Italia

Quando spiegare diventa una forma di controllo

In un tempo che pretende spiegazioni continue, il linguaggio è diventato uno strumento di controllo più che di incontro. Spiegare serve a disinnescare, correggere, rendere innocuo ciò che eccede. Ma senza attrito non c’è politica, solo amministrazione delle parole.

23 Gennaio 2026

Spiegare è diventato un dovere. Non una possibilità, non un gesto di attenzione, ma una condizione di accesso. Se non spieghi, sei percepito come arrogante. Se non chiarisci, come irresponsabile. La richiesta di spiegazione non arriva dopo. Arriva prima. Prima ancora di dire qualcosa, devi dimostrare che saprai renderla innocua.

In questo senso la spiegazione non serve più a capire. Serve a garantire che la parola non produrrà attrito. Che non costringerà nessuno a spostarsi. Che non aprirà un conflitto non autorizzato.

La scena è ormai familiare. Qualcuno dice una frase storta. Non violenta, non offensiva. Solo storta. La reazione non è lo scontro, ma la correzione. “Capisco cosa intendi, però attenzione.” “Forse sarebbe meglio dirlo così.” La frase viene aiutata. Educata. Riportata dentro un perimetro condiviso. Non per stabilire se sia vera o falsa, ma se sia giusta.

In questo passaggio il linguaggio smette di essere un luogo di rischio e diventa uno strumento di regolazione. Non serve più a dire ciò che manca. Serve a dimostrare di stare dalla parte giusta. La spiegazione, qui, non apre. Disinnesca.

È una violenza gentile. Non censura, non punisce. Corregge. Trasforma ogni parola in un atto valutabile. E ciò che non si lascia valutare viene considerato improprio. Non viene espulso. Viene accompagnato fuori, con cura.

Il silenzio, in questo quadro, è diventato sospetto. Non perché non dica nulla, ma perché non collabora. Non produce contenuto, non offre appigli, non consente di essere gestito. Chi tace troppo a lungo viene letto come ostile, come qualcuno che non fa la sua parte. Non serve una sanzione. Basta lasciarlo scivolare ai margini.

Una lingua che deve spiegarsi sempre è una lingua che ha paura della realtà. Perché la realtà non è mai del tutto leggibile, non è lineare, non è educata. Chiede tempo, frizione, perdita di equilibrio. La spiegazione preventiva serve a evitarlo.

La politica nasce proprio lì, dove qualcosa non torna. Dove una parola interrompe, inciampa, crea uno scarto. Quando il linguaggio rinuncia a questo rischio e diventa solo rassicurazione, la politica si riduce a pedagogia. Insegna come si deve parlare, non cosa bisogna attraversare.

Spiegare tutto significa togliere responsabilità a chi ascolta. Significa non fidarsi del suo tempo. Non fidarsi della sua capacità di stare in una frase senza dominarla subito. È una forma di protezione che, nel tentativo di includere, immobilizza.

Una parola che non ferisce mai, che non incrina mai, che non mette mai in pausa, funziona. Scorre. Ma non incontra nessuno. Non produce scarti. Non apre conflitti. E senza conflitto non c’è politica. C’è solo amministrazione del linguaggio.

Forse oggi il gesto più politico non è spiegare meglio. È accettare che qualcosa resti esposto. Che una parola non collabori. Che un silenzio non venga riempito. Non per provocazione, ma perché senza attrito il linguaggio smette di accadere.

Commenti

Devi fare login per commentare

Accedi

Gli Stati Generali è anche piattaforma di giornalismo partecipativo

Vuoi collaborare ?

Newsletter

Ti sei registrato con successo alla newsletter de Gli Stati Generali, controlla la tua mail per completare la registrazione.