Giornalismo

Giornalismo e droghe. Per favore, non a parole vostre

Riflessione su come il giornalismo generalista italiano è solito narrare la questione droghe

24 Febbraio 2026

Quante volte leggiamo articoli o seguiamo dibattiti televisivi sull’uso di droghe senza ascoltare nulla di veramente utile? Verrebbe da rispondere amaramente: spesso.

Dai giornalisti alla ricerca del forte impatto (“zombie”, “fantasmi”, “tunnel”, “anime perse”, “inferno”) a quelli della rincorsa all’iperbole (“disperazione”, “dannati”, “distruzione”, “morte”) fino ai paladini della semantica consueta e a buon mercato (“sballo”, “siringhe”, “tossici”, “schiavi”, “il bosco della droga”), in pochi riescono a corrispondere al mandato dell’informare in maniera efficace e utile.

Ipotizziamo che un consumatore, un congiunto, un amico assista a questi spettacoli televisivi o legga un articolo, la diretta conseguenza sarebbe lo smarrimento, sterilmente auto-fustigante.

Omertà, moralismo, ignoranza, manipolazione a beneficio della disperazione e a detrimento di una sia pur tenue motivazione al cambiamento, questo è ciò che si ottiene alimentando la variante goffmaniana dello stigma intesa come condanna/biasimo per “gli aspetti criticabili del carattere”, ossia distanti da quanto stabilito dalla norma sociale dominante (Goffman, 1972).

Sempre più le evidenze scientifiche sembrano non appartenere al sentire comune che viene sistematicamente invogliato a prescindere dalle stesse.

La notizia è il dolore e il dolore è sempre più intrattenimento collettivo. Non è informare, è toccare le corde dell’emozione, meglio se al negativo.

Ciò che nel lettore/spettatore finisce per farsi largo, passando – più raramente soffermandosi – dalle parti del giornalismo della morbosità, sono paura, insicurezza, sdegno, condanna.

Si dovrebbe parlare di Disturbo da Uso di Sostanze da lieve a grave (DUS) e non, ancora nel 2026, di una generica “tossicodipendenza” capace di assimilare il consumatore occasionale e ricreativo al dipendente patologico.

Se ne dovrebbe trattare come di una «malattia ad andamento cronico e recidivante che spinge l’individuo, in maniera coatta, ad assumere sostanze a dosi crescenti o costanti per avere temporanei effetti benefici soggettivi, la cui persistenza è indissolubilmente legata alla continua assunzione della sostanza» (OMS).

È assai poco consueto e ancor meno politically correct dare dello “zombie” a una persona affetta da un disturbo neurologico, anche se assume una posizione bent over (piegata), simile a quella assunta da un consumatore di fentanil da reportage a stelle e strisce, in deficit muscolare.

Questo, però, è il “tossico”, il “drogato”, lo “zombie”.

Sarebbe impensabile entrare nel merito della prescrizione medica di una persona affetta da una malattia cronica come il diabete, colpevolizzandola rispetto alla carenza di insulina.

Eppure, la gran parte dei dipendenti da oppiacei si è sentita contestare l’uso di metadone/buprenorfina a lungo termine – spesso anche a breve termine.

E qui qualcuno potrebbe obiettare che la prima è una patologia vera, mentre la seconda è auto-cercata/prodotta.

In realtà, gli appassionati dello“sballo” – etimo, non condizione di alterazione – dovrebbero informare che non è proprio così.

L’eziologia della dipendenza patologica (da sostanza ma anche comportamentale) è multifattoriale, dunque, la libera scelta – se mai fosse davvero possibile per qualcuno – impatta con tutta una serie di altri fattori (genetici, bio-sociali, socio-culturali, ecc.).

In sintesi, se una buona parte dei media e dell’informazione generalista non avesse il terrore dell’approfondimento e della complessità, si dovrebbero prendere in considerazione fattori individuali, di contesto, veicolando l’evidenza – evidentemente non per tutti tale tranne che per la scienza – che le droghe non sono tutte uguali (droghe e non più genericamente “droga”).

