In difesa del Brutto a Venezia

10 Agosto 2015

«Che sia il caldo?». Non lo credevo possibile, ma è capitato che io e il Sindaco Luigi Brugnaro formulassimo un pensiero quasi identico: «è la bellezza di Venezia: stiamo ballando sul Titanic e riusciamo ad avere un tale livello di discussione. È una polemica che mi affascina moltissimo, perché vuol dire che siamo ancora una città viva». Per una volta, il primo cittadino sembra anzi distinguersi per arguzia e moderazione, facendomi passare per benaltrista rancoroso. Perché di fronte alle polemiche sull’ampliamento dell’Hotel Santa Chiara la mia reazione è stata di grande fastidio, molto più grande di qualunque fastidio mi possa provocare il bianco scatolone sorto a piazzale Roma. Qualche anno fa un’indignazione simile era stata provocata dai nuovi pontili dei vaporetti al Lido e a S.Marco, visti come simbolo del continuo «stupro estetico di Venezia nella postmodernità». Argomenti da pausa caffè per impiegati comunali laureati in filosofia o per mandarini dell’industria culturale cresciuti in un piano nobile vista Canal Grande – ricordo la stupefatta scoperta di piazzale Roma e del suo caos da parte di Cesare De Michelis, che in un incontro pubblico lamentava dei disagi patiti per raggiungere la sede di Marsilio lì trasferita.

No, nessun brutto edificio mi offenderà quanto mi offendono le alzate di ciglio delle élite intellettuali, inerti di fronte alle peggiori speculazioni ma ipersensibili a qualunque oggetto possa offendere il loro sguardo raffinato. Per élite intellettuale, detto per inciso, non intendo soltanto gli editori, ma ormai chiunque lavori nel terziario e abbia una casa di proprietà in centro storico. Non soltanto, quindi, gli architetti, ma tutti i depositari del Bello e del Vero per ius sanguinis, in quanto nativi veneziani, hanno già formulato il giudizio sul “cubo”, e a loro si è aggiunto presto il resto d’Italia, da destra a sinistra, da Sgarbi al Professore Settis, passando per lo spiaggiato lettore di Repubblica, gridando allo scandalo, invocando denunce, arresti, demolizioni, ignominia perpetua. Giusto per non lasciare nulla d’intentato, è intervenuto anche l’ineffabile Ministro Franceschini, il quale ha richiesto “un dossier” sul caso. Ora mancano soltanto i fioi del centro sociale Morion che, non appena tornati dalle ferie, troveranno ampie superfici su cui trascrivere gli slogan del ’77.

Non vorrei apparire esageratamente snob: anch’io penso che la nuova ala del S. Chiara non sia un capolavoro e che gli architetti Varratta, Gatto e Lugato non abbiano dato il meglio del loro talento. Il “cubo” scontenta un po’ tutti, sia la maggioranza per cui l’architettura contemporanea presa nel suo complesso è una galleria degli orrori – costoro avrebbero forse preferito una bruttura finto vecchio – sia chi invece ama le forme della contemporaneità. Il nuovo S. Chiara non è certamente “bello” nel senso cartolinesco della venezia antica, ma a questa non contrappone nemmeno un segno forte. Dà l’idea di un rendering grezzo, anche visto da vicino. Beninteso, se su quel volume avessero fatto lavorare il povero Frank Gehry, i latrati dei guardiani della Grande Bellezza sarebbero stati anche più forti. Avremmo avuto un’enorme lattina schiacciata al posto di uno scatolo di pietra bianca, ecco tutto. Credo comunque che l’intenzione dei progettisti fosse proprio quella di realizzare un edificio il più possibile anonimo, come richiesto dalla Soprintendenza.

