Mondo
Atletismo paralimpico di ghiaccio ed elogio dell’“imperfezione”, umana troppo umana.
I Giochi Paralimpici nella neve per una lezione di vita ed emozionale
Scendono in due tra i pali colorati e la neve bianca lungo il sentiero tracciato da due scie blu. Lei Chiara Mazzei (da Vigo di Fassa) insegue e davanti a guidarla Fabrizio Casal (dalla Val di Fiemme). Il “miracolo” è che Fabrizio vede ed è la guida, mentre Chiara ipovedente (con glaucoma dall’adolescenza) segue. Metafora (o analogia?) della “Vita Buona“, perché distinti ma uniti, separati ma insieme, dove il buio insegue la luce mettendo al lavoro tutti gli altri sensi. Lui vede e sente e comunica, lei lo segue in una scia virtuale ma fisica e percettiva “assorbendo” i segni della traiettoria fino all’ultimo palo di un gigante fantastico sotto il traguardo dove buio e luce scivolando insieme si toccano e finalmente si congiungono in un abbraccio liberatorio: zusammen. Oppure, in quelle discese apparentemente innaturali o impossibili seduti su una monoscocca di carbonio impiantata su un mono-sci come immersi in uno spaziale e aereo-dinamico sarcofago a protezione delle gambe e con due piccole racchette “ergonomiche” nelle mani attraccate a mini-sci che fanno da appoggio e da “pinne” per le virate sui pali e per favorirne la deviazione di spinta. Ma ancora, con l’appassionante para ice hockey seduti su uno strano seggiolino mobile impossibile e avvolgente inchiodato a due lame che scivolano sul ghiaccio per un gioco di spinte e controspinte di bastoncini ad arpione per rincorrere il guizzante dischetto da infilare in porta. E così nello slalom gigante sitting con l’oro di René De Silvestro, oppure nel banked slalom dello snowboard che con Jacopo Luchini ed Emanuel Perathoner (con un ginocchio bionico ricostruito) sembrano farci danzare con loro mentre infilano le curve strette di una pista ovoidale e con salti improvvisi. Corpo e mente, forza e coraggio si vestono e trasmutano in accoppiamenti imprevedibili con la tecnica, certo sempre guidati da un corpo che seppur menomato riesce in miracoli non previsti dalle leggi della fisica e da una mente che ne anticipa le traiettorie imprevedibili anche per le neuroscienze. Nei casi incredibili di gambe bloccate nel guscio molto della forza viene spostato sulle braccia (oltre che sul tronco) e mettendo a valore tutti i sensi per produrre quella spinta necessaria ai movimenti vincolati del busto e tenendola in equilibrio dinamico con le performance attese senza perdere traiettorie pur con frenate e deviazioni. Uno spettacolo dei corpi e della mente associati ad un immenso coraggio che va molto oltre impegno e dedizione per questi/e atleti/e spesso sconosciuti al grande pubblico. Atleti e atlete che hanno saputo costruire sull’ “imperfezione” una guida per la “vita buona” della quale David Hume sarebbe orgoglioso e che tutti dovremmo imparare per poterci rialzare sempre dopo ogni caduta come fonte di apprendimento e di impegno, di bellezza e forza del corpo e dell’anima. Sapendo che “tutti siamo imperfetti“, ma mentre questi nostri eroici atleti ne sono perfettamente consapevoli noi non sempre lo siamo, e dovremmo invece imparare ad esserlo con esercizi di mindfulness e che per loro è il quotidiano. Perché possiamo e dobbiamo migliorare in una conquista di forte consapevolezza anche sfuggendo alle trappole degli 8 pollici che ci distraggono e distolgono ostruendo la vita reale alla quale invece questi atleti ci invitano a rimanere inchiodati con un diverso e più umano ranking valoriale di apprezzamento della vita, di passioni ed emozioni, di una forza duplicata dalla speranza. 16 medaglie mai raggiunte prima e ben oltre la soglia di Lillehammer (1994) e quarti nella classifica generale dopo i colossi di popolazione e di tradizione e che con il sorriso di Bebe Vio salutiamo per questo successo fantastico che è un urlo di speranza e di coraggio. Ma sorge però la domanda: perché la Rai ha coperto questo evento Paralimpico con meno del 8% del tempo dedicato alle Olimpiadi?
Che ci sembra diseducativo ed eticamente inaccettabile, ma anche incomprensibile dal punto di vista del business della comunicazione pubblica per i milioni di persone interessate e appassionate a seguire questi splendidi/e atleti/e e il loro coraggio che spesso a noi sembra mancare. Anche per una società politica e istituzionale impreparata e anche incapace a superare le barriere di movimento e di mobilità che troppo spesso bloccano queste persone (olimpionici e non) nella loro vita quotidiana e delle quali ci ricordiamo solo quando salgono su un podio per una medaglia e accendono l’Inno di Mameli, ma non quando rimangono bloccati fuori da un autobus perché mancante di scivolo. Non riuscendo ad accompagnarle in metropolitana o a teatro oppure alle toilette dei luoghi pubblici o a scuola per i più giovani. Nonostante questi successi Paralimpici facciamo ancora fatica, spendiamo troppo poco e serve allora un salto forte di servizi adeguati, di crescita culturale e pianificazione – progettazione architettonica (anche nello sport) oltre che di comprensione per quel messaggio forte che zampilla virtuoso – ancora una volta – da quei risultati immensi per farci accogliere la disabilità come “fonte della vita buona” per tutti, con il dono di iniezioni di consapevolezza, coraggio e speranza, anche per le illusioni dei – cosiddetti – “normodati“, se esistono.
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