Lo stigma è, spesso, una profezia che si autoavvera, la co-sorgente della “devianza secondaria” per la quale più che andare verso il cambiamento, la persona va verso il consolidarsi del comportamento dannoso (Lemert, 1981). Lo stigma allontana dal chiedere aiuto, la colpa e il conseguente senso di colpa non accentuano la determinazione al cambiamento, anzi spesso facilitano la fossilizzazione della persona nell’autodistruttività.

Non sembra essere disponibile la politica a contrastare le distorsioni proprie della rappresentazione sociale a proposito di droghe e consumatori/dipendenti, come e più dei media, spesso, preferisce drammatizzare sulla “normalizzazione dell’uso di droghe” senza per questo lavorare alla normalizzazione delle risposte istituzionali e del privato sociale accreditato.

Se per anni è stata richiesta la voce dei consumatori e della politica, questa continua a farsi sentire saltuariamente ma ancora ben ancorata su posizioni repressive e su questo poco dialoganti, mentre la prima ha assunto i tratti già cari ai media del secolo scorso: curiosità pruriginosa e moraleggiante tartufismo.

Fa ascolto seguire il percorso di persone che cercano di uscire dalla dipendenza, rastrella like la testimonianza in podcast e contenuti social, coltiva il clickbait l’artigianato della liberazione dalle “catene della dipendenza”, spesso improvvisato e dalle dubbie basi scientifiche.

Con l’esposizione anche a chi non sapeva, lo stigma è normalizzato nel suo complesso, passando da un “sei un grande!” a “per me, potreste morire anche tutti”.

Chissà che oltre allo stigma endogeno non scatti a questo punto anche quello esogeno, quello auto-prodotto a filiera corta: da me a me.

Se chi ne scrive o ne parla avesse davvero a cuore questa “emergenza” allora con urgenza dovrebbe indicare alle persone l’esistenza dei Servizi per le Dipendenze Patologiche (Ser.D), pubblici, territoriali, gratuiti, ad accesso diretto. Chiamarli con il loro nome e non con il più generico termine “servizio pubblico”, la cui potenzialità allusiva non è poi così temeraria, sarebbe rendere un’utilità sociale.

Allo stesso modo distinguere tra generica Comunità Terapeutica e vero privato sociale accreditato – ossia rispondente a standard di qualità definiti – sarebbe aiutare le persone a non cadere nel setaccio dei cercatori d’oro della disperazione.

Quante delusioni scontano le famiglie quando si affidano all’imbonitore di turno, quante frustrazioni accumulano e quanti soldi perdono.

Tutti “esperti” tranne chi lavora da anni con la problematica e con le persone con DUS.

Tutti muniti di risposte e strumenti.

Io ti salverò… e se si sbaglia? se si è anti-terapeutici, se si offende, se viene meno il rispetto dei diritti della persona? che importa… infondo, di “tossici” si sta parlando/scrivendo.

L’Italia è il peggior paese dell’Unione Europea per libertà di stampa secondo un rapporto dell’Ong Reporters Sans Frontières (RSF) (2025).

Libertà come diritto non acquisito e anzi, in perdita da quando l’informazione realistica non è più un atto dovuto al lettore/spettatore, la sua capacità di pensiero critico poco importante, l’utilità della notizia accessoria. È la sopravvivenza imposta dal mercato e il mercato, si sa, deve rispondere all’ingiunzione del consumo: subito ed effettistico.

Quante penne, convintamente dickensiane, sono già pronte a scrivere di un altro “bosco della droga”

 

 

Bibliografia

Goffmann E. (1972). Stigma: identità negata. Laterza, Roma-Bari

Lemert E.M. (1981). Devianza, problemi sociali e forme di controllo, Giuffrè, Milano

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