Italia
L’Italia può diventare un Paese per Giovani: quali?
Il dibattito sulle giovani generazioni lancia nuovi segnali. Una conversazione e un libro mettono a fuoco fragilità politica, scarsa partecipazione, mobilità sociale bloccata e povertà educativa, invocando politiche ispirate al quadro europeo. Quali?
Sull’annosa questione delle Giovani Generazioni, alcuni indizi dicono che si muove qualcosa, almeno nel dibattito divulgativo e scientifico.
Lo scorso venerdì 16 gennaio 2026, la prima puntata de Le conversazioni del Corriere, condotta da Maria Serena Natale, ha avuto per titolo «Come tornare un Paese per giovani?» (e come ospiti Ferruccio de Bortoli e Mauro Magatti) e ha toccato alcuni dei temi sviluppati in «L’Italia può diventare un Paese per Giovani», il libro curato da Serena Angioli [1] per i tipi de il Mulino pubblicato a giugno 2025 e che, curiosa coincidenza, ho iniziato a leggere proprio il 16 gennaio.
Ne cito un paio che hanno il pregio di aprire riflessioni inedite, lasciando sullo sfondo l’arcinoto refrain su bassi salari, accesso alla casa, welfare per la famiglia e dintorni.
Il primo si riferisce a una fragilità politica del nostro Paese.
Nella conversazione del Corriere, Ferruccio De Bortoli ha chiamato in causa il peso di uno svantaggio comparato: chi oggi è giovane in Italia ha meno diritti politici rispetto a chi ha la stessa età in alcune parti d’Europa, in termini di elettorato sia attivo (da noi si vota a 18 anni, da altre parti per alcune consultazioni il diritto di voto è anticipato a 17 o 16 anni) sia passivo (da noi si è eleggibili alla Camera a 25 anni: nei Paesi OCSE, la soglia minima per candidarsi alla camera bassa è 18 anni in molti casi, 21 in altri, e 25 in una minoranza).
Nel libro curato da Serena Angioli, la fragilità è descritta partendo da un’altra prospettiva e prendendo un’altra piega, per arrivare allo stesso risultato: lo svantaggio comparato. Le giovani generazioni esprimono bisogni e richiedono diritti «che noi non riusciamo a cogliere e ai quali non riusciamo a rispondere», perché nelle posizioni che presidiano i processi decisionali a volte c’è chi li disconosce (si rifiuta di riconoscerli o li nega) e altre volte chi li misconosce (per ignoranza, errore o sottovalutazione non se ne rende nemmeno conto, che è anche peggio). A pagarne le conseguenze è anche la filiera scolastico-formativa, visto che «quando i ragazzi entrano a scuola, spesso hanno l’impressione di entrare in un museo e non nell’ambiente che deve essere il loro e per loro». In astratto, per rimuovere questo problema, basterebbe ispirarsi alla Carta europea della partecipazione dei giovani alla vita delle autorità locali e regionali. Il punto è che, dicono Angioli et al., pare che autenticità e profondità del messaggio in essa contenuto non siano stati pienamente compresi dalle nostre istituzioni. Ed è qui che si torna alla fragilità politica (non solo in senso anagrafico).
Il secondo spunto che unisce la conversazione «Come tornare un Paese per giovani?» e il libro «L’Italia può diventare un Paese per Giovani» è la mobilità sociale.
Nella Conversazione del Corriere, Mauro Magatti ha evocato la chiusura di alcuni network di relazioni che negli ultimi decenni hanno ostacolato la circolazione delle élite e ha riassunto il tutto in una frase a suo modo iconica: da noi, «chi raggiunge una certa posizione, la tiene in eterno, o al massimo si sposta».
Nel libro curato da Serena Angioli, il tema della mobilità viene visto da altre prospettive, come ad esempio la povertà economica ed educativa, che investe adolescenti e minorenni e che si sta diffondendo in varie aree del Paese, incluse quelle in cui non te lo aspetti (le grandi città del Centro Nord). L’esortazione degli autori, ancora una volta, è cogliere lo spirito della cornice europea mettendo in connessione terzo settore e agenzie istituzionali educative che agiscono con e per i giovani: dalla valorizzazione dello youth work, al riconoscimento di chi svolge il ruolo di youth worker, per arrivare a un piano nazionale di standard minimi di servizi e attività in favore dei giovani da assicurare su tutto il territorio nazionale. Il libro descrive alcune esperienze ben distribuite lungo lo Stivale e che meriterebbero di essere imitate per rendere più equa la mobilità sociale.
Nel nostro Paese, tanto lo svantaggio comparato che deriva dalla fragilità politica quanto la mobilità sociale bloccata per i più dovranno essere affrontati tenendo conto della composizione etnica delle Giovani Generazioni.
Vero è che siamo lontani da contesti come gli Stati Uniti, dove la Generazione Z rappresenta l’avanguardia del cambiamento nella composizione etnica del Paese tanto che solo «a bare majority (52%) are non-Hispanic white – significantly smaller than the share of Millennials who were non-Hispanic white in 2002 (61%)», ma è anche vero che in Italia a gennaio 2025, i minorenni stranieri residenti erano rappresentano circa il 19 di tutti i residenti tra i 0 e i 19 anni. E che, come dicono Angioli et al., la povertà economica ed educativa colpisce in particolare le famiglie con minori stranieri: quindi, meno fragilità e più mobilità per tutti i colori.
[1] Serena Angioli presenterà il libro a Padova il 4 febbraio 2026, nell’ambito dei Mercoledì in Dialogo della Fondazione Emanuela Zancan.
Devi fare login per commentare
Accedi