Nello showroom romano di Canova

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9 dicembre 2019

Come dobbiamo immaginare l’atelier di Canova? I grandi blocchi di marmo di Carrara, estratti nelle cave vertiginose delle Alpi Apuane, montati su carri trainati da bufale lungo le rive del Tevere, arrivavano sino alla studio dell’artista di Possagno. Qui venivano collocati entro uno spazio organizzato in maniera modernissima, molto lontano dall’immagine che possiamo immaginare della bottega di un artista dell’antichità. In realtà si trattava di un vero e proprio showroom, visitato puntualmente dai viaggiatori che compivano il Grand Tour, arrivando nella sua meta principale, la Città Eterna. A Roma il luogo dove l’antico si incarnava nell’arte nuova, nel neoclassico, era questo luogo, in cui i modelli in gesso erano una presenza fissa, a illustrare i capolavori che portavano la griffe dell’atelier, e accanto a loro venivano prima sbozzate e poi rifinite le sculture in marmo, con l’intervento del maestro che concludeva i lavori e avveniva in una stanza a cui nessun altro aveva accesso.

Dello studio di Canova ci resta un grande disegno a penna in inchiostro grigio e bruno acquarellato conservato ai Musei Civici di Udine e realizzato da Francesco Chiarottini nel 1786, nel momento in cui era in preparazione il Monumento funerario di Papa Clemente XIV che doveva essere collocato nella Basilica dei Santi Apostoli, la prima grande commissione pubblica, che di fatto rivoluzionò il modo di concepire la scultura. Nell’acquerello (vedi immagine di copertina), che è esposto alla mostra Canova e Thorvaldsen-La nascita della scultura moderna (fino al 15 marzo alle Gallerie d’Italia di Milano), si riconoscono  il modello in gesso e la versione in marmo delle singole figure del monumento, a cui stanno lavorando gli aiutanti del maestro. Dai telai pendono i fili a piombo, che servono a valutare con correttezza le proporzioni delle scultore. Si vede un allievo che regge i capi della corda con cui ruota lo strumento chiamato asta da petto, o violino, che serve nella fase di sbozzatura per allargare i fori aperti nel blocco di marmo, secondo quanto si legge anche nelle tavole dell’Istruzione elementare per gli studiosi di scultura, il trattato del 1802 del maestro di scultura fiorentino Francesco Carradori. Accanto alla statua della Mansuetudine compaiono i compassi che venivano usati per misurare la distanza dei punti di riferimento metallici applicati ai modelli in gesso, per poi riportarli sul marmo sbozzato. Su uno sgabello c’è la mano del pontefice, evidentemente assegnata in lavorazione a un aiutante specializzari nell’esecuzione quel particolare dettaglio della scultura.

Più tardo è un dipinto di Letterio Subba, pittore siciliano che nel 1819, ricordando l’atmosfera dello studio di Canova e trasfigurandola in uno stile già romantico, ritrae i visitatori che osservano il maestro mentre scolpisce il gruppo del Teseo in lotta con il centauro, e nel contempo ammirano le Grazie, la Polimnia, la Religione Cattolica, l’Ebe, la Venere Italica e quella di Leeds. L’artista messinese aveva dipinto anche un pendant di quest’opera, raffigurando Lo studio di Bertel Thorvaldsen mentre modella le tre grazie. Questo secondo olio su tela è andato perduto, ma la sua memoria ci consente di dire che già nel 1819 il confronto tra le due officine dei grandi maestri della scultura neoclassica era diventato un soggetto iconografico per molti artisti.

In occasione della visita di Leone XII allo studio di Thorvaldsen, posto a Palazzo Barberini, il pittore Hans Ditlev Christian Martens realizzò a sua volta un dipinto, ora in deposito al Thorvaldsens Museum di Copenaghen, e appartenente alle collezioni dello Statens Museum for Kunst della capitale danese. Nella tela Papa Leone XII visita il grande atelier di Thorvaldsen nel giorno di San Luca il 18 ottobre 1826 Martens, specializzato nella descrizione di interni monumentali, quasi fosse un fotografo di interior design ante-litteram, compone entro la prospettiva del grande spazio centrale i gruppi scultorei con gusto scenografico più che con intento realistico. Nello spazio, che somiglia a quello di una basilica, le sculture sono suddivise per tipologie e generi: statue a tutto tondo, busti e bassorilievi. Si riconosce il monumento equestre dell’eroe nazionale polacco Jozef Poniatowski, collocato a destra.

Ditlev Martens, Leone XII visita il grande atelier di Thorvaldsen nel giorno di San Luca il 18 ottobre 1826, 1830, olio su tela, 100x138 cm, Copenaghen, Statens Museum for Kunst.

Ditlev Martens, Leone XII visita il grande atelier di Thorvaldsen nel giorno di San Luca il 18 ottobre 1826, Copenaghen, Statens Museum for Kunst, 1830, olio su tela, 100×138 cm.

Lo studio di Thorvaldsen a Copenaghen, ritratto nel 1836 dal giovane Johan Vilhelm Gertner, è infine testimonianza della precoce musealizzazione del lavoro dei due maestri. Le opere sono esposte non più con la logica dell’atelier, ma con la sensibilità di una moderna galleria d’arte. Il dipinto mostra quella che era la sala di lettura del Botanisk Have di Charlottenborg, sede dell’Accademia Reale Danese di Belle Arti. Qui il professore di xcultura poteva disporre di un appartamento e di uno studio, ma con l’arrivo di Thorvaldsen lo spazio assunse da subito il carattere di una raccolta museale aperta al pubblico.

Johan Vilhelm Gertner, Lo studio di Thorvaldsen a Charlottenborg, Copenaghen, Statens Museum for Kunst, 1836, olio su tela, 64x79 cm.

Johan Vilhelm Gertner, Lo studio di Thorvaldsen a Charlottenborg, Copenaghen, Statens Museum for Kunst, 1836, olio su tela, 64×79 cm.

 

TAG: Antonio Canova, arte, Bertel Thorvaldsen, Cultura, Gallerie d’Italia
CAT: Arte

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