Febbre, sangue e dolore – l’arte al tempo delle pandemie

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6 Aprile 2020

COVID-19. Questo è l’infame nome che attanaglia le nostre menti e di cui si sente parlare incessantemente da troppo tempo. Questa pandemia di Coronavirus ha acceso in noi un timore quasi primordiale, che mal si addice con la nostra idea di civiltà scientificamente avanzata. Non è facile immaginarsi un morbo capace di mandare in tilt i sistemi sanitari più organizzati e di causare migliaia di vittime. Questa percezione è però frutto di una moderna idea di benessere. L’uomo ha sempre convissuto con l’idea di malattia e la sua dimensione fa parte del bagaglio culturale di noi tutti. La peste di Boccaccio e quella di Manzoni sono forse le più celebri che la letteratura ci ha consegnato ma è forse nelle arti visive che esse si materializzano con più forza. Opere che ci tramandano timori e dolori ma che raccontano di come la vita alla fine abbia sempre trionfato sulla morte.

Il classico dei classici: la Peste nera

Nel corso della storia sono stati numerosi i morbi che hanno flagellato l’umanità ma mai nessuno ha lasciato un segno così profondo nella memoria collettiva come la Peste nera. Essa giunse in Europa sin dal 1347 per poi diffondersi in maniera massiccia l’anno successivo. Furono i tartari i responsabili della sua diffusione in occidente. Durante l’assedio alla colonia genovese di Caffa, oggi Fedosia, in Crimea, da parte degli assedianti fu attuata, come scrisse lo storico francese Michel Belard, “la prima guerra biologica”. L’esercito tartaro era infatti allo stremo delle forze e i suoi componenti furono decimati dalla famosa peste proveniente da oriente. Fu il Khan Ganī Bek a decidere di lanciare i cadaveri infetti dei suoi militari all’interno della città retta dai genovesi. Da quel momento il morbo giunse in Europa e la sua diffusione causò la morte di quasi venticinque milioni di persone, un terzo della sua popolazione totale.

Dal Decameron al Camposanto: Buonamico Buffalmacco

Buonamico Buffalmacco, Trionfo della morte, 1336-1341, Camposanto,Pisa

Fu Giovanni Boccaccio col suo Decameron ha darci una immagine dettagliata degli effetti che la peste ebbe sulla sua Firenze. È proprio dalle pagine del suo capolavoro che principiamo la nostra rassegna sulle opere “della pandemia”: Buonamico Buffalmacco non è infatti solo il protagonista di numerose novelle ma anche uno dei più dotati pittori del ‘300 toscano. La sua opera più celebre è il Trionfo della Morte affrescato sulle pareti del Camposanto di Pisa, dipinta tra 1336 e 1341. Per quanto l’esecuzione sia precedente di qualche anno alla pandemia è pur vero che essa riflette in maniera precisa il timore della dipartita e della fatalità dell’avvenimento. L’affresco si sviluppa per ben quindici metri di larghezza e ci tramanda come sia semplice cadere vittima della Grande Falciatrice. La Morte, una vecchia dai lunghi capelli e con ali di pipistrello, è raffigurata mentre si avventa violentemente contro una brigata di giovani inermi.

Buonamico Buffalmacco, Trionfo della morte (part.), 1336-1341, Camposanto, Pisa

Ai suoi piedi giace il frutto della sua rapina, numerosi cadaveri ammassati che, nel loro mescolarsi, fanno ben capire che nessuno viene risparmiato. Prelati, mercanti e nobili le cui anime sono contese tra angeli e demoni e su cui è già presente il gonfiore della putrefazione. Possiamo solo ipotizzare che cosa dovesse suscitare una tale immagine qualche anno dopo, quando pile di cadaveri venivano ammassate nell’attesa di essere sepolte. Più a sinistra Buffalmacco dipinse tre bare scoperchiate in cui raffigurò un cardinale, un re e un popolano. Questo ulteriore memento mori ci mette innanzi agli occhi momenti diversi della putrefazione: dal corpo gonfio fin quasi a scoppiare a quello più “vecchio” di cui rimangono ormai solo le ossa. Sono immagini terribili, che rimasero ben impresse nelle menti di tutti quegli uomini che si preparavano ad affrontare la peste. Il motivo della diffusione di tali raffigurazioni negli anni successivi appare chiaro.

