Faber nostrum: un esperimento riuscito per ripensare De André

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10 maggio 2019

Fabrizio De André è sicuramente il cantautore più noto, e apprezzato, della canzone italiana. Le sue canzoni più celebri sono divenute patrimonio comune anche per chi magari non ha mai ascoltato un suo disco per intero, e l’approvazione per la sua figura ormai prescinde persino da quella per il suo percorso artistico. De André, si potrebbe dire, è come uno dei letterati studiati nelle scuole: lo si apprezza a prescindere, perché fa parte dell’identità nazionale.  Quando si parla di lui, è un po’ come parlare di Manzoni: magari non lo conosci davvero, ma non ti arrischi a confutare la sua statura.

Forse anche a causa di questa dinamica, la figura di De André con il tempo è stata divinizzata al punto da perdere tutti i tratti reali del De André uomo, che spesso emergevano dal cantautore. Un destino certo singolare, per uno le cui canzoni non avevano forse altro obiettivo che mostrare quanta umanità c’era anche dietro storie assurde, terribili, struggenti  o impensabili.

Uno dei risultati di questa mitizzazione è stato il sorgere di una certa idea d’intoccabilità di De André, che rendeva impossibile approcciarsi alle sue canzoni. Il cantautore genovese veniva quindi celebrato più attraverso la riproposizione dei suoi brani che con la loro rielaborazione ad opera di altri artisti. De André, insomma, era incoverizzabile. Chi ci provava, veniva subito bollato come arrogante, e il suo lavoro giudicato non all’altezza (e come avrebbe potuto esserlo, verso una figura ormai assunta a dio della canzone?).

Negli anni, ci hanno provato in diversi, basti pensare al disco-raccolta Faber, amico fragile dei principali artisti italiani, uscito nel 2000 e forse non riuscitissimo nel fornire una nuova chiave di lettura ed esecuzione dei pezzi, proprio a causa della soggezione verso una figura ormai mitica; Morgan nel 2005 con la sua riedizione di Non al Denaro, non all’amore né al cielo, così come Cristiano de André, il figlio, con una serie di tour e dischi che, occorre dirlo, lasciano freddi e furono forse più originati dalla volontà di inserirsi nel solco della tradizione del padre che da un’effettiva capacità di rilettura dell’opera. Molti di questi esperimenti non hanno incontrato molto favore del pubblico, o comunque non sono riusciti a farsi capisaldi di una rielaborazione più generale dell’eredita deandreiana (qualcuno potrebbe chiedersi se sia necessaria, questa rielaborazione: la risposta è che, se davvero De André fa parte dell’identità nazionale e popolare, allora essa sarà inevitabile, come in tutto ciò che costituisce il nostro bagaglio collettivo).

Il nuovo disco Faber nostrum, che vede la new wave italiana reinterpretare l’autore genovese, può considerarsi a buon diritto una tappa riuscita della ricerca di un nuovo modo per approcciarsi a Fabrizio De André. Non tanto perché  i pezzi sono tutti riuscitissimi, ma anzi perché, paradossalmente, il disco ha alcune cover molto ben fatte e altre che lasciano dubbi, ma che rendono evidente la mancanza della paura di avvicinarsi al loro autore. Gli artisti partecipanti, da Colapesce a Willy Peyote passando per gli Ex-Otago, sono tutti conosciuti presso un pubblico ampio e, tuttavia, per lo più giovane, una componente che mancava a Faber amico fragile e che tuttavia è fondamentale per reinterpretare un’eredità. Non è un caso che questa rielaborazione si spinga, come ne Il Bombarolo cantata da Willy Peyote, in uno stravolgimento del testo, che potrà lasciare soddisfatti o meno, ma che testimonia un lavoro di ripensamento mai osato su De André. Allo stesso modo, anche le cover meno riuscite (Gazzelle e Canova) hanno quanto meno il merito di dimostrare la perdita di sacralità di Faber.

Alcuni pezzi, poi, sono riuscitissimi per la capacità di coniugare l’impronta originale con l’identità di chi li ha rielaborati: è il caso di Inverno cantata dai Ministri, di Smisurata preghiera di Vasco Brondi o Hotel Supramonte degli Zen Circus, che riescono in maniera perfetta a trovare un equilibrio tentato, ma non raggiunto altrettanto bene dagli Ex-Otago (Amore che vieni, amore che vai). Vi sono persino brani, come Se ti tagliassero a pezzetti (di The Leading Guy) o Rimini (di Fadi) che potrebbero essere pezzi a se stanti dalla tradizione, per quanto sono pensati bene, e che compensano come come quella di Colapesce, la cui Canzone dell’amore perduto ricorda decisamente troppo la cover già fatta in precedenza da Battiato.

Faber nostrum, quindi, ha il merito di essere riuscito a portare la new wave italiana al cospetto della voce più autorevole del nostro cantautorato, senza sentirsene intimidita o schiacciata. Alcuni risultati sono ottimi, altri meno, altri decisamente da ripensare. Ma l’esperimento di ripensare un’eredità troppo spesso trasformatasi in fardello, nel suo complesso, è riuscito. Del resto, cosa c’è di più deandreiano di smitizzare qualcosa mostrandone i tratti umani?

 

 

 

TAG: De André, faber nostrum
CAT: Arte, Musica

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