Italia

A cosa serve il tempo che i ragazzi perdono

A cosa serve il tempo che i ragazzi perdono. In una scuola ossessionata dall’utilità e dalla prestazione, il tempo che non produce risultati viene vissuto come uno spreco. Eppure, è lì che si forma lo sguardo, il desiderio, il rapporto con la realtà.

3 Gennaio 2026

C’è una domanda che nessuno fa mai apertamente, ma che governa molte scelte di oggi. A cosa serve il tempo che i ragazzi perdono. Le ore in cui sembrano distratti, le domande che non portano risultati immediati, le materie che non producono competenze subito spendibili. A cosa serve, insomma, ciò che non appare utile.

Nel dibattito pubblico sulla scuola, sull’università, sui giovani, si parla continuamente di futuro e quasi mai di presente. Si parla di ciò che diventeranno, raramente di ciò che sono. La formazione viene raccontata come una palestra di prestazioni, una sequenza di obiettivi, indicatori, abilità da certificare. Tutto deve tornare, tutto deve servire.
Ma a forza di chiedere alla scuola di dimostrare la propria utilità, ci siamo dimenticati una cosa elementare. Una persona non nasce per essere efficiente. Nasce per essere messa davanti alla realtà, accompagnata nel tempo, lasciata anche sbagliare senza essere subito corretta o indirizzata.

Da anni si discute di riforme, di orientamento precoce, di collegamento diretto tra scuola e lavoro. Tutte questioni sensate, prese singolarmente. Ma messe insieme producono un effetto preciso. Il valore di un ragazzo sembra dipendere da ciò che promette. Se non promette, è un problema. Se rallenta, è un costo. Se sbaglia, è inefficiente. Eppure, chiunque abbia incontrato davvero un giovane lo sa. La parte più decisiva della crescita non è misurabile. È fatta di attese, di fallimenti, di incontri che non erano previsti. È fatta di tempo che sembra perso e invece costruisce lo sguardo, il carattere, il desiderio.

La scuola non dovrebbe chiedersi solo quali competenze trasmettere, ma quale idea di uomo e di donna accompagna ogni giorno. Non per plasmare, ma per accompagnare chi cresce nel confronto con la realtà.

Forse il punto non è rendere i ragazzi più competitivi. Forse il punto è renderli meno soli. E questa non è una questione ideologica o nostalgica. È una questione profondamente concreta. Riguarda il modo in cui una società decide se guardare chi cresce come una risorsa da ottimizzare o come una realtà che vale, anche quando non serve a niente.

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