Mondo

La Terza Guerra del Golfo e vent’anni di disordine internazionale

4 Marzo 2026

La drammaticità e gli effetti a lungo termine, non solo sulla scala regionale ma sul complesso delle relazioni internazionali, del nuovo fronte di guerra Iraniano che potrebbe configurarsi come una sorta di Terza Guerra del Golfo, meritano un riflessione.

Ma occorre provare ad assumere una prospettiva storica alla genesi di un approccio e di una politica che ha caratterizzato l’occidente degli ultimi 25 anni. La contemporaneità della guerra in Ucraina consente di ritornare a un episodio lontano nel tempo ma simbolico e significativo:

Il 1 Agosto 1991 il presidente USA G.Bush Senjor, preoccupato per gli inequivocabili segnali di un rischio di implosione dell’Unione sovietica, (che si sarebbe dissolta a dicembre dello stesso anno) mentre era appena agli inizi la guerra nella ex Jugoslavia, in un discorso al parlamento di Kyiv (l’ Ucraina allora era dotata di un importante arsenale nucleare) avvertiva la preoccupazione  e la contrarietà degli USA nella fase di transizione post guerra fredda  per l’espansione di nazionalismi suicidi basato sull’odio etnico e i rischi dell’avvento di nuovi dispotismi.

Il presidente americano era reduce da pochi mesi dalla vittoria nella Prima guerra del golfo contro l’Iraq combattuta con un alleanza militare di 35 paesi autorizzata dalle nazioni unite, ma si era ben guardato dall’abbattere il dittatore di Baghdad, ottenendo il ritiro delle truppe irachene dal Kuwait e l’imposizione di una no flly zona. Una lettura che teneva conto senza approcci inutilmente trionfalistici, consapevole della stabilizzazione che i regimi arabi spesso quelli amici della potenza sovietica in crisi, avevano sin qui svolto nell’area.

La cautela diplomatica di Bush senjor in quegli anni non piacque in patria ma il tempo ha dato ragione a lui e torto ai presidenti che si sono succeduti. Era un approccio condiviso da ambienti e analisti americani tra tutti Samuel Huntington consigliere dell’ex presidente Jimmy Carter, direttore degli Studi strategici e internazionali di Harvard, che su Foreign Affairs due anni dopo, in un articolo e poi diventato un testo fondamentale come The Clash of Civilisations, dava una lettura e un previsione preoccupata.

Secondo Huntington la fine dell’ordine bipolare non stava affatto dando luogo a un mondo più libero e riappacificato (come sostenevano gli ideologi neoliberisti) ma stavano riemergendo conflitti e linee di fratture soprattutto identitarie culturali e religiose fra paesi che rispecchiavano anche i confine delle vari civiltà del mondo contemporaneo.

Convinto che si stesse profilando una de-occidentalizzazione legata alla crescita demografica in particolare del mondo islamico della Cina e del sud est asiatico, gli USA e l’occidente avrebbero dovuto rendersi conto di essere solo una delle civiltà, non La Civiltà  e in un ottica neoisolazionista, attrezzarsi a difendere la propria identità e valori di libertà nei propri confini, valori che non sono e non sarebbero mai stati condivisi da tutti.

La storia e le scelte politiche delle successive presidenze USA e dell’occidente andarono in tutta altra direzione, e si apri un decennio dove la narrazione e l’ideologia e le politiche delle istituzioni internazionali sposeranno le tesi della amplia diffusione del capitalismo globalizzato che avrebbe rappacificato il mondo sotto la inarrestabile diffusione dell’ ordine politico liberaldemocratico liberista e culminato con abolizione di ogni residuo di regolamentazione finanziaria dell’era Roosevelt e con l’adesione della Cina al WTO nel dicembre del 2001.

Il tutto sottovalutando, dopo la fine dell’ equilibrio tra i blocchi, il progressivo ampliarsi negli anni 90, di aree di crisi non più  governate, dal conflitto nei Balcani, alla guerra civile in Algeria, dalle guerre in Congo e Rwanda al corno d’africa, all’ampia diffusione dell’islamismo radicale in Medio Oriente.

Lo shock provocato dall’attentato dell’ 11 settembre 2001 e la conseguente guerra al terrorismo iniziata con l’invasione dell’Afghanistan alla caccia di Bin Laden e della rete di Al Qaida, divenne cosi l’occasione per la presidenza USA, tornata repubblicana, a dare a quella visione egemonica una connotazione più militare e aggressiva ma coerente a quella fin qui perseguita da Clinton

Visione che trovò un completamento nel tentativo di G. W. Bush figlio di ridisegnare l’intero scacchiere mediorientale, provocando un cambio di regime, abbattendo Saddam Hussein in un operazione militare che avrebbe dovuto rappresentare l’ esempio di come con una semplice spallata a dei regimi dittatoriali, la democrazia  politica avrebbe trionfato nella regione. Sappiamo come è andata a finire.