Non che il contesto – forse è bene precisarlo a chi, raggiungendo Venezia in treno o dal Tronchetto, non lo conosca bene – presenti particolari criticità. Piazzale Roma è in sostanza un brutto e caotico capolinea degli autobus, nato negli anni ’30 attorno a una grande autorimessa (il garage comunale progettato da Eugenio Miozzi nel ’31), segnato da una lunga serie di risistemazioni, nell’ultima delle quali ha fatto la sua comparsa una bizzarra pensilina del tram in forma di enorme bara metallica, che per ora non ha suscitato proteste di sorta. Ricapitolando, quindi:  due grandi parcheggi multipiano, la biglietteria di ACTV, la nuova cittadella della giustizia, la rotaia sopraelevata dell'(inutile) people mover e, naturalmente, il contestato (e magnifico) ponte di Calatrava, accanto al quale sorge l’hotel. Appena di fronte, nell’ultimo tratto di Canal Grande, l’edificio del palazzo compartimentale delle ferrovie, propaggine della (bellissima) stazione progettata in stile razionalista da Mazzoni e Vallot.

«Venezia è costipata di passato, e il suo passato è sciaguratamente stupendo. Perciò, appena si presenta l’occasione, ci pensano gli architetti a dare ristoro alle pupille veneziane. […] Stai per schiattare, la grazia ti sta dando il suo colpo di grazia, quand’ecco che ci pensa la prima facciata dell’hotel Danieli a soccorrerti all’ultimo minuto, ti riprendi mettendo in salvo lo sguardo in quel confortevole bunker d’orrido. Come sopravvivere a S.Moisè, se non ci fosse accanto l’hotel Bauer Grünwald? Grazie di cuore, architetti contemporanei, grazie di pupilla per la sede centrale della Cassa di Risparmio in campo Manin, per l’INPS e l’ASL e l’ENEL in Rio novo, per l’INAIL in calle Nova di S.Simon». (Tiziano Scarpa, Venezia è un pesce, Milano, 2000, pp. 73-74)

Come ricorda Scarpa, il Novecento ha in realtà lasciato segni profondi nel cuore stesso della città storica, e quello del S.Chiara è soltanto l’ultimo episodio in ordine di tempo di una lunga storia di ampliamenti albeghieri e relative polemiche, dal Bauer-Grünwald al celeberrimo Hotel Danieli, il cui nuovo edificio, sorto nel 1948 non sull’asfalto di un parcheggio, ma a pochi metri da S.Marco, inguardabile da ogni punto di vista, è tuttavia divenuto parte integrante della scenografica palazzata di Riva degli Schiavoni. Ciò che Scarpa non coglie – oltre alla bellezza di alcuni degli edifici da lui citati – è proprio il potere del tempo di integrare anche ciò che non sembra integrabile per manifesta (o supposta) bruttezza.

Lasciamo che le piogge e la salsedine e i gas di scarico di piazzale Roma lascino i loro segni sul marmo del rivestimento del “cubo” e tra un paio d’anni ce ne saremo dimenticati, o forse arriveremo persino ad apprezzarlo come abbiamo amato la grande insegna luminosa della Campari al Lido, che oggi sarebbe oggetto di dure reprimende del Professore Settis sulla distruzione neoliberista del paesaggio italiano, ma la cui demolizione ha fatto versare a tanti di noi una mezza lacrimuccia. Non è semplice capire come nasca l’armonia di un paesaggio urbano. Senza dubbio l’armonia dei manuali di architettura e delle soprintendenze è qualcosa di diverso da quella di noi non specialisti. Si tranquillizzino, comunque , i disinteressati amanti di Venezia: nessun singolo brutto progetto può minacciare davvero dieci secoli di stratificazione architettonica, tutelata come in pochi altri casi al mondo.

Il corpo di Venezia, antica bellezza meno sfatta di quanto ci si aspetterebbe, gode tutto sommato di buona salute. Semmai è lo spirito della città, trasformata definitivamente in albergo diffuso, a rischiare di scomparire assieme ai suoi abitanti, espulsi dalla Grande Bellezza verso luoghi in cui volumi di marmo del S.Chiara non suscitano alcuna indignazione, né indagini del ministero.

