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Mondo

Fine della politica nell’era dell’unilateralismo armato sui bordi del vulcano globale

di Luciano Pilotti

La forza delle armi che incatenano Liberalismo, Costituzionalismo e Diritto Internazionale per democrazie fragili

5 Marzo 2026

Dopo l’epoca dell’ “esportazione della democrazia” – sempre fallimentare (Iraq, Afganistan, Libia) – ci si avvia all’ epoca dell’ “importazione delle oligarchie“. Di questo il modello Trump sembra una novità certo non virtuosa in un quadro di rude unilateralismo che sembra “inseguire” le scelte di “Grande Israele” di Netanyahu. Il punto di congiunzione “vizioso” di questo primo anno di Trump e della devastazione di Gaza con Israele in risposta al pogrom del 7 ottobre è l’implosione della politica che delega alla forza la soluzione delle controversie internazionali. Innescando una instabilità pericolosa di tutto il Medio Oriente che si vorrebbe pacificare e che potrebbe avere effetti devastanti oltre che sulle persone anche sugli equilibri energetici globali e in particolare di caduta delle borse e di esplosione dei prezzi di petrolio e gas se la capacità produttiva e logistica dell’Iran dovesse bloccarsi. Ma intanto Hormuz è bloccato. Soprattutto nella totale incertezza degli obiettivi tra “regime change” (voluto da Israele) e “regime oil crash” (per “l’oil global dominance” degli USA con i petrolieri sunniti anche in chiave anti-Cina) per fermare la proliferazione nucleare dell’ Iran che da conflitto regionale rischia di essere innesco di una crisi globale legandosi l’attacco all’Iran all’aggressione russa all’Ucraina. Dividendosi peraltro sugli interessi petroliferi per Trump e sull’espansionismo di Netanyahu con le monarchie “sunnite” del Golfo e del Mar Rosso Di fatto assistiamo alla distruzione di ordine e alleanze (Nato compresa) nel caos con Trump che non solo si libera delle “regole costituzionali del Liberalismo“, dell’architettura della “divisione dei poteri” (non informando il Parlamento) ma anche dell'”autocontrollo del realismo“. Architravi della Civilization che dovrebbero suggerire cautela e – soprattutto ora – dosi di multilateralismo  in particolare alla massima potenza militare globale che invece sembra affidarsi totalmente ad una presunta autosufficienza della forza e di invulnerabilità alle reazioni degli avversari tra minacce e fragili negoziati con un “realismo performativo”. Il risultato di questa equazione esplosiva è di un esito altamente incerto perché “produce caos a mezzo di caos” pensando di “lucrare” sulla destabilizzazione globale. Esperimento mai dimostrato nella storia umana. Del quale sfugge infatti la ratio fondante. Per ora assumiamo una logica dove la Storia si pensa tracciabile solo dalla forza e a favore del soggetto dominante e dove razionalità negoziale e reciprocità nella responsabilità non sembrano avere più alcun senso condiviso, di fatto espellendo i “popoli e loro rappresentanze parlamentari” dal quadro decisionale. Appunto dismettendo le Regole del Diritto Internazionale, perdendo lumi sul presente e sul futuro e navigando a luci spente nella notte. Regole internazionali che sono le uniche ad assicurare un equilibrio dinamico alle controversie globali con gli strumenti della diplomazia e del dialogo, corroboranti anche per la competitività economica e commerciale planetarie. Spingendo l’America alla fibrillazione del suo storico “nevroticismo strategico” tra dialogo e potenza della forza nell’illusione isolazionista e di nazional-populismo sovranista da presunta auto-sufficienza. Ma, smentita dal crollo delle borse e dall’escursione dei prezzi petroliferi e ora costretta a chiedere supporti agli alleati seppure in una chiave difensiva di Giordania e agibilità del Golfo. Con Macron, Starmer e Merz disponibili ad offrire le proprie basi in chiave di supporti, purché “difensivi” e con la Francia ad aprire l’ombrello nucleare a 8 paesi europei: Germania, Belgio, Polonia, Paesi Bassi, Danimarca, Grecia, Svezia. Un “gruppo di Volonterosi allargato” e unito dalla deterrenza nucleare di Macron e Starmer. Con l’ Italia che vi rinuncia per ragioni non chiare. Quindi una Europa in ordine sparso e incerta sul da farsi e come, con chi, ma che potrà ripartire solo da una qualche “unità della forza di deterrenza” come dal “Teorema di Macron” o anche nella chiarezza del coraggio di Sanchez? Anche per provare ad attenuare “il contraddittorio isolazionismo del Maga-trumpismo” costretto oggi a richiedere supporto proprio a quegli “alleati” fino a ieri negati o infangati se non ridicolizzati. Perché non dimentichiamo come europei la Storia tragica del ‘900 di due Grandi Guerre Mondiali (anche con migliaia di morti americani) che ci ha insegnato a