Parla l’artista afgana con la corazza: “Non posso cancellare il mio seno”

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4 Marzo 2015

La ragazza che protesta in Afghanistan contro le molestie sessuali e si batte per i diritti delle donne. Sarebbe un incipit perfetto in vista dell’8 marzo, ma a Kubra Khademi di sicuro non piacerebbe. Perché in strada a Kabul, mentre decine di uomini le urlavano parolacce e le tiravano pietre, “scioccati” dalla sua performance, definita pornografica, Kubra, con la sua armatura, metteva in scena solo se stessa e il suo corpo, testimonianza della sua esistenza e della sua arte. Provocatoria, essenziale, ma necessaria quando l’esercizio del potere si traduce in dominio fisico ed estetico. Anche e soprattutto sulle donne. “Armor sono io. E’ semplicemente il mio corpo e nulla di più” afferma ancora oggi in maniera convinta e rilassata Kubra, contattata telefonicamente da Gli Stati Generali. E non resta che crederle.

Come nasce Armor, la tua performance fra le vie di Kabul?

La mia arte deriva soprattutto dall’osservazione del mondo e dalle esperienze che ho avuto nella vita. E’ solo questo, non c’è niente oltre di me. E’ un collage della mia vita, dei miei ricordi. Osservo le cose quotidiane, mi soffermo su molti di quei dettagli che per gli altri sono scontati, ma che per me sono fonte continua di riflessione. Forse anche perché la mia vita è sempre stata diversa da quella delle altre donne afgane.  Con la famiglia ci siamo spostati tante volte, ho visto e conosciuto da vicino tante realtà, come quella dell’immigrazione. Con questo non voglio dire che io non sia come loro (le donne afgane ndr), semplicemente ho avuto una vita diversa.

Per denunciare il fenomeno delle molestie sulle donne hai sfilato “corazzata” per le strade di Kabul. C’è un motivo particolare che ti ha portato proprio nella zona di Kote Sangi?

Kote Sangi è il cuore di Kabul. Si può dire che tutte le strade di Kabul in qualche modo portino a Kote Sangi. Anche io ci passo quasi tutti giorni, perché se hai qualcosa da fare a Kabul non si può non passare per Kote Sangi. E’ una zona sempre piena di persone e per questo è anche molto pericolosa per le donne. Io stessa in questa via sono stata vittima di tanti episodi di molestie. La prima volta avevo cinque anni e ricordo che non riuscii a gridare, ma pensai: se avessi avuto delle mutande di ferro, sicuramente non avrei sentito questo dolore. Forse è lì che è nato Armor.

Qual è stata la reazione delle persone in strada? In che modo è stata percepita la tua performance?

La reazione è stata esattamente come la immaginavo. Mi aspettavo di tutto e mi ero già preparata psicologicamente. Avevo già immaginato le parolacce e gli insulti che mi avrebbero detto, i sassi che mi avrebbero potuto tirare. Sono arrivata pronta, completamente pronta. Sono venuta sapendo quello che mi sarebbe accaduto: le persone in strada erano scioccate, mi gridavano “vergognati”o “puttana”, mi tiravano qualunque cosa, anche i sassi. Qualcuno ha provato a toccarmi, ma io non l’ho sentito: perché stavolta avevo il vestito di ferro con me.

Cosa rappresenta l’armatura che hai indossato? Le forme del tuo corpo così accentuate hanno un significato preciso?

Quella corazza sono io. Questa armatura è stata fatta su misura del mio corpo. Armor è stato generato dal mio corpo e deve essere come il mio corpo perché è il mio corpo. Lo so, la gente guarda il seno e il culo, non altri posti. Ma io non posso cancellare il mio seno e il mio culo. Sono stata io a scegliere il pezzo di ferro e a tagliarlo, mentre un fabbro l’ha battuto per ore fino a fargli prendere le mie forme. L’ho scelto perché ero io.

La tua famiglia ha provato a farti cambiare idea?

La mia famiglia non vive a Kabul, ma in Pakistan. Non sapevano quello che avrei fatto, lo hanno saputo solo dopo, ma non si sono arrabbiati con me. Si sono solo preoccupati per la mia sicurezza. Anche tutti i miei compagni e amici erano preoccupati per me e lo sono ancora. Quello che ho fatto è stato molto pericoloso. Era possibile che non uscissi viva da quella camminata in Kote Sangi, ne sono consapevole, ora più di prima. Subito dopo la performance le persone si sono attaccate alla macchina e non riuscivamo nemmeno a partire. Per stare tranquilla abbiamo lasciato immediatamente la città e siamo andati in una zona più periferica. Ora sono tornata a Kabul

Le minacce continuano anche ora?

Ho ricevuto tantissime chiamate dopo la camminata, centinaia. Mi dicevano che dovevo vergognarmi eche avevo ridicolizzato tutti quelli di Kabul e dell’Afghanistan. Dicevano che avevo calpestato la loro dignità, quella del nostro paese e dell’Islam

Anche fra le donne?

Alcune, le più religiose hanno stigmatizzato la mia performance. Tante altre invece erano dalla mia parte e mi hanno fatto i complimenti: “La prossima volta che vai in strada, Kubra, ci uniamo con te così i “tondrou” (religiosi ottusi) capiscono che non sei sola”. Mi ha fatto piacere avere il sostegno delle donne, ma non mi sento un’icona femminista: questa è solo la mia arte, i miei pensieri, le mie esperienze. Armor sono io, è il mio corpo, nulla di più.

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TAG: 11 settembre, afghanistan, donne, kabul, Kobra Khademi, kubra Khademi, violenza di genere
CAT: Arte, discriminazioni, Medio Oriente, Questione islamica

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