Zaha Hadid, la liberazione delle forme o la prigionia dell’icona?

1 Aprile 2016

Se c’è stata un’archistar questa è stata Zaha Hadid. A dimostrarlo la sua morte, improvvisa, quanto l’apparire e il fulmineo diffondersi della notizia sugli schermi dei nostri social. Questa forse è la notizia. Si, la notizia non l’evento, non il lutto: l’immediato diffondersi della disparizione di una celebrità, di una donna simile a Lady Gaga o Madonna, che fa reagire con un: “ci sono anch’io”, “anch’io qualcosa da dire”. La necessità di esprimersi rispetto alla morte, ma che al tempo stesso non fa dire nulla riguardo ai 50, forse 70, del barcone scomparso ieri notte.

Negli anni recenti la Hadid non ha goduto di buona stampa. Trasformata in icona del rifiuto dell’eccesso, delle bizze e dell’ingiustizia di un mondo di forme liquide che non sembrano più adatte a rispondere alla crisi, l’architetto iracheno ha subito anche lo smacco di veder cancellata la sua commessa più prestigiosa: lo stadio olimpico per le future Olimpiadi di Tokyo. Un’altra élite ha dimostrato l’assurdo costo della sua soluzione e la necessità di proporre un edificio più “tradizionale” e più appropriato alla nostra epoca.

Forse era giusto, o forse si è trattato solo della sostituzione di un gruppo d’interesse con un altro, di sicuro questo scippo dimostra la superficiale convulsione del dibattito nell’architettura contemporanea… “eternità per gli astri”, avrebbe detto Auguste Blanqui. Eppure, nel momento del lutto c’è qualcosa della Hadid che obbliga, anche i suoi avversari, a ricordarla positivamente. Dapprima con il disegno poi con gli arredi, infine con i suoi primi progetti costruiti, questa donna, nata a Bagdad alla metà del secolo scorso, ha raccontato un elemento imprescindibile dell’architettura: la possibilità di esprimere la liberazione delle forme. Quell’elemento che ha a che fare con la rottura del consueto e dell’edificare come connubio di serietà e tettonica, che vede nel mobile, nell’irregolare, nell confuso, l’espressione del tentativo di fare qualcosa di differente. Negare questa attitudine, reprimerla come insostenibile, poco pratica, irrazionale e non necessaria è stato uno dei caratteri dell’architettura del periodo precedente alla affermazione della Hadid. Lottare contro la rimozione di questo aspetto inconscio è stato uno dei punti forte del grande successo e del fascino di questa donna architetto.  Il secondo è l’esser stata femmina.

Nel 2004 Zaha Hadid è stata la prima donna a ricevere il premio Pritzker, anche se nel considerare questa assegnazione bisognerebbe cominciare a riconoscere gli ex-equo per Elisabeth Haggenmüller Böhm nel 1986, e Denise Scott Brown nel 1991, per l’attività in associazione con i loro partner maschili. Definito l’Oscar dell’architettura, questo riconoscimento è in realtà più simile a un Nobel per la pace, o a un’onorificenza, piuttosto che a una gratificazione professionale, anche perché è chi lo assegna è diventato sempre più attento a indicare delle tendenze politiche e a celebrare delle tipologie di carriera. E la Hadid di onorificenze ne ha ricevute molte altre tra cui, ad esempio, come Joan Collins, quella di Dama dell’Ordine dell’Impero Britannico.

La sua architettura è stata scioccamente giudicata “vaginale”. Se Silvio Berlusconi ne ha irriso le forme definendole inadeguate a Milano perché simili nella postura di un ubriaco, già all’inizio del nuovo millennio Beppe Grillo utilizzava nei suoi spettacoli l’immagine di un edificio della Hadid per deridere l’assurdità delle costruzioni contemporanee. Nel campo opposto, la sua immagine è valsa tanto per illustrare un nuovo orizzonte per l’arte contemporanea con l’incarico di costruire il MAXXI di Roma voluta dai governi e dalle amministrazioni capitoline della sinistra di fine anni Novanta, quanto per esprimere il possibile connubio tra natura e progresso da parte di Reinold Messner, nell’ultima sede dei musei per la montagna da lui promossi.

