Sparami col tuo nome

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20 Aprile 2018

Forse anche Robert Mapplethorpe sparerebbe qualche colpo sulla storia che Guadagnino ci racconta nel suo film Chiamami col tuo nome.

L’autoritratto del fotografo che imbraccia un fucile mitragliatore sta appeso nella stanza che Elio, il protagonista del film, cederà insieme al suo nome ad Oliver, oggetto del desiderio di un’estate acerba.

Luglio 1983,campagna cremasca, famiglia poliglotta, coltissima, ebraica. Genitori e prole uniti dal fuoco sacro di un culto vezzoso per un mondo classico al quale la sceneggiatura di Ivory e le scenografie già finite su Elledecor di Violante Visconti di Modrone prestano una cornice e una struttura che divorano quel poco di vivo che il film avrebbe potuto avere.

In un’atmosfera mai ironica, e per questo sempre ridicola, un padre che è anche professore (e qui davvero c’è promiscuità di ruoli) soffia sul fuoco della passione del figlio adolescente per il giovane studioso che la famiglia ospita per sei settimane.

Già nella prima sequenza il professore accoglie il dottorando americano con grande stupore perché, e qui  vorremmo sentire la voce di Paolo Poli, Olivier sembra molto più grosso  di come appare in foto.

Poi tutto va nella direzione dello stereotipo natura vs cultura e a manifestazioni di virilità convenzionale (la partita di carte al bar, le uova alla coque che richiedono troppa delicatezza per essere aperte e quindi vengono praticamente spappolate, lo scompiglio affannoso creato nella popolazione femminile locale dalla presenza dell’americano) si contrappongono improbabili ritrovamenti archeologici o contemplazioni alla Alberto Angela su Raiuno.

E il teatrino dei rimandi e delle allusioni viene talmente abusato che come nei porno in videocassetta dei tempi andati uno vorrebbe tanto mandare avanti perché proprio come certe telefonate o passaggi in auto duravano quel tantino troppo prima dell’azione anche qui il nostro rappresentante agli oscar impiega un’ora per arrivare a una palpatina.

E non senza aver prima tradotto o suonato o disquisito su etimologie di parole come albicocca oppure aver fatto introspezioni così pallose da far rimpiangere quegli incontri casuali ma immediatamente consumati con sconosciuti ai quali parlare dopo solo di cani, tatuaggi o automobili ibride.

Ma mi fermerei alla scelta dei nomi dei servi, Anchise lui, Mafalda lei.

Guadagnino, mettendo la foto di Mapplethorpe nella stanza di Elio, ha fatto un omaggio alla sua adolescenza ma non l’ha fatto alla nostra perché tra il raccontare e il raccontarsela ci passa un film: questo.

TAG: chiamamicoltuonome, Guadagnino, ivory
CAT: Cinema

Un commento

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  1. dionysos41 2 anni fa

    Condivido! Su Facebook tempo fa pubblicai riflessioni simili. E poi, francamente, questo estetismo di seconda mano, questa patinatura da bricolage, a chi può interessare? Mi vengono in mente certi versi di Verlaine, stupendamente intonati da Fauré: uno guarda i tetti di Parigi, e poi si guarda nella propria stanza, e dice: la vita è là, che hai fatto della tua giovinezza? Ammesso che Guadagnino ne abbia vissuta consapevolmente una.

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