Chiusa velocemente l’invasione dall’estate del 2003, l’Iraq sprofondò  in una spaventosa guerra civile terroristica prima contro l’ occupante americano ma poi coinvolgendo la popolazione civile. Una guerra diffusa tra i vari gruppi tribali etnici e religiosi, tra sunniti e sciti e parte consistente delle esercito iracheno dissolto.

L’ Iraq divenne il terreno di confronto tra potenze regionali e i loro servizi segreti, la guerra a distanza tra sauditi e Iran e attirò  come una carta moschicida i militanti del radicalismo islamista violento in una crociata contro gli americani invasori.

Mentre la transizione alla democrazia si trasformava in una lotta tra fazioni rivali, una parte dei quadri dell’esercito iracheno offri la base materiali ai terroristi islamisti dell’ISIS che diedero vita al califfato nero tra il 2013 e il 2019.

Nel 2011 mentre Bin Laden veniva alla fine scovato ed eliminato non in Afghanistan ma in un rifugio bunker a poca distanza dalla accademia militare del Pakistan, potenza nucleare e ambiguo alleato degli USA,  nonostante l’evidente difficoltà  e il fallimento della strategia americana gli occidentali e la Nato protagonisti Francia e Gran Bretagna, ripeterono nel 2011  lo stesso copione in Libia.

Avallando una lettura sbagliata della natura delle rivolte delle cosiddetta primavera araba, provocarono la caduta e l’ uccisione del colonnello Gheddafi da parte di clan libici in rivolta. Da li a poco il paese subì un completo dissesto della sua entità statuale, diviso in scontro tra fazione tribali militari civili tra Tripoli e la Cirenaica, infiltrato da altre potenze dove ancor oggi gli equilibri e la transizione democratica appaiono fragilissimi.

A completare il quadro del ripetersi di un copione sbagliato le simpatie e il sostegno iniziale soprattutto del segretario di stato Hillary Clinton alle rivolte contro il regime di Assad in Siria, salvo rendersi poi conto che il grosso delle rivolte non era alimentato dalla debolissima opposizione democratica ma dalle numerose sigle del radicalismo islamista che culminarono nella nascita dell’ Isis in parte del territorio siriano, distrutto dalla guerra civile.

Il califfato islamico dell’ISIS fu lo sponsor e il mandante della serie di sanguinosi attentati terroristici in europa tra il 2015 e il 2017 culminati con la strage del Bataclan a Parigi, fino alla nascita di una coalizione internazionale  che pose fine al Califfato con un nuovo intervento militare nell’area  fino al 2019.

In pratica, non solo dopo l’intervento l’Iraq a fatica è  riuscito a ristabilire la stabilità economica precedente la guerra mentre quella politica e sociale è  tuttora debole, ma gli effetti di quell’ intervento e dei sommovimenti che ha determinato direttamente o indirettamente in altri paesi, sono stati alla base del completo dissesto geopolitico dell’area e hanno consegnato di fatto una delega in bianco, il pretesto e un rinnovato arbitrio alle grandi potenze e quelle medie e regionali a decidere di intervenire per proteggere o ampliare i propri interessi strategici.

Ci si è molto focalizzati nel dibattito pubblico sulla eticità e legittimità o meno  dell’intervento armato ma senza riflettere che a prescindere da quest’aspetto, era ormai dai primi anni del duemila che osservatori analisti, responsabili di ong e  osservatori internazionali – Amy Chua, Yale University: L’’età dell’odio 2002, Fareed  Zakaria, Democrazia senza libertà  2003 – mettevano in luce come in molti paesi era la politica stessa di esportazione astratta e decontestualizzata di libero mercato e modelli “democratici” a generare e acuire conflitti anziché risolverli.

Esportando un modelli di capitalismo che gli stessi paesi occidentali avevano abbandonato più di un secolo prima, in assenza di un esperienza precedente e di una stratificazione dello stato di diritto, di bilanciamenti tra i poteri e di meccanismi compensativi di welfare e di redistribuzione del reddito, quel modello diventava nella reale applicazione in molti paesi poveri e fragili, socialmente e politicamente esplosivo e le elezioni una sorta di resa dei conti tra gruppi rivali volti all’accaparramento e spartizione delle risorse.

L’assenza di una riflessione e di una valutazione condivisa con i soggetti internazionali dell’esito dell’avventura irachena ha fatto si che il successivo cambio di rotta con Obama e Trump della politica americana è stato letto non come occasione per rilanciare un diverso approccio delle relazioni internazionali, ma solo come occasioni di rivalse delle altre superpotenze  dall’altro per acquisire o riprendersi un ruolo di egemonia e di interesse strategico in alcune aree.

