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Italia

Ci raccontano che tutto è sotto controllo. Questo è il problema

di Fabio Cavallari

Nelle città crescono tensioni, i dati economici pesano, il mondo si muove. Eppure il racconto resta identico: tutto è sotto controllo. Non è la realtà a essere stabile, è il modo in cui viene raccontata a impedirci di vederla per ciò che è.

13 Aprile 2026

Nelle città crescono tensioni, i dati economici pesano, il mondo si muove. Eppure, il racconto resta identico: tutto è sotto controllo. Non è la realtà a essere stabile, è il modo in cui viene raccontata a impedirci di vederla per ciò che è.

Nelle ultime ore è successo di tutto. Episodi di sicurezza nelle città, tensioni internazionali, dati economici che continuano a pesare nella vita quotidiana. Il discorso pubblico però sembra ripetere: è tutto sotto controllo. Non importa di cosa si parli. Governo, opposizione, analisti, commentatori. Cambiano i toni, cambiano le posizioni, ma il risultato è lo stesso. Nulla esce davvero dai binari. La sicurezza diventa percezione. L’economia diventa fase. La guerra diventa scenario. Non è una manipolazione. È un modo di stare dentro la realtà senza lasciarla mai esplodere. E magari, tentare un freno a mano nella comunicazione, in modo tale che lo sguardo volti altrove. Inderogabilmente. Così ogni problema viene immediatamente ricondotto a una forma gestibile. Non si nega. Si contiene. È questo che colpisce. Non c’è più quasi mai un momento in cui qualcosa appare fuori controllo. Anche quando lo è. Anche quando i segnali sono evidenti. Anche quando le contraddizioni si accumulano. Tutto viene riportato dentro una narrazione stabile. Perché è necessario. Un sistema politico non può permettersi il vuoto. Non può lasciare che una tensione resti aperta troppo a lungo. Deve riempirla, organizzarla, darle una forma. Il risultato è un equilibrio continuo, che non nasce dalla soluzione dei problemi, ma dalla loro narrazione. Non si risolve, si accompagna. Non si rompe, si mantiene. È un modello che, seppur a stento, ancora funziona. Evita gli strappi, riduce il conflitto, abbassa l’intensità. Non quella tra maggioranza ed opposizione, bensì quella tra alto e basso, tra popolazione e classe dirigente. E funziona anche perché ha modificato il modo in cui percepiamo la realtà. Non cerchiamo più ciò che cambia. Cerchiamo ciò che tiene. E questo produce un effetto preciso. Non ci sono più punti di non ritorno. Ci sono solo situazioni da monitorare. Una vicenda complessa, politica, internazionale, si riduce a un dettaglio. Le scarpe. Il modo in cui si presenta. Il corpo. Non è un errore. È un modo per non vedere il resto. Perché il resto è troppo grande, troppo contraddittorio, troppo difficile da tenere insieme. Il dettaglio, invece, è perfetto. Si commenta, si condivide, si discute. Tiene tutto dentro un perimetro piccolo, gestibile. Sposta lo sguardo. E mentre lo sguardo si sposta, tutto il resto resta dov’è. La tensione, la complessità, il conflitto. Ma non si vedono più. E allora sì, è tutto sotto controllo. Non perché lo sia davvero. Perché siamo affetti da uno strabismo dello sguardo.

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