 

TAG: #architettura, bellezza, hotel s. chiara, piazzale roma, salvatore settis, tiziano scarpa, venezia, vittorio sgarbi
CAT: Architettura e urbanistica, Beni culturali

11 Commenti

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  1. Sono un nativo veneziano, proprietario di casa (meglio, non io, la mia famiglia) e per di più dalle finestre di casa mia vedo sia il ponte di Calatrava (bellissimo), sia il cubo bianco con ritratto del proprietario inciso nella pietra (orrido). Quindi per definizione non sono d’accordo quasi su nulla (se non che il tempo lenisce ogni dolore). C’è un dato oggettivo però: il cubo da un lato di affaccia sì su Piazzale Roma, ovvero un conglomerato di bruttezza, sull’altro lato però dà sul Canal Grande. E se poco importa come si presentino gli edifici su Piazzale Roma, dovremmo avere molta più attenzione sugli edifici che si affacciano sul Canal Grande. Il fatto che il Novecento abbia lasciato solo testimonianze discutibili a Venezia non giustifica che lo stesso accada anche per il XXI secolo.

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  2. michele.fusco 5 anni fa

    Federico, anche a essere felicemente snob, anche a non volersi allineare a salottieri, benpensanti e altro materiale umano a tua scelta, quel cubo fa letteralmente cagare. Ed è saggio ricordare, come fa Marzo Magno, che una parte dà sul Canal Grande, per cui piegarsi al bello (intelligente) non sarebbe stata un’operazione così sciocca. Quanto ad avere avuto, anche solo per un attimo, lo stesso pensiero di Brugnato sindaco, non ne menerei vanto. Ha appena negato la mostra di Berengo Gardin sui mostri a Venezia, le grandi navi che fanno tanto discutere, perché ha paura dell’impatto che può avere sulla cittadinanza. Direi un perfetto cretino. Un caro saluto, mf.

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    1. federico.gnech 5 anni fa

      Rispondo qui anche ad Alessandro Marzo Magno: contesto che il Novecento abbia lasciato a Venezia soltanto testimonianze discutibili. Tutt’altro, se volete inizio a fare un elenco dei piccoli capolavori.
      E piazzale Roma è brutto in quanto parcheggio e infernale snodo del traffico, non tanto o non solo per i suoi edifici, imho. A me il garage comunale di Miozzi piace, per essere chiari.
      Si sarebbe potuto avere qualcosa di meglio? Certo. La Soprintendenza e l’allora Sindaco Cacciari avrebbero saputo scegliere meglio? Non lo so.
      È possibile evitare le polemiche, anche con progetti «di qualità»? Certamente no.
      Ciò detto, non mi vanto di pensarla per una volta come un mio avversario politico, però mi è successo e negarlo sarebbe poco onesto. Sono d’accordo: che il dibattito, in una città senza dibattito, si accenda soltanto per simili c a z z a t e è segno di «vitalità».

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      1. L’estetica del Canal Grande non è «una cazzata». Sorry

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  3. Sono d’accordo che il Novecento abbia lasciato piccoli capolavori: la Querini Stampalia di Carlo Scarpa, per dirne una. Ha però lasciato anche grandi brutture, negli edifici costruiti ex novo. L’unica eccezione che mi viene in mente è casa Gardella alle Zattere. Se il nuovo Santa Chiara fosse una “lattina schiacciata” di Frank Gehry avremmo avuto certamente altrettante polemiche (credo che una buona parte dei contestatori preferirebbe un falso storico, io no), ma avremmo anche un’opera di Gehry. Il Canal Grande – sottolineo: il Canal Grande – è stato privato del palazzetto progettato da Frank Lloyd Wright e invece ha avuto il cubo bianco. Amen.

