Siponto, un capolavoro collettivo e un viaggio per l’estate

9 luglio 2016

carlalberto amadori

(Carlo Alberto Amadori)

Parafrasando la voce “restauro architettonico” del Dizionario dell’Arte potremmo dire che: la ricostruzione costituisce un’attività nella quale la civiltà odierna attua pienamente se stessa e che risulta più rappresentativa della stessa architettura contemporanea, poiché dimostra una cosciente continuità con il passato e una consapevolezza del momento storico che l’edilizia contemporanea non possiede.

Osservare il restauro delle Basiliche di Siponto, presso Manfredonia a qualche mese dall’apertura, corrisponde allora non solo a capire in cosa consista un intervento che, al costo di mercato di una villetta – 900.000 euro è la spesa per l’istallazione archeo-artistica che qui si analizzerà in dettaglio – sta ottenendo un successo di pubblico così ampio da trasformare questo sito archeologico in uno dei più visitati d’Italia (con un numero di visitatori simile a Ercolano, o all’insieme dei siti statali di Bologna, ma anche come le mutazioni nella percezione da parte del grande pubblico stiano trasformando il modo di intervenire sul patrimonio.

Per valutare adeguatamente la portata della vicenda il primo atto è quello di inserire questo episodio sullo sfondo dello scenario internazionale. Proprio mentre l’opinione pubblica s’interessava come non mai alla ricostruzione di Palmira, nei giorni della riapertura di Siponto un articolo del The Guardian commentava la polemica intorno al castello di Matrera, presso Cadice, in Spagna. Qui, un progetto di restauro indirizzato a puntellare le rovine danneggiate dalle piogge, ha provocato una pesante condanna da parte di Hispania Nostra e un’interrogazione parlamentare di Izquierda Unida, tanto da essere paragonato al tentativo, orribilmente fallito, dell’ottantenne Cecilia Giménez di riparare il danno che il tempo aveva fatto all’affresco dell’Ecce Homo di Elías García Martínez nel Santuario de la Misericordia a Borja.

Basta una foto per riassumere le ragioni per le quali l’intervento abbia provocato scandalo e quanto esso appaia professionalmente e legalmente ineccepibile [http://www.lavanguardia.com/local/sevilla/20160310/40334916613/castillo-matrera-nuevo-ecce-homo.html]. I lacerti sopravvissuti della fortezza sono stati consolidati inglobandoli in nuovi setti murari che evidenziano le aggiunte, evitando le ricostruzioni imitative ed evocando la consistenza e la tonalità originaria della torre. Tuttavia, i puristi del patrimonio hanno denunciato quello che percepiscono ancora una volta come un tipo d’intervento ottuso e irrispettoso. Appare però cruciale che The Guardian abbia ripreso la vicenda, non tanto per rilevare la presenza di una polemica, ma con l’intento di chiedersi se, come per altri celebri pastiche, i detrattori potranno con il tempo imparare ad amare il “nuovo volto di Frankenstein della fortezza di Matrera”. Secondo il giornale britannico l’approccio di questo intervento seguirebbe una “moda recente”, nella quale il ripristino delle rovine avviene per mezzo di aggiunte “vuote”, dove il volume generale di ciò che la struttura originale avrebbe potuto essere, viene ricostruito senza introdurre alcun dettaglio o decorazione

Sta di fatto che a questa contrapposizione si aggiunge un aspetto importante. Da quanto nel 2012 l’intervento dell’anziana devota sull’Ecce Homo è diventato un meme dall’istantaneo successo mondiale, il villaggio di Borja è diventato un luogo di pellegrinaggio, visitato da migliaia di turisti. La vicenda ha sviluppato un business di t-shirt e ha ispirando anche un’opera comica. Altrettanto sembra stia accadendo a Matrera. I resti, che in passato ricevevano solo visite sporadiche, grazie alla polemica, stanno diventando oggi la nuova attrazione turistica della zona e pure il progetto è stato spinto a entrare tra i finalisti di un celebre premio internazionale.