Solo cosi può  spiegarsi l ‘abbaglio colossale preso da Putin con l’invasione dell’ Ucraina, sottovalutando la reazione ucraina ma soprattutto contando, dopo il ritiro mal gestito dall’Afghanistan, che gli USA e l’Unione Europea, chiamata in causa direttamente sulla comune area geopolitica di appartenenza,   non sarebbe fortemente intervenuti in difesa della sovranità democratica di Kyiv.

Il tutto mentre la Cina sta sfruttando sapientemente il vantaggio competitivo, armandosi, estendendo la propria egemonia, ma guardando e lasciando fare gli errori e le debolezze degli altri.

In questi più di 20 anni di caos, i conflitti sono aumentati, la strategia di un nuovo ordine è andata in crisi e ha trovato avversari nelle altre superpotenze. Le aree di crisi sono tutte aperte e non risolte, apparentemente sembra che il fulcro degli interessi strategici si stia spostando sull’ indopacifico e nel confronto con la Cina. Due processi, accelerati dalla vicenda ucraina, sembrano preannunciare futuri conflitti: la spinta a dar per scontato ormai una militarizzazione delle relazioni e una polarizzazione tra occidente e regimi autocratici.

Se questo ultimo intervento è  stato promosso da USA e Israele che cerca la resa dei conti con il regime di Teheran – alleato e fornitore di sistema d’armi alla Russia e con cui condivideva insieme alla Cina e all’India le rappresentanze nell’area dei Brics e del cosiddetto sud globale- e ritenuto l’istigatore ultimo del 7 ottobre, aleggia comunque un clima da redde rationem finale anche nello storico scontro tra Teheran e le monarchie sunnite del Golfo in primis l’ Arabia Saudita che si mostrano sommessamente compiaciute e probabilmente hanno appoggiato la scelta di intervento “preventivo”.

Perché  questa coazione a ripetere gli stessi comportamenti ? Con le stesse rischiosissime strategie?In base a quali valutazioni gli apparati americani e israeliani  pensano che a Teheran sarà diverso rispetto a dinamiche avvenute in precedenza?

A meno che, ma non è  dato saperlo nemmeno da indiscrezioni, non si speri di trattare con i pasdaran una sorta di soluzione badogliana, una transizione in cambio di garanzie e impunità  con la parte meno compromessa del regime.

Difficile elaborare previsione a medio termine anche per la sostanziale impossibilità di prevedere come sarò redistribuito il potere tra gli stati e le super potenze nucleari, quali saranno le determinanti geopolitiche fondamentali e quali le alleanze principali.

L’eredità  politica che pesa in negativo ai giorni nostri è la sostanziale assenza di un forum, di una camera di compensazione,  di un luogo di confronto dove verificare e rivedere valutare il peso delle effetti il senso delle scelte e delle politiche compiuti dai vari attori sullo scacchiere internazionale.

Occorrerebbe probabilmente il coraggio di sperimentare un cambio di paradigma e rimettere al centro una rinnovata politica basata sul multilateralismo che riconosca il tema della tutela della sicurezza dei singoli stati e potenze ma rilanciando un nuovo dialogo: interessanti da questo punto di vista la proposta del Centro internazionale Olof Palme di Stoccolma:
Il rilancio di alleanze regionali e continentali, come l’Unione Africana, la Comunità degli Stati America Latina, l Consiglio di Cooperazione del Golfo e l’Associazione delle Nazioni del Sud-Est Asiatico, per sviluppare quadri di riferimento che incorporino principi di sicurezza comune e costruire strutture che possano mediare e costruire la fiducia tra le parti antagoniste.
-L’istituzione di regolari Conferenze sulla sicurezza delle Nazioni Unite, seguendo il modello della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC) e della Conferenza delle Parti (COP).

In un mondo sempre più multipolare, i conflitti e le emergenze si riversano ormai nell’arena globale. La diplomazia e canali di comunicazione aperti tra i Paesi nemici sono più che mai vitali per impedire una escalation inevitabile dei conflitti.
L’intera area del golfo sembra avvolta in un ciclo storico che ricorda la nostra guerra dei trent’anni e non possiamo perciò che augurarci che le diplomazie,oltre le armi,lavorarino affinchè le dinamiche non sfuggano di mano e non si trasformi in una nuova guerra totale e che un Iran al centro di una delle aree più strategiche del mondo, dal punto di vista energetico, commerciale, militare, possa tornare stabile e in pace a occupare il posto che merita nella comunità internazionale.

Commenti

Devi fare login per commentare

Accedi

Gli Stati Generali è anche piattaforma di giornalismo partecipativo

Vuoi collaborare ?

Newsletter

Ti sei registrato con successo alla newsletter de Gli Stati Generali, controlla la tua mail per completare la registrazione.