Il fotografo, Argìa Sbolenfi e Fonso la Mort

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11 maggio 2019

(Ovvero, il ciclismo a Bologna cent’anni fa o giù di lì, parte seconda).

Giuseppe Michelini era nato a Bologna nel 1873, andava in bicicletta e scattava fotografie. Figlio della ricca borghesia cittadina al tempo della “Belle Époque”, socio del Club Alpino Italiano, del Circolo Fotografico Bolognese e del Touring Club Italiano, ha lasciato un patrimonio di oltre 2500 foto sulla Bologna, e sull’Italia, di inizio secolo, che oggi è conservato in fondo che porta il suo nome, il Fondo Michelini, presso il Museo della Città di Bologna.

Questa, ad esempio, è una foto di Sandrino, il figlio di Michelini, sulla salita delle Orfanelle, il punto di maggior pendenza della salita che oggi i “girini” faranno nella cronoscalata del Santuario di San Luca.

 

Il fotociclista Giuseppe Michelini il 20 maggio 1910 andò incontro ai “girini” sulla Persicetana, nella seconda tappa della seconda edizione del Giro, la Udine-Bologna, 322 km. Scattò questa foto nei pressi di Crevalcore, bellissimo nome di paese che in una tappa del Giro ci si aspetterebbe di trovare in cima a una salita dolomitica, e non nel piatto più piatto della pianura Padana.

Al traguardo di Bologna, quel giorno, arrivò primo il francese Jean-Baptiste Dortignacq ricordato dagli annali per il fatto di essere stato il primo straniero a vincere una tappa al Giro e  perché, a dispetto del leggiadro soprannome di battaglia, la Gazelle, quando non correva in bicicletta di mestiere faceva il mazzolatore di maiali, o il masapursé, come un po’ di anni avrebbe dovuto diventare Faustino Coppi, se avesse dato retta alla volontà di mamma Angiolina. Poi la storia andò in un altro modo.

E non sarà stato un caso che Giuseppe Michelini si sia fermato a ritrarre, ai piedi della fontana del Nettuno, Olindo Guerrini. Lo scatto, dicono le fonti, è precedente al 1905 e lo si capisce dal fatto che, sullo sfondo, il Palazzo di Re Enzo non è ancora stato interessato dai primi restauri. È anche molto buffo che, a mò di firma d’autore, sul panciotto di Olindo sia ben in vista una bella ditata impressa sul negativo.

Il Guerrini l’abbiamo già visto imparare ad andare in bicicletta per emulare il figlio velocipedista e poi diventare strenuo sostenitore della pratica a pedali ai tempi pionieristici. Adesso lo incontriamo, sotto le poco mentite spoglie di Argìa Sbolenfi. Chi era costei?

A dar retta ai suoi contemporanei, pare che Olindo Guerrini fosse una persona timidissima e che combattesse strenuamente questa sua difficoltà relazionale adottando di continuo la ben nota tecnica letteraria del Doppelgänger, ovvero della bilocazione del proprio essere in altre e differenti, se non antitetiche, rappresentazioni. Bibliotecario di professione, Olindo si creò una propria biblioteca di personaggi immaginari con cui vivere, per procura, vite che a lui, e alla sua ritrosia esistenziale, non erano consentite. Nascono allora Lorenzo Stecchetti, che Guerrini spaccia per un poeta scapigliato suo lontano cugino, morto di tisi all’età di trent’anni e di cui si è preso la briga curare il manoscritto postumo; nascono altri trascurabili eteronimi come Marco Balossardi, Giovanni Dareni, Odino Linguerri, un omaggio alla sua passione anagrammatica; ma soprattutto prende forma l’Argìa Sbolenfi. Che Guerrini per le vie di Bologna mette In bicicletta. Così:

Giammai, scoccata da una man feroce
dall’arco teso non fuggi saetta
come sul suo sentier corre veloce
la bicicletta.

Volan le rote e mentre sulla via
nessun rumor presso di lei si sente,
qualche imbecille al corridore invia
un accidente.

A me che importa se della canaglia
m’insegue il riso o il mormorar d’alcuni,
se l’iniqua parola altri mi scaglia
o il “molla Buni”?

