La scelta di Obama su Cuba. Chi fa l’affare?

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11 Aprile 2015

La fotografia che ritrae la stretta di mano tra Barack Obama e Raul Castro a margine del vertice delle Americhe, che si tiene in queste ore a Panama, sta facendo il giro del mondo, suscitando ovviamente un fitto nugolo di reazioni.

Inutile sottolineare la storicità dell’evento. Una storicità che assume un significato ancora più profondo, se si rapporta all’inedita partecipazione di Cuba a questo vertice: l’isola era stata difatti espulsa dall’Organization of American States nel 1962 (dietro fortissime pressioni statunitensi, dovute alla crisi dei missili), per esservi poi riammessa soltanto nel 2009 (e difficile pensare che anche dietro questo atto non si sia nascosta la manina dello Zio Sam).

Un evento storico dunque: ma non inaspettato. Anzi, in buona parte atteso: lo stesso Obama aveva lo scorso dicembre difatti annunciato un significativo cambio di rotta nelle relazioni diplomatiche con Cuba, auspicando un superamento degli steccati ideologici ereditati dalla Guerra Fredda e concludendo il proprio discorso asserendo in spagnolo “todos somos americanos”. Un’asserzione dal potente impatto politico-comunicativo che sembrò quasi riecheggiare il celebre slogan kennediano dell’ “ich bin ein Berliner”: un’analogia storica che se da una parte manifesta forse l’intenzione obamiana di legarsi al mito del Kennedy umanitario, sottace però dall’altra – al netto della retorica –  il fatto di come quello stesso Kennedy sia stato il presidente più radicalmente (e fanaticamente) anticomunista della storia statunitense. Dalle parti della Baia dei Porci del resto ne sanno qualcosa.

Come che sia, l’apertura di dicembre si era poi subito concretizzata con il rilascio di un prigioniero americano da parte di Cuba e con una pronta replica di Raul Castro, anch’egli disposto ad intavolare un dialogo con la Casa Bianca, finalizzato ad un miglioramento dei rapporti diplomatici. Segno chiaro di come tra i due esista un’intesa: un’intesa che sottende la palese intenzione da entrambe le parti di raggiungere un accordo effettivo e duraturo.

Il punto è allora comprendere quale sia l’obiettivo di Obama con questa apertura. Al di là difatti di un generico riferimento al principio della pace mondiale (in nome di cui nei mesi scorsi si sarebbe mosso lo stesso Pontefice come mediatore tra i due paesi), risulterebbe utile capire quali siano i margini di manovra americani nell’ambito di una trattativa con Cuba e quali le finalità concrete che possano eventualmente essere conseguite. Anche perché non è da escludere come, nell’immediato, l’intenzione della Casa Bianca sia proprio quella di creare un fronte latino-americano che isoli un Venezuela, collocato  su posizioni sempre più anti-statunitensi

Ora, l’obiettivo primario (e più concreto) che si pone alla portata di Obama è quello di cancellare il nome di Cuba dalla black list dei paesi legati al terrorismo: nome inserito nella lista (comprendente stati come Iran e Siria) da Ronald Reagan nel 1982. Parliamo di “obiettivo più concreto”, in quanto si tratterebbe di un atto che rientrerebbe totalmente nelle prerogative del potere presidenziale, laddove – al contrario – la strada per una proposta di abolizione dell’embargo  si rivelerebbe tutta in salita. Una simile richiesta dovrebbe difatti passare dal Congresso: quel Congresso a maggioranza repubblicana che vede ogni tentativo aperturista verso Cuba come fumo negli occhi e che assai difficilmente asseconderebbe il presidente in quello che verrebbe certamente bollato (a torto o a ragione) come l’ennesimo cedimento democrat verso un paese nemico.

Tanto che non pochi repubblicani hanno dissotterrato l’ascia di guerra. E l’approssimarsi delle primarie del 2016 non fa che rinfocolare un dibattito già decisamente rovente. L’opposizione ad un accordo con Cuba si inserisce difatti nella più generale critica che il GOP muove alla foreign policy obamiana, giudicata contraddittoria e soprattutto arrendevole verso stati storicamente avversi: tanto che molti già equiparano l’apertura nei confronti di Cuba all’accordo sul nucleare con l’Iran. Ovunque il demonio faccia capolino, Obama sembrerebbe insomma pronto ad intavolarci un accordo.

