Le aragoste soffrono, le seppie ricordano: che facciamo?

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31 Gennaio 2018

Il rapporto degli esseri umani con gli animali? Uno psicologo lo definirebbe “un rapporto oscillante”. Basti pensare al culto dell’orso nell’Europa preistorica. Al pantheon dell’antico Egitto, in cui gli dei e le dee avevano spesso anche raffigurazioni animali. Romolo e Remo venivano sfamati da una lupa, Zeus rapiva Europa dopo essersi trasformato in un toro bianco.

Nell’Europa del medioevo la forte valenza simbolica degli animali non veniva meno. Ma spesso si declinava in negativo. Molti animali totemici pagani venivano assimilati a creature demoniache. Il lupo diventava così un divoratore seriale di bambine, l’orso l’incarnazione del diavolo. Il corvo, che nell’antichità greco-romana era visto come un animale saggio e dalle capacità divinatorie, si trasformava in un uccello empio, simbolo del male. La civetta, l’uccello favorito di Atena, dea della sapienza, veniva relegata al bestiario infernale.

Nel 1640, in una lettera al teologo Marin Mersenne, Cartesio definiva gli animali “privi di ragione… automi”. Consolidando un processo che vedeva l’uomo come essere distinto dal mondo animale, superiore e unico. Sia nell’intelligenza, che in altre “capacità”, ad esempio quella di provare dolore. Verso la metà del XIX secolo il biologo Richard Owen descriveva il gorilla come “la più portentosa e diabolica caricatura di umanità che un cupo poeta abbia mai concepito o che un naturalista abbia mai osservato”. E l’Origine delle specie di Darwin, nel 1859, scatenò un vespaio di polemiche: in che modo l’evoluzione poteva legare un operoso gentiluomo della City a uno scimmione di una foresta africana (magari in una colonia di Sua Maestà britannica)?

Alla luce di tutto questo non è difficile capire perché, fino a pochissimo tempo fa, espressioni come “intelligenza animale” o “animali non umani” suonassero come degli ossimori. O che l’idea di riconoscere dei diritti agli animali sembrasse assurda. Ma le cose stanno cominciando a cambiare. Solo qualche esempio: mesi fa Gli Stati Generali si sono occupati di una storica sentenza di un tribunale argentino che ha riconosciuto il diritto dell’habeas corpus una scimpanzé, liberandola da una condizione di grande sofferenza. Dal 1° marzo in Svizzera sarà proibito immergere le aragoste vive nell’acqua bollente. E in Italia, l’anno scorso, la Corte di Cassazione ha stabilito che tenere le aragoste e gli astici con le chele legate sul ghiaccio costituisce reato di maltrattamento di animali.

Insomma, qualche passo avanti (seppur lento) si sta facendo. Merito anche degli studi, sempre più numerosi, sulle capacità cognitive degli animali. Due anni fa è uscito in Italia, per i tipi di Cortina Raffaello, “Siamo così intelligenti da capire l’intelligenza degli animali?” a firma del noto etologo e primatologo olandese Frans de Waal. Un libro con l’esplicito obiettivo di mostrare che non soltanto l’intelligenza animale esiste, ma che l’abbiamo scioccamente sottovalutata troppo a lungo.

Lo scorso ottobre, per i tipi di Mondadori, è stato pubblicato “Animali. Abilità uniche e condivise tra le specie”. Scritto a quattro mani da Cinzia Chiandetti, ricercatrice al Dipartimento di scienze della vita dell’Università di Trieste, ed Eleonora Degano, giornalista specializzata in zoologia, etologia e cognizione animale, il libro traccia uno stato dell’arte degli studi sulla cognizione animale. Studi realizzati da biologi, ma anche psicologi e neuroscienziati.

«Nel libro abbiamo scelto di dare spazio a molte specie che restano lontane dai riflettori perché meno carismatiche di cetacei e primati, ma che nelle condizioni adatte fanno sfoggio di strategie altrettanto affascinanti – dice Degano a Gli Stati Generali –.  Ci sono i bombi, che possono imparare una nuova tecnica mai usata prima semplicemente guardando un compagno che vi si cimenta. O le seppie, che sono dotate di memoria episodica: proprio come io ricordo che stamattina sono andata a fare la spesa al supermercato, anche una seppia associa un quando, un dove e un cosa a un evento del passato».

Nel libro emerge il concetto di intelligenza come un insieme di capacità affinate dall’evoluzione anziché una caratteristica unitaria. «Per questo dovremmo stare attenti quando stiliamo ‘classifiche’ dove noi troneggiamo al primo posto – continua Degano –. Siamo molto meno unici di quanto pensassimo. Per esempio, sempre più studi mostrano che i nostri neonati, proprio come i piccoli di altre specie, non nascono affatto con la famosa tabula rasa, ma con una serie di abilità innate e condivise per ‘leggere’ la realtà che li circonda. E non è poco».

