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Oltre le bombe: la guerra cognitiva colpisce il sistema nervoso digitale dell’Iran
Dai bombardamenti ai blackout digitali, il conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran mostra come oggi la guerra si combatta anche e soprattutto sul terreno invisibile delle reti, delle piattaforme e delle narrazioni.
A pochi giorni dall’offensiva lanciata da Stati Uniti e Israele contro l’Iran, è evidente che le operazioni contro le infrastrutture digitali contano ormai quanto i raid aerei. Intervenire sulle telecomunicazioni, bloccare media di informazione, compromettere app utilizzare ogni giorno da milioni di persone significa colpire il sistema nervoso tecnologico di un intero Paese.
L’obiettivo della guerra cognitiva non è soltanto danneggiare reti o server, ma limitare la comprensione degli eventi, rallentare le decisioni politiche e militari, creare confusione nella popolazione e guadagnare tempo sul piano strategico.
Il caso informativo su X tra video falsi, IA e spunte blu
Come prevedibile, la disinformazione ha trovato terreno fertile sulle piattaforme digitali. Su X, pochi minuti dopo l’annuncio degli attacchi, sono comparsi centinaia di post con milioni di visualizzazioni che amplificano spezzoni di videogiochi per bombardamenti reali, immagini generate dall’intelligenza artificiale e affermazioni infondate sulla localizzazione delle esplosioni.
L’attribuzione di questi contenuti è spesso incerta, ma i post più condivisi vengono spesso da account dotati di spunta blu, inclusi account pro-Trump o che impersonano l’Ayatollah Arafi. Non a caso, nel dicembre 2025 l’Unione Europea ha multato X per 120 milioni di euro in violazione degli obblighi di trasparenza previsti dal Digital Services Act, tra cui non aver garantito controlli adeguati sull’identità di chi si abbona per ottenere la spunta blu.
Anche il chatbot Grok è stato accusato di aver amplificato informazioni errate sul bombardamento di una scuola a Minab, dimostrando come i modelli generativi, se non adeguatamente addestrati, possano trasformarsi in moltiplicatori di confusione.
Scene simili si erano già viste all’inizio della guerra in Ucraina e del conflitto tra Israele e Hamas, con contenuti che cercano di ottenere popolarità e guadagni economici. In questo scenario, persino i mercati predittivi diventano parte del disordine informativo. In prima pagina sul sito Polymarket campeggia la scommessa sulla caduta del regime iraniano entro il 30 giugno, mentre su Kalshi si scommette sull’uscita di scena di Ali Khamenei, con oltre 5 e 54 milioni di dollari puntati rispettivamente. Al di là dell’esito, queste cifre riflettono sia la percezione di fragilità del regime sia la spettacolarizzazione di scenari drammatici trasformati in oggetto di speculazione.
La guerra delle narrazioni per riempire il vuoto
La riduzione dell’accesso a internet in Iran ha creato un vuoto informativo che diversi attori stanno cercando di colmare a proprio favore. Gli Stati Uniti hanno puntato sull’immagine di intervento volto a liberare e a neutralizzare la minaccia nucleare iraniana. Tuttavia, sembrano mancare prove significative che dimostrino la ripresa del programma nucleare. Dall’altra parte, i media di Stato iraniani hanno diffuso immagini di bambini uccisi attribuendo la responsabilità agli attacchi americani, mentre la Russia ha parlato di un’aggressione pianificata e non provocata e Israele ha ribadito di aver colpito esclusivamente obiettivi miliari.
Il parallelismo con il Venezuela sorge spontaneo: anche lì interruzioni di energia elettrica, telecomunicazioni e servizi digitali sono state utilizzate per ostacolare il governo e minare la fiducia pubblica nelle istituzioni.
Un episodio emblematico è l’attacco del primo marzo all’app BadeSaba, scaricata da milioni di utenti per consultare gli orari delle preghiere. L’app è stata compromessa e ha inviato notifiche che invitavano le forze armate iraniane a deporre le armi e unirsi ai civili. Colpire, in pieno Ramadan, uno strumento usato per organizzare la vita religiosa ha avuto un forte impatto psicologico, puntando a mobilitare una parte della popolazione osservante – e quindi presumibilmente filogovernativa – non solo creando disservizi tecnici, ma insinuando dubbi sulla stabilità del regime, colpendo la sua legittimità e l’identità collettiva.
La strategia iraniana nel cyber spazio
Questo tipo di dinamiche non è ignoto all’Iran; già durante le proteste di gennaio, il regime ha risposto con un blackout di internet mentre online circolavano contenuti manipolati diffusi da bot e account inautentici. Le campagne coordinate di disinformazione – attribuite di volta in volta al regime, ai suoi oppositori o ad attori esterni – mostrano quanto sia difficile stabilire responsabilità chiare.
L’Iran dispone di un ampio ecosistema di cyber gruppi: almeno una dozzina collegati al regime, responsabili di decine di campagne solo nel 2025 e dotati di diversi livelli di sofisticazione, obiettivi e vicinanza al regime. Alcuni si presentano apertamente come vicini al governo, altri operano come proxy indipendenti, consentendo allo Stato di beneficiare delle loro azioni senza rivendicarle formalmente. Le tecniche spaziano dall’hacktivism alla diffusione di malware, dal phishing allo spionaggio, fino alle interferenze elettorali e alla guerra psicologica quotidiana. Più che puntare a un’escalation improvvisa, questa strategia mira a mantenere la tensione costante.
Una lezione che va oltre l’Iran
Quanto sta accedendo dimostra che il dominio digitale è ormai un vero campo di battaglia delle crisi internazionali. A pagarne il prezzo più alto è la società civile: tra blackout imposti dal regime, manipolazioni informative e sabotaggi esterni, cittadini e attivisti restano isolati, privati di strumenti di comunicazione in un contesto in cui i media sono già fortemente controllati.
Le implicazioni superano dunque i confini iraniani e invitano a pensare le infrastrutture digitali con sistemi di backup e capacità di ripristino rapido per prepararsi scenari di guerra ibrida, sempre più diffusi in un mondo interconnesso.
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