Più nello specifico poi, è utile notare come la questione cubana sia particolarmente avvertita in alcune parti degli USA (come la Florida) e non è allora forse un caso che l’anti-castrismo stia lentamente tornando ad essere un tema importante nel dibattito politico statunitense: un anti-castrismo che sta sempre  più trovando nel senatore repubblicano di origini cubane Marco Rubio il proprio campione di riferimento. Quel Marco Rubio ormai pronto a concorrere per ottenere la nomination repubblicana nel 2016 e che potrebbe aver scelto di scendere in campo proprio per fare dell’anti-castrismo militante una delle sue principali bandiere ideologiche, in nome di una politica estera più orgogliosa, forte, incisiva (e bellicosa): costui non ha mai d’altronde nascosto la sue posizioni favorevoli ad un aumento considerevole della spesa militare, in aspra polemica verso l’appeasement obamiano.

Al di là comunque di quella che potrà essere la più o meno fondata propaganda repubblicana sulla questione di Cuba, resta pur sempre l’interrogativo su come debba essere letta l’apertura promossa da Obama. Un’apertura che – a ben vedere – sembrerebbe ancora una volta manifestarsi come espressione di una politica estera complessivamente contraddittoria.

Come ha scritto Federico Rampini su “La Repubblica” il 10 aprile scorso, la politica estera obamiana ha subìto un mutamento profondo nel passaggio dalla prima alla seconda amministrazione. Da una parte abbiamo difatti l’Obama del 2008: l’Obama che ha incentrato il suo messaggio sulla questione dei diritti umani, dell’umanitarismo e dei principi. L’Obama fautore della Primavera Araba e della Guerra in Libia.

Dall’altra parte c’è però l’Obama del 2012: l’Obama che apre pragmaticamente ad Al Sisi in Egitto, che intavola un negoziato con l’Iran di Rohani e che stringe la mano a Raul Castro. L’Obama che, in altre parole, se la intende rispettivamente con: il capo di una giunta militare, il presidente di uno stato teocratico e il dittatore di una repubblica in cui i diritti umani non sono mai stati di casa. Un Obama che dunque sarebbe stato improvvisamente folgorato sulla via della “Dottrina Nixon”, nel nome di un’accorta Realpolitik.

Il problema è che ciononostante la Realpolitik di Obama sembra essere tutto, tranne che accorta. In quanto se una cesura nella sua foreign policy c’è stata (in un passaggio – pare –  dalla fanatica Samantha Power al pragmatico Henry Kissinger), resta tuttavia la contraddizione di fondo di un presidente che tenta ancora oggi di coniugare principi e realismo, morale e politica, ideale e realtà.

La sua evidente smania di passare alla Storia come artefice di distensione (dopo aver cavalcato per anni la tigre della palingenesi politica), sta condannando irreparabilmente la sua sempre più contraddittoria immagine. Un’immagine drammaticamente rimasta in mezzo al guado: debole e indecisa per i realisti; deludente per gli idealisti. L’immagine di un presidente che stringe la mano al dittatore cubano e che al contempo dichiara di avere “preoccupazioni per quanto riguarda i diritti umani”.  Un’immagine che proprio per questo è alla fin fine più assimilabile ad una figura come quella di Jimmy Carter che non a quella di Richard Nixon.

Bisognerà allora capire se l’apertura a Cuba voglia essere un atto di giustizia o un affare. Probabilmente un affare. Ma un affare per chi?

TAG:
CAT: America, Geopolitica

Un commento

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  1. sghignazzo 6 anni fa

    meglio fare la pace con cuba (obama) che giustiziare saddam hussein accusandolo di volere eccidi con le armi di distruzione di massa che non aveva,( bush figlio).
    meglio cercare valide alleanze in loco ( obama 2012 con egitto e iran ) che destabilizzare i dittatori locali a beneficio degli integralisti ( obama 2008 in siria e prima ancora in libia) ….intendo dire che obama fa quello che può come può. davvero pensiamo che sia possibile fare di meglio?

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