Anche a Siponto non sono mancate le polemiche. C’è infatti chi ha preteso di vedere nell’intervento una realizzazione che avrebbe revocato alle funzioni di conservazione e avrebbe ridotto la comprensione dei resti materiali a favore di una deriva spettacolarizzante. Secondo l’Huffington Post a Siponto si sarebbero commessi numerosi errori. Tra tutti il peggiore sarebbe consistito nel compromettere la leggibilità del monumento, è stato detto che: “per comprendere l’entità del danno cagionato all’intera area archeologica di Santa Maria di Siponto basterà un esempio: è come se le strutture mancanti del Colosseo o della basilica Emilia di Roma venissero “integrate” con sezioni in rete metallica permanenti. A chi verrebbe in mente di farlo? A nessuno, si spera”.

Peccato che basti recarsi proprio al Colosseo per constatare quanto questo tipo di integrazione, che fa tanto scandalo in Italia e Spagna ed è considerata “alla moda” dal The Guardian, appartenga alla pratica della nostra realtà storico-critica almeno dall’epoca delle guerre napoleoniche. Il nudo e massiccio sperone che Raffaele Stern solleva nel 1806 per sostenere l’ultima arcata dell’anfiteatro è – per dirlo con le parole dell’architetto Giorgio Grassi, celebre per la contestatissima ricostruzione del teatro di Sagunto – espressione culturale dell’intervento e della sua distanza dal manufatto originale, “del suo intervenire e del suo distanziarsi… del suo far vedere cioè due mondi a confronto e, da questo confronto, l’irreperibilità della soluzione originale”, tanto quanto lo sperone occidentale, realizzato una quindicina d’anni dopo da Giuseppe Valadier (1820), rappresenta una sorta di manifesto del “restauro critico” attraverso il reinserimento dei resti antichi nel disegno neutro della muratura, che da la misura diretta della distanza dall’antico.

Per quanto riguarda i materiali, basta invece ricordare che questi interventi ottocenteschi, realizzati in mattoni, hanno il loro corrispettivo nelle strutture metalliche reticolari costruite per rievocare il santuario di Portonaccio a Veio, o le celebri sagome dei volumi della Villa del Casale, ideate da Brandi e Minnissi a Piazza Armerina già negli anni Cinquanta .

Lungi dal rappresentare un’eccezione, Siponto dunque appare piuttosto la prosecuzione in direzione innovativa di una ricerca di lungo periodo e lo stesso racconto di come l’intervento è nato ce lo conferma. Insoddisfatti di un primo ineccepibile quanto imbarazzante progetto di copertura per la messa in sicurezza dei mosaici della basilica, i tecnici della sovrintendenza cominciano a cercare delle alternative. Il tempo è ridotto, bisogna stare entro i termini per non perdere i fondi. Si googolano parole alla ricerca di una sensibilità diversa come: “strutture reticolari”, “telai”, “coperture leggere”… La risposta arriva dai social, quando qualcuno invia l’immagine di un’istallazione da un festival estivo. S’identifica l’artista, ma… ogni dubbio scompare solo la notte in cui ci si accorge che egli ha fatto un enorme edificio a cupola sospeso per un’altra grande manifestazione londinese. Si prende contatto con l’artista e si scopre che è giovanissimo. Alla richiesta se sia capace di fare una struttura molto più grande e complessa egli risponde di “sì” con la stessa incoscienza di Boriska, l’adolescente fonditore di campane nell’Andrej Rublëv di Tarkovski. Come quel mitico personaggio cinematografico, simbolo di ogni rinascita della tradizione dopo la barbarie, un ragazzo viene condotto da un’intera comunità a produrre un’opera di cui non ha tutta la consapevolezza e spinto a realizzare un capolavoro collettivo.

Chi non ha visto il primo progetto della copertura, farà fatica a comprendere l’intera vicenda. Corretto e indiscutibile rispetto ai criteri tanto contestati nelle polemiche , questa soluzione avrebbe concluso la vicenda di Siponto in tranquillità, nella quiete dell’indifferenza, a volte autoreferenziale a volte interessata, delle sovrintendenze e del mondo di coloro che con esse lavorano. Quella stessa becera impeccabile corretta ambiguità rassicurante che è costata la ridicola tragedia del rifacimento delle coperture della villa del Casale di Piazza Armerina, oramai proverbialmente ritenuto il momento più fallimentare delle pratiche di intervento nei siti archeologici nazionali degli ultimi decenni.