Io corro, io volo sulla bicicletta,
questo ideal della cavalcature:
chi soffre d’emorroidi o di bolletta,
m’insulti pure.

Ch’io son beata e un fremito m’assale,
mi avvolge un’onda di piacer sovrano,
quando vengo stringendo il trionfale
manubrio in mano.

Io son beata allor che fra le gambe
sento il rigido ordigno e in quegli istanti
tendo le cosce e l’agitar d’entrambe
lo spinge avanti.

L’Argìa, che qui appare in versione di Monella tintobrassiana ante-litteram, con non pochi a dire il vero scivolamenti casermatici, è una cuoca bolognese, zitella suo malgrado e quindi vittima di robusti, quanto inappagati, appetiti sessuali. Nel 1897 viene dato alle stampe il volumetto delle Rime di Argìa Sbolenfi, che, in una vertigine di rifrazione identitaria, reca la prefazione di Lorenzo Stecchetti. Non vi si perde occasione di auspicare, a curare gli isterismi e i simbolismi di un gusto incline alla psicopatologia estetica, una bella cura di bicicletta + Ariosto, cosa che, a mio modesto parere, può dirsi efficace ancor’oggi:

“Ma dunque sarà proprio vero che l’intero genere umano sia malato di nervi, poiché in tutti questi libri non si trovano che squilibrati e mattoidi? Non ci sono più donne sane in terra che da ogni pagina vaporano le aure dell’isterismo? È possibile che non si trovi più un cuore buono, un cervello equilibrato, un utero normale? L’epilessia e l’allucinazione sono dunque la regola e la sanità l’eccezione? Se i disturbi dell’innervazione sono così generali, come sembra a questa letteratura psicopatica, non sarebbe egli più utile raccomandare ai sofferenti, non la morfina, ma le docciature e la bicicletta? Se l’esaurimento nervoso è il male che affligge la presenti generazioni, non sarebbe meglio leggere l’Ariosto all’aria aperta, piuttosto che inghiottire l’Ibsen nell’afa del teatro? Ma no; l’Ariosto non è più di moda e l’aria aperta sciupa il candore della pelle clorotica; e così sia!”.

Per un corso accelerato di poesia sbolenfia, invito tutti a godersi questo minuto e trentadue secondi di un mesmerico Paolo Poli.

Giugno 1914. Irrompe sulla scena Alfonso Calzolari, primo e unico bolognese a vincere un Giro d’Italia. Non è un’edizione qualsiasi, quella del 1914. Innanzitutto è la prima in cui a vincere è quello che impiega meno tempo: dalla classifica a punti si passa a quella che somma i tempi, tappa per tappa. È l’ultimo Giro prima della Grande Guerra e, sportivamente, di quella è un’anticipazione: ovvero, un massacro. Delle otto tappe in programma, quattro sono oltre i 400 km e la terza tappa, la Lucca-Roma, è la tappa più lunga di sempre del Giro: 430 km (la vinse Constante Girardengo, ventunenne). È il Giro con la velocità media più bassa della storia: 23,374 km/h: oltre alle difficoltà chilometriche e altimetriche, quelle settimane di maggio e giugno sono piovosissime e le biciclette dei corridori affondano nel fango. È il Giro con il distacco più ampio tra primo e secondo: Calzolari vince con 1 ora, 55 minuti e 26 secondi su Pierino Albini. Nella Bari-L’Aquila, 438 km, il vincitore, Luigi Lucotti, da Voghera, ci impiega 19 ore, 20 minuti e 47 secondi: il tempo più alto mai realizzato per portare a termine una tappa. Proprio in questa tappa, tra le salite appenniniche di Motta Montecorvino, di Vinchiaturo, di Rionero Sannitico, del piano delle Cinquemiglia e di Poggio Picenze, si perde Giuseppe Azzini: si perde proprio, non arriva al traguardo e quando vanno a cercarlo non lo trovano più. Lo ripescano il giorno dopo in un cascinale, disfatto dalla fatica e da qualcos’altro. È probabilmente il Giro con la tappa più terribile della sua storia: la prima, la Milano-Cuneo, 420 km, in cui si scala per la prima volta il Sestriere. I corridori sono martoriati dalle forature – Sesto Calende hanno seminato chiodi per strada – e dalla pioggia battente. Al controllo di Susa, restano in otto davanti: si riscaldano infilandosi dentro tinozze di acqua calda. Poi, si cambiano e ripartono. Si arrendono però pezzi grossi: Petit-Breton, Galetti e Rossignoli. Ganna forza il ritmo in salita, ma Durando, Gremo e Calzolari non lo mollano. Nevischia sul Sestriere: i corridori sono costretti a scendere e spingere a mano. Sul passo transita per primo Angelo Gremo. In discesa Ganna cade e ripara in un’osteria: il Luisin dice che vorrebbe tornare volentieri a casa, come hanno fatto tanti altri, ma poi si apre la porta ed entra Girardengo. Ganna piuttosto che mollare sotto gli occhi della giovane faina si farebbe ammazzare. E allora riprendono la strada: insieme arriveranno a Cuneo a 54 minuti e 17 secondi da Gremo, il vincitore; prima di loro sono arrivati anche Durando e Calzolari. Ma al termine della prima tappa degli 81 partiti da Milano ne arrivano solo 37. Alla fine, dopo otto tappe, resteranno solo in 8.

