Pensioni? Centri per l’impiego? E se il deficit lo usassimo… Per la scuola?

18 Ottobre 2018

Il Rapporto Caritas Povertà in attesa recentemente presentato restituisce, con la forza dei numeri, una descrizione precisa e aggiornata della situazione italiana e su chi si rivolge oggi ai Centri di ascolto. Vediamoli, questi numeri.

In relazione al totale della popolazione italiana:

5 milioni 58mila

persone in povertà assoluta (in crescita rispetto ai 4mio 700k del 2016)

182%

aumento percentuale dei poveri assoluti dagli anni pre-crisi a oggi

 

In relazione all’utenza dei Centri Caritas:

60%

stranieri sul totale

famiglie con figli

 

50%

chi ha meno di 34 anni (2mio 320k persone), in aumento rispetto al 2016

 

42%

chi nel 2017 si è rivolto per la prima volta a un Centro

 

40%

chi NON dichiara di avere problemi lavorativi

chi presenta almeno TRE diverse problematiche tra: povertà economica, occupazione, casa, salute, problemi familiari, handicap/non autosufficienza, problemi di istruzione, dipendenze, problemi legati all’immigrazione

 

22%

chi si rivolge ai Centri da 5 anni e più (in aumento rispetto al 2016)

 

8%

chi presenta come UNICO problema la mancanza di un lavoro

percentuale di over65

 

Riassumendo.

Nella complessiva crescita di persone in difficoltà che si è avuta negli ultimi anni, sono aumentati e di molto i giovani e in proporzione agli anziani o pensionati (nella tabella la percentuale di giovani che non studiano e non lavorano, l’Italia nettamente il Paese UE dove il fenomeno è più grave);

 

Per una parte importante di queste persone il trovare lavoro non rappresenta, da solo, una soluzione.

In Italia, come altrove in Europa, cresce il fenomeno dei working poors, ovvero di coloro che, pur lavorando, non ce la fanno ad arrivare a fine mese (anche su questo la situazione italiana è tra le più critiche a livello europeo).

 

 

Per costoro, quindi, si rende necessario

a) trovare un lavoro meglio pagato e, quindi, tendenzialmente, per cui è necessaria una qualifica/formazione più alta;

b) intervenire anche sugli altri problemi (casa, salute, dipendenze, etc.), con la conseguente necessità di una regia e collaborazione fra più servizi.

Non a caso l’Italia, dopo la Romania, è il Paese europeo con il minor numero di laureati (e tra le nazioni dove più complicato e ritardato è il loro primo ingresso nel mondo del lavoro) e presenta un sistema di welfare  tradizionalmente poco abituato a intervenire in modo collaborativo e integrato.

 

In conclusione, un suggerimento all’attuale e prossimi Governi:

Scuola, università, servizi territoriali: sembrerebbero queste le leve più efficaci per contrastare oggi la povertà in Italia e dunque dove avrebbe più senso per lo Stato italiano “fare deficit“.

 

Perché WelfareForDummies: 70 anni di Welfare State (unico caso nella Storia umana) hanno prodotto un’Europa con livelli di tutele, salute e longevità con pochi eguali nel mondo, e, allo stesso tempo, con forti disuguaglianze geografiche, generazionali e sempre meno propensa a condividere le conquiste raggiunte con altri. Questa rubrica, dal titolo volontariamente provocatorio, nasce dalla convinzione che oggi, senza una diffusa reale e consapevolezza su come funzioni il welfare, da inclusivo esso rischi di diventare uno strumento di esclusione e disuguaglianza e i diritti diventino privilegi. Si tratta di temi complessi che qui non si vuole banalizzare, ma rendere più comprensibili. In fondo, rispetto al welfare rischiamo tutti di fare la figura degli stupidi.
TAG: deficit, Lavoro, povertà, scuola
CAT: Bilancio pubblico

2 Commenti

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  1. andrea-lenzi 2 anni fa

    Occorrerebbe anche smettere di finanziare la scuola/univ privata al fine di usare quei soldi per finanziare la pubblica.
    questo non avviene perché i politici vogliono i voti cattolici, che gli sarebbero negati.

    idem per l’enorme flusso di danari che ricaveremmo dal tanto atteso pagamento delle tasse dal vaticano, col quale potremmo fare tanto

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  2. blackstrider 2 anni fa

    Per carità, sacrosanto investire nella scuola, ma non so perché ho il presentimento che in futuro sempre più giovani meglio formati se ne andranno all’estero piuttosto che restare qua. In sostanza investire nell’istruzione non basta, bisognerebbe investire in molti altri ambiti, anche potenziare gli inutili centri per l’impiego, per avere un incontro più efficace tra domanda ed offerta!

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