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  4. akkal 5 anni fa

    Mah, se il punto è stabilire chi sia più snob, direi che anche certi atteggiamenti e, soprattutto, certi toni un po’ troppo assertivi e seccamente contro-snob possano finire per esserlo altrettanto. Ma per fortuna non può essere questo il punto. Dunque, lasciamo stare quei toni a chi sostiene che con la cultura non si mangia – autorevoli ministri del recente passato, tra gli altri – e proviamo a ragionare sulla città. E magari lo si può fare evitando di parlare del Novecento come se a Venezia il Novecento fosse passato come altrove, e considerando invece che la modernità veneziana inizia alla metà dell’Ottocento circa, quando si decide di agganciare la città alla terraferma col ponte della ferrovia e poi spostando il porto dal Bacino di San Marco al luogo nel quale è adesso. Ciò comportò, come è noto, un paio di conseguenze non da poco, prima tra tutte il fatto che – essendo scivolato anche il porto su quel lato della città, il quale da sempre era stato in Bacino San Marco – la città venne completamente rivoltata, stravolta, senza rispetto per la sua anima: Venezia era da sempre città di mare e d’Oriente, dopo di allora fu città di terra e d’Occidente. Quella zona della città fu quella che ne risentì di più. E, senza dover arrivare per forza agli eccessi di piazzale Roma, basta farsi un giro nella zona di Santa Marta per capire come l’impatto con la struttura della città fu fatale e non un normale processo di modernizzazione. Insomma, al di là di qualche eccezione, la modernità ha avuto un impatto nel complesso – nel complesso, sia chiaro, e al di là delle eccezioni ricordate un po’ da tutti – molto negativo sulla città che si è rapidamente trasformata in una sorta di zombi, tanto che già di ciò si trovano testimonianze a fine Ottocento. E non è che se piazzale Roma vale quanto un qualsiasi piazzale-parcheggio di qualsiasi altra città italiana, ciò significa che si debba proseguire in quella direzione. Poi, certo: si può anche immaginare di poter trattare Venezia come fosse una città qualsiasi, ma allora tanto varrebbe riesumare anche la sublagunare. O forse quella è troppo snob?

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    1. federico.gnech 5 anni fa

      Caro Alessandro, mi fa piacere che tu conosca la storia di Venezia nell’età contemporanea.
      Io, però, quando parlavo di Novecento, mi riferivo ai segni architettonici, non alle più ampie questioni dell’ingresso di Venezia nella Modernità.
      Se poi il tuo commento voleva essere una sorta di “reductio ad Brunettam” del sottoscritto, beh, consideralo respinto.

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      1. akkal 5 anni fa

        Figurati, nessuna reductio: volevo soltanto dire che certi toni a volte fanno ombra agli argomenti e finiscono inevitabilmente per produrre effetti indesiderati. Quanto al Novecento e alla modernità, direi che è piuttosto riduttivo limitarsi a considerare certi “segni architettonici” senza considerare anche le ragioni per le quali certi spazi vennero aperti o modificati, considerate la particolare natura della città e la sua storia e il fatto, del tutto peculiare, per cui moltissimi degli interventi che la modernità ha prodotto sulla città sono stati interventi contro Venezia e contro la sua storia, cosa che non è avvenuta in altre città.

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  5. Gnech, ma perché odi i veneziani?

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    1. federico.gnech 5 anni fa

      Ah, Marzo Magno, Marzo Magno…Lei mi delude.

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  6. eugenio-cipollone 5 anni fa

    Da architetto (vivo e opero a Roma e mi ritengo sensibile ai temi dell’integrazione del contenporaneo nei contesti storici) trovo l’articolo di Gnech molto equilibrato e mai banale. Abbiamo perso la capacità di capire quanto il tempo contribuisca ad integrare (molto di) quanto ritenuto sul momento non integrabile, così come abbiamo perso la capacità di far crescere le nostre città con coraggio, ormai abbassiamo la testa nel nome di una tutela che al massimo riesce a “mitigare” ovvero a mortificare il nuovo (e sono sicuro che il caso del S.Chiara sia anch’esso il risultato di un simile compromesso imposto dalla Soprintendenza). Al di la di qualsiasi progetto di qualità o meno, le polemiche che investono il tema del nuovo sull’antico ci sono sempre state: basta rileggere il carteggio tra Scarpa e la Soprintendenza a proposito del ponte della Querini Stampalia e gli articoli di giornale del periodo…
    Preoccupiamoci del fatto che nessun veneziano possa più prendere un caffé seduto in Piazza S. Marco, così come nessun romano possa più farlo a Piazza Navona…

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