Tecnica di seduzione in tre punti. Pasta e Fagiolini Verdi

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9 marzo 2019

“Papà perché Elko non ti parla più?” dice lei. “Ciao, non riesco a rispondere in due parole alla tua domanda. Qui sono le 6.20. Come va?” Nei quattro mesi in cui Mariamedusa è stata via, date le nove ore di fuso orario mi alzavo presto per non escludere la possibilità di sentirci. Di solito era cosa di un paio di WhatsApp che partivano da me; a parte il primo complicato periodo e a parte le sue richieste, problemi o malinconie che portavano invece lei a scrivere per prima. “E perché vuoi saperlo?” dico io. “Perché sono qua da 56 giorni, ne mancano 95 e mi sento sola: non mi parlano in famiglia, non mi parlano i ragazzi a scuola. Mi vedo solo con gli studenti internazionali il sabato e la domenica” dice lei. “C’è qualche problema specifico? Tipo che hai litigato con qualcuno o hanno dovuto rimproverarti? Magari a torto?” dico io. “No. Fanno tutti come faceva Elko con te quando poi hai lasciato perdere. Sono anche gentili, ma rispondono in poche sillabe e non danno seguito a niente: inviti, proposte, semplici domande un po’ più approfondite sulla loro vita e i loro interessi.” L’isolamento che lamentava, passato il prevedibile avvio in salita, mi disorientava. Volevo tantissimo, che quei mesi di studio dall’altra parte del mondo fossero per lei liberatori e illuminanti. E non capivo cosa si fosse inceppato in questa mia figlia solare, in intimità stretta con la realtà, sempre capace di aggiustare ogni cosa da sola. Ne’ capivo come non trovasse abbastanza in un paese cosmopolita, civile e dominato da un cielo e una natura, che per qualcuno potevano essere la prova dell’esistenza di Dio. Mariamedusa era troppo immersa nel mio sogno di ragazzo perché io afferrassi le ragioni che impedivano a lei di sognare. E allora nell’impossibilità di capire, cercavo almeno di esserle utile. “Non saprei, credo che il caso di Elko sia diverso. Lui si è sposato, e da allora ha smesso di parlarmi. O meglio ha smesso di rivolgersi a me” dico io. “Stai o stiamo sulle palle a sua moglie? Se questa è la spiegazione, io qui non posso stare sulle palle a tutti” dice lei. “Non è una questione di stare sulle palle e non credo c’entri sua moglie, penso che certi uomini, certi maschi intendo, siano incapaci di gestire le variazioni di stato che li mettono a nudo, quando qualcosa poi non funziona. Pensano di dovere spiegazioni e non sono capaci di darle” dico io. “In che senso?” chiede lei. Per non distoglierci dalla sua questione di quella mattina, volevo evitare un fuori tema, dicendole quello che pensavo davvero. E cioè che il mio amico fosse gay, oppure avesse problemi di qualche natura con le donne, a partire da quelli di semplice interazione, visto che in trent’anni l’avevo visto frequentarne solo due e per pochi mesi. Pur essendo gentile, ricco, professionalmente affermato e per quello che conta, di aspetto possibile. Pensavo poi che avesse acconsentito al matrimonio solo per omaggiare il padre sul letto di morte e consolare la madre da allora sempre e solo disperata, ma anche questo alla famiglia non era bastato. Una volta arrivato il suo turno, quindi sposato e pronto, erano i bambini a non arrivare. Mentre io da vent’anni mi presentavo periodicamente con fidanzate, figli miei e di altri. E la sua devotissima madre non mancava di soffrirne davanti a lui, a me e a chi in quei momenti c’era per caso o per invito. Per Mariamedusa, però, quella mattina tutto ciò l’ho semplificato, “Intendevo dire che Elko si è sposato a 48 anni, siamo stati amici da che ne avevamo 17. Non so, questo cambia le cose. E comunque non c’entra col tuo problema” dico io. Poi però mando un altro messaggio senza aspettare la risposta, “Non so come spiegare questa fine con Elko, posso dirti che con lui e la sua famiglia, dopo un primo incontro casuale, tutto è cominciato cucinando. Un inizio che ci ha mandato avanti trent’anni. Prova anche tu. Magari basta a farti svoltare per i 95 giorni che ti restano.” “Non so cucinare, non ho una cucina” dice lei. “Non sapevo cucinare, non avevo una cucina. L’ho fatto a casa loro per me, lui, sua sorella sua madre e un po’ di amici suoi” dico io. “Non è una buona idea” continuava a resistere lei. “Fai da mangiare alla tua host family, un giorno che sono in casa, devono vederti e restarne sedotti” continuavo a insistere io. “Che c’entra SEDOTTI” dice lei. “C’entra sempre, o almeno spesso” dico io, “tua madre, per esempio, l’ho convinta con la pasta al sugo con la carne. Allora non ero ancora quasi vegetariano e quel sabato pomeriggio di diciannove anni fa avevo puntato tutto sul profumo in cui avrei avvolto la casa e sul paio d’ore necessarie al sugo per cuocersi”. “Convinta a fare cosa?” dice lei. “Era tanto per dire. Anche questa è un’altra storia” dico io. “Va beh! E cosa dovrei fare, in pratica?” dice lei. “Tecnica di seduzione in tre punti…”. “Primo, il momento giusto: un sabato nel tardo pomeriggio, dì loro che vuoi cucinare una cosa italiana per tutti. Puoi?” chiedo io. “In teoria sì, ma sentiamo il resto” dice lei. “Secondo, l’atmosfera: luce, musica e profumi. Ti osserveranno, benché fingendo di volerti mettere a tuo agio. Quindi avrai la loro attenzione e tu sfruttala per mettere la tua host family al centro di un film ambientato in Italia e proiettato in casa loro. Su Spotify prendi la mia compilation che si chiama Amanda Lear & So On, c’è un po’ di roba italiana di questi e altri tempi. Baustelle, Brunori Sas, ma anche Jannacci, Piero Ciampi. Falla andare nell’oretta scarsa che passerai a cucinare, degli iraniani trapiantati in Canada la troveranno esotica e originale, ma non strana”. “Terzo, la ricetta. Deve essere una cosa semplice, con pochi ingredienti, che richiede pochi attrezzi molto comuni. Il padrone della cucina, lui o lei a seconda delle famiglie, non devono sentirsi violati dalla tua presenza rovistante”, dico io nel terzo messaggio consecutivo. “Ok, ma ancora non so cosa fare. A me se dici una cosa semplice viene in mente una pasta e il pesto dell’Esselunga…” dice lei. “La pasta va bene, ma deve stupire per la compatibilità di un’improbabile combinazione” dico io. “Eh? compatibilità di un’improbabile combinazione? Tipo?” dice lei. “Tipo la zuppa di lenticchie al peperoncino mangiata bevendo Whisky torbato  – esiste solo l’Ardbergh – o il risotto al curry mantecato col caciocavallo. Tutta roba improponibile nel tuo caso, ma era solo per farti capire” dico io. “Sai che devi fare per scioglierli, fai la pasta coi fagiolini. Una poesia in quattro ingredienti che si trovano ovunque: pasta, pelati, fagiolini e uno spicchio d’aglio oltre al solito goccio d’olio, sale e pepe che ci sono sempre in ogni casa” dico io. “Ok, faccio la spesa sabato mattina. Ma devo pagare coi miei soldi” dice lei. “No, dai. Ti metto 50 dollari sulla ricaricabile, paga con quella. Ne spenderai massimo venti per gli ingredienti e il resto mettilo su una bottiglia di bianco” dico io. “Ok. Che bianco?” dice lei. “Uno italiano, per coerenza. Se ci sta nei soldi e lo trovi prendi un Franciacorta, altrimenti un vino fermo. Tanto col pomodoro sarà sbagliato comunque. Ti mando le ricette” concludo io. “Proviamo, oggi è giovedì. Lo dico a Mitra e Nasser questa sera. Sabato dovrebbe venire a cena anche la figlia col marito” dice lei. “Ah! Mi raccomando, apparecchia con tutto e lava i piatti” aggiungo io. “Si, si…La tavola va sempre apparecchiata con tutte le posate e tutti i piatti che potrebbero servire, anche quando sai che non serviranno effettivamente. Me lo ricordo…” mi fa il verso lei, sembrandomi così più rilassata.