Buonamico Buffalmacco, Trionfo della morte (part.), 1336-1341, Camposanto, Pisa

Matthias Grünewald e il retablo di Issenheim

Matthias Grünewald, Polittico di Isenheim (chiuso), 1512-1516, Musée d’Unterlinden, Colmar

Nel nostro immaginario collettivo, fatto in gran parte di medievalismo propinatoci da libri e film dalla dubbia veridicità, il binomio medioevo-peste è assai ben radicato. Non vi è film che non immagini il più semplice popolano come pulcioso, sporco e magari nel bel mezzo di un attacco di tosse. A pensarci bene sono tante le malattie che hanno afflitto i secoli passati, patologie talmente diffuse da essere quasi considerate “normali” nonostante la mortalità elevata. Dobbiamo dunque spostarci verso nord, in una regione a metà tra Francia e Germania, in Alsazia, per trovare quella che è forse l’immagine più eloquente di tale situazione. È a Colmar che è conservata il capolavoro assoluto del tedesco Matthias Grünewald, il retablo di Issenheim. La macchina d’altare, eseguita tra 1512 e 1516, può assumere ben tre diverse configurazioni. È nella terza di esse che troviamo la scena di nostro interesse: le Tentazioni di sant’Antonio.

Matthias Grünewald, Tentazioni di sant’Antonio (dalla seconda apertura del polittico di Issenheim), 1512-1516, Musée d’Unterlinden, Colmar

Osservando bene la scena notiamo come, immerso in uno scenario da incubo, sant’Antonio venga seviziato da numerosi demoni dalle forme più mostruose. Salta però all’occhio una figura dipinta in basso di sinistra. Tale creatura è, raffigurata come se avesse le “spalle al muro”, messa all’angolo e senza nessuna possibilità di salvezza. Di chi si potrà mai trattare? Ripercorrendo le parole dello scrittore Joris-Karl Huysmans, per rispondere a tale quesito bisogna osserva bene la scena. “Ubi eras, Bone Jhesu, ubi eras, quare non affuisti ut sanares vulnera mea?” è la frase riportata sul cartiglio ai piedi del santo che chiede dove fosse Cristo e perché non risanò le sue piaghe. Per risolvere questa specie di indovinello bisogna ricordare che presso Issenheim esisteva un monastero di antoniti. L’ordine venne fondato nel lontano 1093 e da allora si era sempre prodigato nell’assistenza ai malati di Ergotismo, al tempo conosciuto come Fuoco di sant’Antonio.

Il “Fuoco di sant’Antonio” come Inferno in Terra

Matthias Grünewald, Tentazioni di sant’Antonio (part.) (dalla seconda apertura del polittico di Issenheim), 1512-1516, Musée d’Unterlinden, Colmar

“Ci si può anche chiedere se quell’appello disperato non sia lanciato dalla creatura mostruosa che giace all’estremità opposta del quadro e leva il capo dolente verso il cielo. È una larva, è un uomo? In ogni caso, nessun pittore ha osato mai, nel rappresentare la putrefazione, spingersi tanto lontano. Nei libri di medicina non esistono tavole sulle malattie della pelle che siano più ripugnanti. Immaginate un corpo rigonfio, modellato nel sapone di Marsiglia bianco e grasso venato di blu, sul quale spuntino foruncoli e proliferino escrescenze come mammelle. È l’osanna della gangrena, l’apoteosi delle carie!” – Joris-Karl Huysmans

Il Fuoco di sant’Antonio non è facile stabilire che cosa fosse precisamente. Non ha naturalmente nulla a che fare con l’omonima malattia, diffusa ancora oggi, meglio nota come Herpes Zoster. Non sappiamo infatti se si trattasse di un’unica malattia o se sotto tale nome si sommassero diverse patologie dai sintomi affini. Pustole e ascessi ricoprivano i corpi dei poveri malcapitati fino ad avvolgerli del tutto. Gli arti venivano consunti e iniziava la gangrena che finiva col staccare le parti ormai morte dal busto, brano a brano. Tutti questi orrendi sintomi sono stati descritti pure da Michiele Félibien nella sua Histoire de Paris a proposito di un focolaio di Fuoco Sacro scoppiato nel XIII secolo in Francia. “Un calore interno che divora i corpi interi, facendo crescere all’infuori delle tumefazioni che degenerano in ulcere incurabili e facevano perire gli uomini a migliaia”. Parole di una crudezza immane che poco lasciano all’immaginazione.