risolvere le controversie internazionali con dialogo, collaborazione e diplomazia e coinvolgendo i Parlamenti come “megafoni” dei rispettivi popoli. Trump ci sta segnalando con Netanyahu (e con lo stesso Putin) che oggi le controversie internazionali invece si “riducono con la guerra” e – controintuitivamente – bypassando i Parlamenti e quindi escludendo i popoli. Eppure, oggi Trump informa Macron sul teatro emergente: quindi non più “isolazionista”(forse)? L’incendiario clima pre-1914 ci dovrebbe aver insegnato cosa potrebbero essere oggi i neonazionalismi-sovranisti ammantati da personalismi atti a proteggere solo la propria sopravvivenza politica, di potere e familistica o geo-strategica (risorse energetiche, commerci, terre rare) nel quadro dell’oggi di una “diplomazia transazionalista-immobiliarista”. Ma allora dopo terribili 30 anni dalla Repubblica di Weimar avevamo ancora piccoli stati molto frammentati che cominciavano a riaggregarsi sotto le minacce sovietiche a partire dal 1947. Trump e Netanyahu (come anche Putin) – ora come allora – vogliono “prevenire la pace con la guerra” sventolando la potenza di fuoco disponibile, che è un ossimoro terribile. Una guerra non popolare negli USA in coerenza con la caduta del consenso a Trump. Anche perché emerge con forza il peso di interessi di parte, familistici e di business nel forzare la propria sopravvivenza politica anche con la teatralizzazione del consenso globale (in assenza di quello locale) come con il “Board of Peace“, sempre più “Board of War”. Qui l’Unione Europea non può accontentarsi della propria irrilevanza ma prendere nelle mani il proprio destino e rinsaldare intanto i “Volenterosi” con Macron , Merz, Tusk (Sanchez unico dissenziente sull’ operazione militare di aggressione) e le piccole monarchie baltiche, che con Starmer possono ri-occupare lo “spazio delle regole” in un mondo totalmente sregolato a partire dai loro Parlamenti per riaffermare l’offerta di alcuni “codici di regolazione globale“. E soprattutto una concertazione ex ante e non ex post (dopo che i missili sono usciti dalle gabbie) come ragionevolezza e buon senso vorrebbero. E il Governo italiano che ne pensa dell’attacco USA-Israele all’Iran (informato dopo e dalle TV globali o dai talk show) e della risposta iraniana ai vari emirati del Golfo e ormai anche nel Mediterraneo? O della risposta di attacco al Qatar che ora blocca le nostre forniture di gas? Cosa dice sull’ “affievolirsi dei legami” Transatlantici e di una Nato essa stessa divisa dagli eventi (Turchia docet)? Lo sbriciolamento di questi legami e anche di quei presunti rapporti privilegiati tra “Giorgia e Donald” lascia l’Italia sospesa nel vuoto del silenzio. Ora, intanto, possiamo vedere all’interno dell’ Iran una “scelta di continuità” con il figlio di Kamenhei eletto a “Guida Suprema”, ma anche una divisione (per ora quasi-pacifica ma sotto la pressione armata) in Iran tra ” lealisti” e “oppositori” e potrebbe essere un “buon segnale” su ciò che potrebbe succedere nel dopo. Perché l’orizzonte è provare a “superare” gli infernali 47 anni di oligarchia teocratica sanguinaria che ha schiacciato con il tallone rovente il popolo iraniano, le sue donne e gli oppositori dal 1979 contro la “modernità del satana occidentale” nell’oscurantismo culturale di un regime totalitario. Sapendo che solo il popolo iraniano potrà e dovrà decidere del proprio futuro dandosi regole minime di convivenza tra opposti schieramenti provando a condividere l’avvio di un “gioco democratico” nella responsabilità e nel rispetto della dignità delle persone e dei diritti civili e umanitari. Provando a definire una leadership laica che possa governare la transizione che non sarà breve. Facendo chiarezza all’esterno sui rapporti tra l’Iran e gli eserciti proxy (Hamas, Hezbollah e Houthi) del terrorismo globale. Favorendo la crescita di una leadership collettiva capace innanzitutto di fare chiarezza anche sul proprio futuro nucleare che si auspica possa essere per scopi civili. Ma questa “narrazione progressista” potrebbe reggere solo se la Repubblica Islamica non sopravvivesse alla Guida Suprema. Con quale (bassa) probabilità? A meno che la “mossa penetrativa” di terra dei Curdi Iracheni (sempre usati come “popolo cuscinetto” dall’ Occidente negli ultimi 100 anni) possa legarsi ad una opposizione interna destabilizzando la “sacra unità” dell’Iran scavando nei suoi confini interni, sollecitati ovviamente dagli USA e forse uniti (anche) a truppe d’assalto americane. Un esito che vuole spingere una sollevazione interna che proverebbe a “scomporre” l’Iran con l’obiettivo del caos de-costruttivo come leva di implosione definitiva della teocrazia iraniana?

 

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