba di 5 anni stava intrappolata con le gambe schiacciate sotto il peso di un tetto di cemento, con cinque uomini che cercavano inutilmente di sollevarlo. Ho provato ad aiutarli ma era tutto inutile. Hanno iniziato a rompere a martellate la lastra, ma nel frattempo mi sono dovuto allontanare per andare a vedere se un’amica era viva nel suo ostello. La bimba è sopravvissuta, però penso abbia perso le gambe”. Si scusa per il racconto frammentato nell’e-mail – mi ha scritto nelle ore di accesso a internet nella vicina Quito – ma non è in grado di dare un ordine di importanza e di gravità a ciò che sta vedendo. la notte l’ha trascorsa su una collina, a guardare Canoa tra le fiamme per un incendio scoppiato nell’isolato accanto al suo. A due settimane da quei primi concitati momenti la situazione a Canoa e in tutti i paesi costieri colpiti continua ad essere difficile: molti edifici sono stati demoliti, si sono salvati solo alcuni hotel moderni, ma per i residenti i danni sono incalcolabili e le case sono tutte pericolanti, mentre la terra continua a tremare. Molti vivono in tende, e la prima ondata di viveri ha aiutato la popolazione ma in modo disorganizzato. Facendo due chiacchiere con Francesco scopriamo che a differenza dei lavoratori dell’entroterra la popolazione della costa è pigra, prova a lavorare di rendita e anche adesso la loro indole non aiuta, anzi ostacola, l’aiuto di chi ha davvero bisogno. Qualcuno mobilita figli e parenti per fare la fila più volte e aggiudicarsi scorte oltre il necessario, altri portano confezioni di cibo e beni di prima necessità nell’entroterra, per rivenderle e guadagnare sulla pelle di chi ha bisogno. Una situazione complessa, da gestire circondandosi di persone oneste che trasformino donazioni in denaro in azioni concrete e mirate. E’ ciò che Francesco sta facendo, grazie ad un centro di aiuto che individua le famiglie e le supporta per tornare lentamente alla normalità, passando intere giornate da e per Canoa, trasportando viveri e tutto ciò che serve a uoini, donne, bambini, animali. Si cercano anche ingegneri e architetti per ricostruire le case.

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Quando siamo lontani, se la cronaca non ci racconta le cose o le dimentichiamo o pensiamo che non accadano. Parlare con chi le vive ci fa sentire più vicini alla verità, anche nel mare di inutili condivisioni fini a se stesse. Per Canoa e l’Ecuador si può fare qualcosa di molto utile anche da un altro continente: guardare il video di Rebuild Canoa 2016 e fare un piccolo ma importante gesto che – vi assicuriamo – andrà in mani sicure, oneste e votate a ricostruire, aiutare, ricominciare.

E’ aperta la raccolta fondi su GoFoundMe ma il modo più diretto, per evitare la perdita di commissioni, è fare una donazione direttamente a Francesco Fasanelli, Iban: IT 54 M 02008 11510 000011409592

C’è anche la pagina facebook dell’Ostello, in piedi per miracolo ma seriamente danneggiato.

 

TAG: aiuto, ecuador, Solidarietà, terremoto
CAT: America, economia civile

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