A Siponto la soluzione della realizzazione di un’opera d’arte ha concesso di fare cose che altrimenti non sarebbero state accettate. Una strategia inaspettata, operata in un contesto marginale – anche se tutt’altro che secondario per la storia archeologica, come la gran parte del Meridione –, il quale ha però permesso al progetto di svilupparsi al riparo dai media e senza polemiche. Un ulteriore aspetto di quanto l’esito della vicenda non sia frutto di un genio isolato, ma del lavoro collettivo guidato da una serie di funzionari delle soprintendenze, quel corpo tanto vituperato che invece la recente riforma ministeriale sembra voler una volta per sempre eliminare.
La verità è che la qualità dell’intervento di Siponto appare eccezionale proprio perché non si ferma alla quieta prassi, ma si impone di portare a compimento un percorso di ricerca lungo almeno due secoli su come si può ricostruire ciò che è scomparso. Di più, questa realizzazione inserisce la consapevolezza dello stato di avanzamento della ricerca del nostro momento storico sulla questione cruciale della fruizione da parte del pubblico dei resti archeologici, offrendo così anche un modello di riferimento al dibattito su neo-populismo, strategie dell’attenzione, formule del turismo, politica culturale ed educazione conservativa.

Solo la visita però rende questa condizione comprensibile. La frequentazione dell’opera smonta qualunque racconto “a distanza” perché il manufatto impressiona innanzitutto proprio per la sua solidità, vale a dire per quegli aspetti che le immagini non riescono a esprimere, o sembrano contraddire nel restituire un’evanescenza. Non a caso l’intervento, come qualunque altro progetto di questo genere, è stato certificato per una durata di venti anni, in termini di tenuta statica, resistenza al vento, sollecitazione ai terremoti. Tuttavia l’opera sembra appartenere al mondo del disegno, si potrebbe dire che appare come una sorta di “Piranesi costruito”, reso reale nello spazio (d’altronde l’artista che ha realizzato le strutture definisce le sue opere come “disegni nello spazio”).

In questo senso la realizzazione appare agli antipodi dell’immagine 3D che ricostruisce le strutture originarie e che circola sui social [manca link]. Davanti alla sensazione di stanchezza e dejà vu che consegna l’immagine elettronica, la realtà dell’oggetto rovescia la nostra noia in una innovazione effettiva. In realtà quello che si ha davanti agli occhi a Siponto era possibile realizzarlo anche nel Settecento, pur se un avanzamento tecnologico nella qualità dei materiali (che non arrugginiscono, che non colano e non rovinano i resti) appartiene alla nostra epoca. È un’innovazione fatta con tecniche prive di dimensione tecnologica spinta, o perfino evoluta. È un modo di dimostrare come ricerca e arte si possano saldare senza far spettacolo, ma che lo spettacolo possa scaturire solo come conseguenza dello stupore di quell’incontro.

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La frequentazione dell’opera comporta una vibrazione visiva che scompone e ricompone i diversi elementi strutturali dell’edificio ricostruito. E qui sta la sua forza, l’esito percettivo restituisce il processo analitico (della restituzione delle strutture) dichiarando la labilità del risultato raggiunto, la sua opinabilità. L’aleatorietà della struttura dissolve la quesitone della veridicità della ricostruzione. Accuratissima, questa non raggiunge lo stesso grado di definizione in tutte le parti ma, appunto, a volte avanza a suggerire ipotesi più definite, altre, arretra a dichiarare l’incapacità a poter ricostruire, con certezza, gli elementi dell’antico. Muovendosi all’interno la percezione è quella di una struttura si scompone e si ricompone di continuo all’occhio dell’osservatore, in un gioco che non si esaurisce con una sola visita. Quel carattere “evocativo”, di difficoltà di messa a fuoco, d’infinita distruzione e ricostruzione da parte dell’occhio, sembra esprimere l’intenzione concreta dell’intervento e le pratiche stesse dell’archeologia.

È sorprendente come qualcuno abbia potuto accusare l’opera d’imprecisione, o addirittura di distruzione dei documenti materiali antichi (la struttura poggia su degli spessori di sostegno in mattoni forati, e non incide in alcun modo su di essi). Ma basta recarsi sul sito per rendersi conto che sui mosaici sono stati apposti dei vetri a protezione e che file di mattoncini intonacati funzionano da strato di sacrificio sopra le creste murarie antiche.

