Italia
L’altro non è tuo
Non è solo violenza. È incapacità di sostenere la perdita, di accettare che l’altro non sia più nostro. Il femminicidio non nasce all’improvviso, ma dentro relazioni in cui il limite, il rispetto e la sofferenza non sono più attraversabili.
Il femminicidio torna ogni volta come emergenza. E ogni volta rispondiamo allo stesso modo. Nuove leggi, nuovi reati, nuove parole. È rassicurante, perché dà l’idea che si possa intervenire dopo.
Il punto è che non basta. Non perché la legge non conti, ma perché arriva sempre quando tutto è già successo. E mentre discutiamo di nuovi ddl, continuiamo a muoverci in superficie, evitando ciò che non è immediatamente normabile.
La prima questione riguarda il rispetto dell’altro. Non quello dichiarato, non quello insegnato a parole. Quello reale. Quello che nasce dal fatto che l’altro non lo capirai mai fino in fondo. L’altro non è tuo. Non è riducibile. Non è spiegabile. E proprio per questo non puoi farne quello che vuoi. Il rispetto non è educazione, è limite. È il riconoscimento che davanti a te c’è qualcosa che non puoi attraversare, manipolare, possedere. Qualcosa che non ti appartiene.
E invece cresciamo dentro un linguaggio che dice il contrario. “Mia”, “mio”. Parole che sembrano innocue e che invece trasformano l’altro in qualcosa che può essere trattenuto, gestito, consumato.
Il secondo punto è ancora più scomodo e riguarda la sofferenza. Non quella che raccontiamo, ma quella che accade. Essere lasciati non è un fatto, è una frattura. Non è solo la fine di una relazione, è la perdita di una posizione nel mondo. Chi viene lasciato perde il posto che occupava nello sguardo dell’altro e perde l’immagine di sé che aveva costruito dentro quella relazione. E questo è insopportabile, perché non è condivisibile, non è delegabile, non è sostituibile. Nessuno può prendere il tuo posto in quel dolore.
Se non riesci a sostenere questa perdita, se non riesci ad attraversarla, cerchi di negarla. E per negarla devi cancellare ciò che l’ha prodotta. L’altro. Non l’altro reale, ma l’altro come esperienza di limite, come punto in cui tu finisci e qualcosa che non controlli comincia.
È qui che il linguaggio tradisce ancora. “Mia”, “mio”. Parole che non descrivono un legame, lo chiudono. Trasformano l’altro in qualcosa che deve restare, che non può sottrarsi, che non può separarsi. E quando accade la separazione, ciò che emerge non è il lutto. È il crollo.
La fragilità, che è il luogo umano per eccellenza, viene espulsa. Non viene riconosciuta, non viene attraversata. E al suo posto resta un gesto elementare: la violenza. Non come espressione di forza, ma come impossibilità di sopportare che l’altro non sia più tuo.
Per questo continuare a parlare solo di nuove leggi è insufficiente. Il punto non è solo cosa punire. Il punto è cosa non siamo più capaci di trasmettere.
E allora la domanda diventa inevitabile. Che fare.
Non aggiungere norme. Non moltiplicare le parole. Tornare a educare al limite. Al fatto che l’altro non è nostro e non lo sarà mai. Tornare a educare alla perdita, al rifiuto, all’abbandono. Non per accettarli passivamente, ma per attraversarli senza distruggere.
Significa reintrodurre nella vita qualcosa che abbiamo espulso: la possibilità di non riuscire, di non essere scelti, di non essere amati.
Significa insegnare che la sofferenza non è un errore da eliminare, ma una parte della vita che va sostenuta.
Non c’è garanzia che basti. Non c’è soluzione definitiva.
Ma senza questo passaggio, continueremo a intervenire dopo, chiamando emergenza ciò che in realtà è già accaduto molto prima.
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