Pasta e fagiolini, ingredienti. Per sei persone. 400 g. circa di passata di pomodoro; 300 g. abbondanti di fagiolini fini se si trovano, altrimenti normali; 2 spicchi di aglio leggermente schiacciati; poco olio EVO (quando c’è); pepe e sale. Un pacco di pasta da mezzo kg: spaghetti, secondo me, o anche bucatini. So che la pasta lunga non piace alla modernità, faccio quindi la concessione di ammettere i sedani o le penne.

Premessa. Non deve essere una pasta asciutta che naviga nel sugo. Ma una pasta sporcata col pomodoro, promiscua coi fagiolini.

Procedimento. In una padella da 24 cm coi bordi alti far scaldare l’olio a fuoco basso e imbiondire lentamente l’aglio. Spostare la padella dal fuoco, attendere un paio di minuti, metterci la passata, salare e farla cuocere per 15 minuti coperta e a fuoco medio. Nel frattempo si saranno cotti per 6 minuti i fagiolini in acqua bollente e salata: interi se si usa la pasta lunga, tagliati in due nell’altra ipotesi. Si faccia comunque a ragionevolezza: se a sentimento sembreranno troppo lunghi si taglieranno, altimenti no. Quindi scoperchiare la padella col sugo, aggiungere i fagiolini e far andare ancora 10 minuti scoperti, così evapora l’acqua in eccesso che è stata utile per cuocere, ma poi non serve a nulla. La pasta cotta a parte, molto al dente, va saltata per 2 minuti in questo sugo fino a perfezionarne la cottura, quindi va eventualmente aggiustata di sale, aggiunto il pepe in grani tritato nel mortaio e poi servita.

Dopo averle inviato le ricette ho chiuso con un ultimo messaggio, “Per la pasta ti ho lasciato l’alternativa lunga – corta, ma è meglio la prima, l’originale. Arrotolare gli spaghetti e infilzare un paio di fagiolini: questo deve essere il boccone. Fanne argomento di conversazione, ti ricorderanno.”

TAG: amicizia, convivenza, fagiolini, Pasta, paternità, solitudine, studenti
CAT: cibo & vino, Milano

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