Canova a Milano

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16 dicembre 2019

È per molti versi un appuntamento mancato, quello di Canova con Milano, e può ricordare la vicenda del cavallo di Leonardo, lungamente inseguito da committente ed artista, e sistematicamente ostacolato da circostanze che in parte riguardano la trasformazione del contesto storico e in parte le vicende personali che determinano il successo o il fallimento di intenzioni e progetti.

Nel 1801 Canova rifiutò l’invito che gli veniva dalla Repubblica Cisalpina. Il presidente del governo provvisorio Giovanni Battista Sommariva intendeva avere una versione in marmo del gruppo effimero raffigurante Bonaparte incoronato dalla Vittoria, realizzato dall’orafo bolognese Luigi Manfredini, su indicazioni del “regista” delle celebrazioni, l’architetto livornese Paolo Bargigli. L’opera doveva essere inserita nella piazza circolare del Foro Bonaparte, il complesso urbanistico monumentale che era stato progettato sull’area del Castello Sforzesco e che, a fronte della sua persistenza nella toponomastica milanese, non è mai stato completato.

Veduta del progetto di Giovanni Antonio Antolini per il Foro Bonaparte, fronte campagna, 1801.

Veduta del progetto di Giovanni Antonio Antolini per il Foro Bonaparte, fronte campagna, 1801.

Ma lo scultore non intendeva celebrare così platealmente l’uomo che aveva assoggettato l’Italia, e allora Bargigli, con una lettera del 30 giugno 1801, propose di acquistare un marmo già esistente, quello del Perseo trionfante. Per avere l’opera si mossero le migliori forze della città: a una prima offerta del tribuno francese Onorato Duveyriez seguì quella ufficiale del comitato di governo della Repubblica Cisalpina, coadiuvata dall’intermediazione di Giuseppe Bossi, pittore allievo di Appiani, corrispondente e amico di Canova. Il quale in una lettera del 26 settembre 1801 scrive a Zustinian Recanati di aver siglato “l’affare con il signor G. Bossi pittore, segretario dell’Accademia di Belle Arti di Milano. Questo sborserà la metà della somma, l’altra metà altri amici suoi, tra’ quali credo qualche altro artista”. Sarà però il Papa a impedire all’opera di lasciare l’opera. Il governo pontificio collocherà infatti il Perseo sul piedistallo dell’Apollo del Belvedere, requisito da Napoleone, a parziale risarcimento dei marmi vaticani trasferiti a Parigi.

Antonio Canova, “Perseo Trionfante”, Roma, Musei Vaticani, Museo Pio-Clementino, 1802.

L’anno seguente Canova, tornando dalla capitale francese, dove aveva ritratto il Bonaparte come primo console, si fermò a Milano, dove concordò con Francesco Melzi d’Eril la realizzazione di una statua colossale di Napoleone come Marte pacificatore. Un nudo dalle dimensioni titaniche, che tiene in mano un globo, su cui si regge la figura della Vittoria. Anche in questo caso l’opera doveva essere destinata al Foro Bonaparte, ma di fatto già nel 1804 il mutato clima politico dovette suggerire ai Milanesi un diverso orientamento, e la statua, completata da Canova nel 1810, venne imbarcata per Parigi, dove arrivò nel 1811. A Napoleone non piacque. L’imperatore stesso confessò allo scultore che avrebbe preferito essere ritratto vestito: l’opera nel 1815 divenne infine un trofeo di guerra di Lord Wellington, e oggi si trova, invero in collocazione non particolarmente felice (è posta in una sorta di sottoscala) nella dimora di Apsley House appartenuta al vincitore di Waterloo, dove ancora vivono i suoi discendenti. Ma la versione in bronzo del Napoleone come Marte pacificatore, fusa a Roma nel 1811 da Francesco e Luigi Righetti utilizzando i cannoni vaticani di Castel Sant’Angelo, finì comunque per avere il suo posto d’onore in città: prima nel cortile del Palazzo del Senato, e poi, dal 1959, con l’avvento di Napoleone III, in quello di Brera, dov’è anche il gesso, issato nelle Sale Napoleoniche della Pinacoteca, come documenta un’incisione del 1812 di Michele Bisi.

Sono questi gli anni in cui si va formando l’ossatura della collezione braidense. Proprio il Bossi riuscì ad acquistare per 45mila lire lo Sposalizio della Vergine di Raffaello, che gli abitanti di Città di Castello avevano regalato, impauriti, al generale Lechi, nel tentativo di ingraziarselo, e che questi aveva svenduto malamente, per fare quattrini, al Sannazari. Questi lo aveva lasciato in eredità all’Ospedale Maggiore, con cui l’amico del Canova concordò la clamorosa acquisizione, a cui si aggiunse, poco dopo, quella della Madonna del Giambellino, per 5mila lire. Dal Marmo del Napoleone lo stesso Canova aveva tratto cinque calchi in gesso, spedendoli in varie Accademie italiane. Quello che servì per il bronzo di Brera venne acquistato da Eugenio di Beauharnais, vicerè del Regno d’Italia, a Padova. Dopo il 1814 fu nascosto nei sotterranei della Pinacoteca di Brera per due secoli, per poi essere ricollocato dieci anni fa al centro della Sala XIV, in occasione del 200 anni del Museo.

 Antonio Canova, Napoleone come Marte pacificatore, Milano, Pinacoteca di Brera, calco in gesso, 1811.

Antonio Canova, Napoleone come Marte pacificatore, Milano, Pinacoteca di Brera, calco in gesso, 1811.

Di mano del Canova restano  anche una serie di busti in marmo di Napoleone, tra cui quella destinata a Palazzo Reale che è esposta attualmente nella mostra Canova Thorvaldsen-La nascita della scultura moderna alle Gallerie d’Italia, o quella in marmo ordinata da Gaetano Cattaneo, amico del Bossi, e fondatore del Gabinetto di Monete e Medaglie milanesi, originariamente collocato nel Palazzo di Brera, dove comunque esisteva anche una raccolta completa dei gessi delle maggiori opere del maestro, utilizzati, accanto ai calchi dei più celebri marmi antichi e rinascimentali, come materiale didattico per gli allievi.

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