Alfonso Calzolari lo chiamano, non a caso, Fonso la Mort, perché non molla mai, non muore mai. Prima della partenza la Sampira, una famosa santona di Bologna, gli aveva detto: “Vincerai il Giro ma dopo tante sofferenze e tanti rischi….”. Aveva ragione. Fonso la Mort era nato nel 1887 a Vergato, lungo la Porrettana, sull’Appennino bolognese. Da ragazzino la sua famiglia si era trasferita a Bologna e lui si incantava a veder passare i velocipedi sulla Montagnola.

In questi giorni, proprio a Vergato, è scoppiata una di quelle polemiche che diventano un mischione incomprensibile in cui si butta dentro tutto: la politica, le paure, l’ignoranza, il cattivo gusto. L’inaugurazione di un’opera d’arte pubblica, realizzata dall’artista contemporaneo Luigi Ontani, vergatese d’origine, conosciuto e apprezzato in tutto il mondo. La scultura, installata sulla piazza della Stazione, rappresenta un fauno adulto (simbolo del fiume Reno) che porta sulle spalle un piccolo fauno (che simboleggia il torrente Vergatello), mentre alla base della fontana un vecchio tritone rappresenta l’Appennino. L’esibita nudità dei fauni, con tanto di esplicita, ortogonale virilità, ha scatenato le polemiche da parte della destra e dei cattolici oltranzisti: all’accusa di pubblica oscenità si è aggiunta pure quella di satanismo. Così, l’altro giorno, dopo il passaggio non richiesto di un esorcista, nottetempo la scultura è stata imbrattata di letame.

Cosa non gradita. Neppure da Argìa Sbolenfi che stamattina ha chiesto a Fonso la Mort che la portasse, rigorosamente in canna – mi suggerisce di precisare Olindo Guerrini – , fino a Vergato, perché ha detto che un bel fauno non se lo voleva far scappare. Li ho visti intorno a mezzogiorno che passavano da porta Saragozza.

 

Fonti

Fondo Michelini
https://collezioni.genusbononiae.it/products/scheda_categoria/category:45

Olindo Guerrini, Rime di Argìa Sbolenfi, 1897
https://it.wikisource.org/wiki/Rime_di_Argia_Sbolenfi

Claudio Gregori, Luigi Ganna. Il romanzo del vincitore del primo Giro d’Italia del 1909, Vallardi, 2009
https://www.ibs.it/luigi-ganna-romanzo-del-vincitore-libro-claudio-gregori/e/9788895684239

Paolo Facchinetti, 1914. Il Giro più duro di tutti, Bradipo Libri, 2009
https://www.amazon.it/tutti-temerari-delle-macchine-pedali/dp/8896184045

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CAT: ciclismo, Letteratura

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