Purissima, levigatissima altissima, Zaha Hadid ha rappresentato di sicuro la prima grande donna di potere nell’architettura contemporanea. Rispetto a lei, anche l’italiana Gae Aulenti, che pur ebbe nell’immaginario architettonico della sua epoca dei progetti anche più cruciali (la gare d’Orsay a Parigi, tra tutti), non ha però mai assunto uno statuto “globale” così esteso e riconosciuto.

La ragione di quest’affermazione planetaria è dovuta forse anche alla biografia della Hadid. Figlia di una ricca famiglia di Bagdad, Zaha si è formata prima nel suo paese e ha poi  studiato matematica all’American University of Beirut, lanciando infine la sua carriera architettonica alla Architectural Association nella post-swinging London. È qui che, dopo aver conseguito il titolo inizia a lavorare con i suoi ex professori, Koolhaas e Zenghelis, presso l’Office for Metropolitan Architecture (OMA) e, all’inizio degli anni Ottanta, apre uno studio che ora è tra i primi cinquanta più grandi del mondo.

Cosmopolita, a contatto con le avanguardie trans-nazionali, immersa in un universo di commesse globali, Zaha Hadid, come tutti i personaggi che acquistano fama negli ultimi decenni, sembra però aver pagato cara la sua enorme fama e la possibilità di riscatto contenute nella sua storia. La sua figura appare quasi un omologo femminile di Obama. La trasformazione in astro di un’icona inefficace. Un’immagine di emancipazione che non è riuscita, o non ha voluto, sovvertire le strutture esistenti. Nel suo caso l‘intento di mettere a disposizione di chiunque la libertà della forme ha corrisposto all’acquisizione di quelle forme da parte di grandi compagnie immobiliari e di costruzione che di esse forse sono tutto tranne che l’espressione. La donna emancipata ha espresso autorità e valori identici a quelli precedenti.

Lasciamo agli storici studiare se questo fosse un peccato d’origine, insito nell’appartenenza a quelle élite che giocano a sostituirsi l’una all’altra nei destini del mondo, godendo del privilegio di spostare le proprie vite da un luogo all’altro per scelta e non per obbligo, o se la proposta di quelle liberà creative contenesse già queste conseguenze. Ma è sicuro che una risposta differente l’avremo solo quando qualcuno uscito dal contesto di quelle centinaia di milioni di donne “normali” che popolano un vasta quanto sfortunata parte della terra, emergeranno alla fama per la dimostrazione non contraddittoria del valore dei loro diritti. Forse, non dovremo attendere così tanto… Pare che, grazie alla telefonata a un ignaro pensionato che ha attivato i soccorsi, il barcone scomparso ieri notte sia stato tratto in salvo. Magari qualcuna di quelle donne è già tra di noi.

TAG: Zaha Hadid
CAT: Architettura e urbanistica

2 Commenti

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  1. francesco-samassa 4 anni fa

    Interessante riflessione generale. Il confronto con Gae Aulenti mi pare effettivamente opportuno: non sono però daccordo che la sua figura non avrebbe “però mai assunto uno statuto “globale” così esteso e riconosciuto”. Il fatto è che Gae non ha vissuto nell’età (e nella ‘cultura mediatica’) delle archistar (un’età che è insorta un po’ DOPO che lei aveva fatto le sue cose più prestigiose e famose) mentre, a livello di ‘architetto globale’, non credo che ci siano differenze (e anzi direi che Gae in questo senso mantiene un primato piuttosto assoluto). Se si scorrono i suoi progetti, ci si accorge facilmente che le cose più importanti e prestigiose le ha fatte all’estero e dalle carte del suo archivio emerge chiaramente che era chiamata continuamente in tutto il mondo per giurie, premi, riconoscimenti, lezioni, conferenze; per non dire del riscontro sulla stampa internazionale specializzata e non di molti dei suoi progetti.

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    1. zancan 4 anni fa

      Sono d’accordissimo con la posizione di francesco-samassa riguardo a Gae Aulenti. Per ragioni di spazio non ho descritto quegli aspetti che egli sottolinea. Dobbiamo studiarla questa signora architetto che ha avuto ruoli e incarichi altrettanto cosmopoliti di quelli di Zaha Hadid. Giusto per citare un episodio: l’Aulenti fu invitata all’International Congress of Woman Architects a Ramsar in Ir
      an quando Zaha era ancora una studentessa.

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