Pandemie modellate nella cera – La pestilenza del 1656

Gaetano Zummo, La Peste, 1690 ca., Museo della Specola, Firenze

Matthias Grünewald descrisse in maniera così puntuale gli effetti di tale morbo perché aveva libero accesso alla camera mortuaria del convento e ai suoi corpi; ciò è dimostrato anche dalle precise descrizioni fisiche dei suoi Cristi dipinti. Negli obitori studiò e fantasticò pure il siracusano Gaetano Zummo, considerato il padre fondatore della scuola anatomica fiorentina. Zummo fu un ceroplasta di fama internazionale, tanto da essere invitato a Parigi ad esporre una sua testa anatomica all’Académie Royale des Science. Nonostante la fama che ebbe in vita sono pochissime le opere che si attribuiscono con certezza al suo genio plastico, la maggior parte conservate al Museo della Specola di Firenze. Per quanto le fonti ce lo descrivano come dedito anche all’arte presepiale i lavori che di lui restano sono tutte incentrati su un unico argomento: la morte e la corruzione dei corpi. La Peste è ovviamente la sua opera più celebre.


Gaetano Zummo, La Peste (part.), 1690 ca., Museo della Specola, Firenze

È una cera dall’impatto visivo fortissimo. L’opera pare essere stata concepita e plasmata da Zummo a Napoli, intorno al 1690. La scena raffigura una visione infernale, dove vivi e morti sono ammassati senza alcun ordine. La pila dei dannati è una massa informe in cui si intrecciano corpi corrosi dalla putrefazione e di chi sta esalando gli ultimi, dolorosi, respiri. In questo scenario tetro, dal mortifero cromatismo, spicca una figura “umana”. Questo giovane monatto, dal naso tappato e dal viso nascosto, che con forza incredibile, trasporta i corpi verso la pira fumante posta sullo sfondo. Il macabro scenario, di cui possiamo immaginare suoni, lamenti e odori, ci riporta a ciò che vissero i cittadini napoletani nel 1656. Quell’ondata di pestilenza uccise circa 240.000 persone, quasi il 60% del regno. Zummo descrive con incredibile realismo una situazione “ideale” ma che non doveva essere così fuori dal comune in quegli anni difficili.

Gaetano Zummo, La Peste (part.), 1690 ca., Museo della Specola, Firenze

Come te nessuno mai – la Spagnola

Arrivando ad anni più recenti non si può non ricordare la tremenda Influenza Spagnola che falcidiò l’intero globo, causando la morte di almeno 50.000.000 di persone. L’Europa si apprestava ad uscire dal dramma della Grande Guerra quando la malattia iniziò a dilagare. Egon Schile ci ha lasciato forse la testimonianza più sentita di tale tragedia. Edith, moglie del pittore, era al sesto mese di gravidanza quando Schile decise di raffigurarvisi insieme. In un secondo momento decise di trasformare quella tela in un ritratto volto al futuro, raffigurando il figlio che sarebbe nato di lì a poco. Questa spensierata scena di famiglia non poté però verificarsi mai. Edith, con in grembo il figlio, morì sotto i colpi della Spagnola il 28 ottobre 1918. Egon tarderà solo pochi giorni, spirando il 31 ottobre. Il quadro, immagine ideale di una famiglia che non poté mai esistere, assunse così il titolo di Die Familie.

Egon Schiele, La Famiglia (Die Familie), 1918, Österreichische Galerie Belvedere, Vienna

“Cara mamma Schile, otto giorni fa Edith si è ammalata di influenza spagnola e in più si è presa la polmonite. Oltretutto è al sesto mese di gravidanza. La malattia è molto grave e pericolosa – già mi preparo al peggio, dato che ha continuamente difficoltà respiratorie. Un carissimo saluto a te e a Melanie. Egon” – Egon Schilelettera alla madre Marie, 27 ottobre 1918

Quando tutto finirà…

Si chiude così questo lungo articolo. Tantissime sono le opere che trattano questo argomento e se ne ricaverebbe un saggio, più che un articolo, nell’analizzarle in numero maggiore. Questi quattro capi d’opera qui riportati mostrano chiaramente come anche le “pestilenze” abbiano lasciato la loro impronta, e in modo assai profondo, sul mondo dell’arte. Così sarà sicuramente pure per COVID-19 ma di ciò ne parleremo in futuro, a fine quarantena, davanti a un bel calice di vino in chissà quale locale.

 

Danilo Sanchini

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TAG: arte, coronavirus, Cultura
CAT: Arte, Storia

Un commento

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  1. dionysos41 3 mesi fa

    Bellissimo articolo. Che conferma quanto scrissi ieri su Facebook: che il bello non è lo scopo dell’arte.

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