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Dal Super Bowl una sfida culturale a Trump: l’America inclusiva di Bad Bunny

Lo spettacolo di Bad Bunny durante l’intervallo del Super Bowl ha avuto molto successo dal punto di vista di telespettatori. L’uso della lingua spagnola ha però adirato Donald Trump che ha giudicato lo show in termini molto negativi. (Foto) Bad Bunny (Conejo malo).

11 Febbraio 2026

Il Super Bowl non è soltanto l’evento sportivo più seguito negli Stati Uniti. È anche uno specchio dell’America, delle sue contraddizioni e delle sue tensioni culturali. Lo show dell’intervallo di Bad Bunny ha offerto molto più di musica e spettacolo mettendo in scena due visioni opposte dell’America, senza proclami, senza attacchi diretti, ma con un messaggio politico limpido per la sua semplicità.

Per la prima volta lo spagnolo, parlato da circa 600 milioni di persone nel mondo, ha occupato il centro del palcoscenico del Super Bowl. Non si è trattato di una concessione folkloristica, divenendo la lingua principale dell’esibizione. Nei precedenti halftime show lo spagnolo era comparso solo in frammenti, spesso inglobato in un contesto anglofono dominante. Bad Bunny ha fatto il contrario portando sul palcoscenico mondiale la sua lingua, lo spagnolo del Porto Rico, con la sua cultura e la sua identità, senza tradurle né attenuarle. Una scelta che ha irritato parte del mondo conservatore che non si rende conto che negli Usa lo spagnolo è parlato da quasi quarantacinque milioni di abitanti, anche se, ovviamente l’inglese è la lingua dominante. Da ricordare anche che gli Usa riflettono un mosaico linguistico poiché si parlano 350 lingue, secondo il censimento americano.

Bad Bunny (Conejo malo), nato Benito Antonio Martínez Ocasio a Porto Rico nel 1994, non è una meteora della cultura pop. Il nome d’arte ha origine in una foto da bambino in cui Benito fu fotografato a una festa scolastica vestito da coniglietto. La foto lo ritrae con un’espressione arrabbiata e contrariata, tutt’altro che un coniglio dolce. Anni dopo, ripensando a quella foto, Benito scelse il nome Conejo malo. In pochi anni è diventato uno degli artisti più ascoltati al mondo, con record di streaming, tournée sold-out e un’influenza che va oltre la musica. La sua ascesa coincide con la crescente centralità dei latinos negli Stati Uniti, un gruppo che continua a crescere numericamente ma che resta spesso marginalizzato nel discorso politico. Non è un caso che la NFL abbia scelto Bad Bunny per un evento che i conservatori guardano con sospetto. La decisione della NFL di affidare lo spettacolo dell’intervallo a Bad Bunny riflette questo riconoscimento. Inoltre ci dice che i quattrini hanno anche influenzato la decisione poiché i latinos spendono meno nel football rispetto ad altri sport e sono meno legati alla tradizione della NFL. Lo show è stato dunque un investimento economico, che ha cercato allargare il pubblico. I 140 milioni di telespettatori ci confermano questo successo anche se lo spettacolo si è trasformato in qualcosa di più profondo.

La National Football League ha scelto Bad Bunny per lo spettacolo dell’intervallo del Super Bowl per ragioni economiche. I latinos preferiscono gli altri sport e la presenza di Bad Bunny mirava ad attirare  e ampliare fan ispanici. Allo stesso tempo si tratta di una scelta coraggiosa a causa del clima tesissimo causato dalle retate dell’Ice.

La scelta di Bad Bunny ha riflesso anche il coraggio perché contrasta con il clima politico in cui versa il Paese. Trump non ha gradito ovviamente. Nella sua piattaforma Truth Social ha detto che lo spettacolo è stato “terribile” e che non si capiva nulla. Trump non è grande fan di opera perché se lo fosse avrebbe un’idea che la lingua nell’arte penetra lo spirito anche quando le parole sono poco comprensibili.

Il momento più simbolico dello spettacolo è arrivato all’inizio, quando Bad Bunny ha pronunciato God Bless America, una frase che negli Stati Uniti è spesso monopolizzata da una visione nazionalista e ristretta del Paese. Ma Bad Bunny ha giustamente ricordato al mondo che la parola America va oltre i confini statunitensi. L’artista lo ha fatto subito elencando tutti i Paesi delle Americhe, dal Canada all’Argentina, includendo i Caraibi e l’America Centrale. Il messaggio era evidente: l’America non è solo gli Stati Uniti. È un continente, con una pluralità di popoli, storie e lingue. Una definizione che contrasta nettamente con la visione di Donald Trump. Per l’inquilino alla Casa Bianca “America” è sinonimo esclusivo di Stati Uniti e, spesso, di una specifica identità etnica e culturale che si rifà al passato e che esclude i notevoli contributi dei gruppi minoritari e immigrati che formano il mosaico americano.

Bad Bunny non ha usato toni aggressivi né slogan espliciti contro Trump. Non ha ripetuto la parola “ICE”, come aveva fatto agli Emmy per criticare l’Immigration and Customs Enforcement. L’ha sostituita con una frase semplice: “L’amore può battere l’odio”. Una scelta significativa. In un momento in cui la politica americana è dominata dalla paura — paura degli immigrati, ma anche paura del cambiamento, della perdita di status, persino tra molti bianchi — Bad Bunny ha risposto con la gioia. La sua performance era colorata, danzante, aperta. Nessuna retorica cupa, nessuna invettiva. Solo la rappresentazione della vera America che non si limita ad un gruppo razziale e etnico.

Bad Bunny nel suo spettacolo ha pronunciato la frase “God Bless America” tipicamente usata per riferirsi agli Stati Uniti. Nel suo caso però lo ha usato per definire i Paesi delle Americhe elencandoli tutti.

Il contrasto con il clima politico promosso da Trump è evidente. L’attuale presidente ha costruito gran parte del suo consenso sulla paura: paura dell’altro, del diverso, dello straniero. Ma questa paura non colpisce solo gli immigrati. Colpisce anche molti americani bianchi, convinti che l’inclusione altrui comporti automaticamente la loro esclusione. Bad Bunny ha ribaltato questa logica senza nominarla, mostrando che l’identità non è un gioco a somma zero.

Lo show del Super Bowl non è stato un comizio e proprio per questo è stato efficace. Bad Bunny non ha “attaccato” Trump. Infatti non lo ha neppure citato, facendo però qualcosa di più sottile e più potente: ha mostrato un’America che esiste già, anche se spesso viene ignorata o demonizzata. Un’America bilingue, multiculturale, continentale. Un’America in cui l’arte può inviare un messaggio politico senza diventare propaganda. In questo senso, lo spettacolo di Bad Bunny rappresenta una sfida diretta alla narrativa trumpiana. Non attraverso lo scontro, ma attraverso l’esempio. Due visioni dell’America si fronteggiano: una chiusa, impaurita, ossessionata dai confini; l’altra aperta, inclusiva, consapevole della propria complessità, ricca di ottimismo e gioia. Il Super Bowl ha offerto il suo palcoscenico a questa America. Bad Bunny ha colto l’occasione. Trump, ancora una volta, è rimasto sullo sfondo, sconfitto non da un attacco, ma da una canzone. Bad Bunny non ha solo suggerito la pochezza di Trump: ha anche suggerito la grandezza dell’America.

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Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della National Association of Hispanic Publications.

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