Secondo Paola Fossati, ricercatrice presso l’Università degli Studi di Milano e membro dell’Ufficio del Garante per la tutela degli animali del Comune di Milano, potremmo trovarci all’inizio di un percorso che potrà implicare grandi cambiamenti. «Sapere ciò che gli animali sono, provano, pensano impone che sia loro dovuto un trattamento rispettoso – spiega –. I nostri comportamenti da qui in avanti dovrebbero essere coerenti con questa consapevolezza. Negli ultimi anni ci sono stati diversi interventi a favore della protezione e del benessere animale, a partire dalla rilevanza giuridica attribuita alla natura senziente degli animali. Ma per avere risultati concreti sarà importante che in molti sentiamo il dovere morale di adeguare non solo il pensiero ma anche l’agire alla conoscenza che ci viene fornita».

Per Federica Basaglia, professoressa di Filosofia morale all’Università di Ferrara, «le scoperte scientifiche sulle capacità cognitive, comunicative e relazionali degli animali sono state, e sono, importantissime per lo sviluppo dell’etica animale contemporanea e sicuramente rilevanti per la riflessione etica». La docente però mette anche in guardia sui rischi del considerare, pensando ai diritti degli animali, esclusivamente sulle loro capacità cognitive.

«Personalmente considero problematico far dipendere lo statuto morale dell’animale (e di conseguenza i nostri obblighi morali nei suoi confronti) dal fatto che questo possieda o meno capacità cognitive, affettive, relazionali o di altro tipo. È importante sapere che certi animali dispongono di capacità molto più sviluppate di quanto immaginavamo, ma questo non significa che siamo giustificati a continuare a trattare in maniera brutale quelli che non possiedono tali capacità». Difficile darle torto. Del resto, chi di noi può dire di radunare in sé tutte le forme di intelligenza?

 

 

 

 

Foto: Pixabay

TAG: biologia, capacità cognitive, Cartesio, diritti degli animali, etica, intelligenza animale, scienza, sentimenti, Vegetariani
CAT: Bioetica, Biologia

2 Commenti

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  1. paola-pitagora 3 anni fa

    Da anni non mangio l’aragosta – per i noti motivi – non dà gusto l’idea di tanta sofferenza. Non sono vegana, e non riesco a rinunciare al brodo di manzo. Ecco la contraddizione. Ho visto un video incredibile: una mano carezzava il ventre di un pulcino, che socchiudeva gli occhi e dopo si stendeva tutto e si addormentava. PROVANO PIACERE COME NOI e come si fa a mangiare una fetta di prosciutto quando ti fanno vedere i maiali ammassati in quel modo……troppo deve cambiare.

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  2. dionysos41 3 anni fa

    Darwin perse la fede quando con le sue ricerche scoprì la sofferenza del mondo vivente. La moglie non glielo perdonò, e aggiunse sofferenza alla sofferenza del marito per il male che scopriva nel mondo. E poi dicono che la religione dovrebbe addolcire la vita! Comì’è bene osservato nell’articolo, le religioni pagane avevano maggiore rispetto degli animali, di quanto non ne abbial il cristianesimo, o per non parlare della generale ripulsa dell’Islam. Aristotele distingue l’uomo dagli animali – e dai vegetali! – per il solo fatto che parla. Il che non significa che gli animali non comunichino tra loro. Il linguaggio è solo uno dei modi con cui i viventi comunicano tra loro, ed biologicamente caratteristica dell’uomo (sembra che nell’evoluzione gli organo fonatori si siano sviluppati appunto nella direzione che permette l’articolazione linguistica). Una delle idee più nefaste è stata la separazione di spirito e materia, pensiero e mondo. Come se il cervello non facesse parte del corpo. E come se un’elaborazione delle sensazioni fosse prerogativa solo dell’uomo. Il cammino è lungo. E’ probabile che anche la pianta che mangiamo soffra quando la strappiamo dalla terra. Le spiecie, vegetali e animali, si divorano l’un l’altra, e anche al proprio interno. Questo sconvolse Darwin. Una via per uscirne probabilmente non esiste. Ma esiste quella di non infliggere inutili sofferenze a nessuno. Anche il verme ha una sua identità. E quando lo infilziamo nell’amo per pescare soffre. Un biologo ha scoperto che una specie di vermi (non ricordo quale) è capace di cambiare il proprio comportamento e se si accorge che il terreno diventa troppo asciutto va alla ricerca di terra più umida. Riflettiamoci!

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