Il risultato non è più quello originario: in sede – esposto alle intemperie, ma coperto da un vetro che lo protegge – rimane l’unico mosaico risultato di un intervento irreversibile. Gli altri sono accolti dalle pareti della chiesa di Santa Maria Maggiore e la cui cripta è stata consolidata staticamente. L’obiettivo della tutela si è spostato verso la ricomposizione volumetrica della basilica paleocristiana, ma al tempo stesso, questo spostamento di senso, e  che è stato oggetto di contestazione, rende evidente l’aspetto più cruciale del lavoro di ogni archeologo: il dover saper scegliere. Un progetto preciso di conservazione e messa in valore non deve esporre tutto, o se lo fa deve farlo in ragione di una scelta specifica e non generale, ma deve essere capace di consegnare una strategia di lettura e di avvicinamento alla stratificazione storica.

La grandezza dell’opera che ha avuto Edoardo Tresoldi come regista, come inventore visivo e materiale, sta proprio nella sua capacità di restituire la dimensione di perpetua ricerca e di renderla nel più fertile e prestigioso campo di ricerca italiano, quello dove la civiltà presente del nostro paese si è sempre confrontata da quando a smesso di chiamarsi impero romano. Non è solo archeologia, non è solo teoria e pratica della conservazione, che potremmo assimilare a delle scienze nelle quali il nostro paese è per vocazione destinato ad avere un ruolo di riferimento perenne. Ma è molto di più. È un ponte tra come la scienza che s’interroga sulla materialità dell’umano è tradotta nei modi attraverso i quali si producono effetti nei costumi, nelle strutture materiali e nei comportamenti.

Ed è su questo livello che s’inserisce la contestata bravura di Edoardo Tresoldi. Una contestazione della quale non si sente traccia sui media e nei social, ma che emerge nei sorrisetti dei circuiti dell’arte che conta: “Fa le istallazioni con le reti da polli”, “non durerà”… Commenta la puzza sotto il naso dei circoli che contano e si spostano a osservare quel che c’è in giro solo se e quando lo fa qualche grande artstar…

Tresoldi emerge dall’artigianato del cinema e in un certo senso dal mondo della street art. Non è nato nei salotti dell’arte del culto, nell’intellettualismo alto. Per il momento è ai margini del sistema dell’arte, ma al tempo stesso non è un arrabbiato che cancella i murales come Blu. Non a caso l’opera di Tresoldi che lo fa imporre come scelta per Siponto è scoperta a Marina di Camerota, dove partecipa a Incipit, un progetto di arte pubblica, “organizzato con l’intento di creare nuove reti di collaborazione a livello locale e ospitare artisti provenienti da tutto il mondo nel Cilento e nella Valle del Noce”. In questo senso egli appare dunque agli antipodi dell’arte spettacolo del simpatico Thomas Saraceno, dal criticatissimo Olafur Eliasson (il creatore del sole artificiale alla Turbine hall che ha reso celebri le Unilever Series alla Tate Gallery), o della passerella attira-turismo di Christo. Non ha realizzato un’opera spettacolare, ma un’opera molto più delirante, perché a Siponto gli archeologi non hanno semplicemente consegnato i dati all’artista e poi atteso il suo intervento. A Siponto arte e archeologia hanno lavorato insieme e si sono poste reciprocamente delle domande sulle modalità di espressione e leggibilità nel presente. La conclusione del lavoro di questo gruppo è quella che si dovrebbe ricevere sempre dall’arte pubblica. Non l’espressione di un’individualità, non un pretesto per l’attrazione, ma un atto a servizio di un avanzamento collettivo, dove lo spettacolo se scaturisce, è una conseguenza, anch’esso, di questo avanzamento.

Tale atteggiamento “laico” verso i resti antichi pare anche l’antidoto all’illeggibilità della rovina e una possibilità che l’archeologia, destinata a diventare sempre più disciplina del recupero ed esposizione dei dati materiali (di tutti, non solo di quelli artistici, che un seme in una giara antica racconta oggi quanto dei bronzi di Riace), possa essere quella cosa che sognavano i suoi inventori: l’arte di educare en plein air…

TAG: arte, siponto
CAT: Arte

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