Martin Eden

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10 ottobre 2019

Mi avevano regalato ‘Il richiamo della foresta’. Lo lessi in un giorno. Avevo otto anni. La settimana dopo recuperai Zanna Bianca e Jack London si prese il mio immaginario per scaraventarlo oltre la casa, la scuola e la strada. Da quel momento la mia anima si è divisa in due: la vita da vivere e quella da leggere. E scrivere è diventato il compromesso: gettare la prima nelle braccia della seconda. Domenica sono tornato a respirare dopo più di quarant’anni le pagine di un libro di Jack London, ‘Martin Eden’. Una lettura che aveva bruciato come l’alcool su un ginocchio sbucciato. Ma questa volta è stato il cinema, in un film liberamente tratto, ambientato a Napoli, a ridosso del ventennio fascista. Martin è un marinaio che parla solo napoletano stretto, circondato da un’umanità che vive d’espedienti, e quando vede picchiare e insultare un ragazzino sul molo schizza fuori dalla sua barca e stende quell’uomo robusto con un destro alla mascella. Un gesto che lo catapulta nelle grazie di una famiglia ricca, colta, e per lui aliena. E soprattutto nello sguardo celeste di Elena, la sorella del ragazzo che ha difeso.

Tutte parte da un atto di coraggio estemporaneo, istintivo. È quello che gli dei premiano.

Con la stessa brama che alimenta il suo amore per Elena inizia a divorare libri. Ama lei e loro senza risparmio. Forse li confonde. E da uomo senza istruzione e scarno vocabolario si vuole scrittore.

Il rospo si vede già principe. Lo scrivere diventa il suo bisogno; la moneta per poter conquistare una vita con Elena. Ma i suoi scritti vengono ripetutamente respinti. Sono tristi, dice lei. Dice anche la sua amata sorella. “La realtà che racconti è dura, un colpo allo stomaco, e la gente vive già la sua tristezza quotidiana: a loro la lettura dovrebbe dare leggerezza, e speranza.” Solo che Martin non ha nessun cedimento, sulla materia del suo raccontare. Si ostina a illuminare il quotidiano aspro, crudele, degli angoli dove è cresciuto. Non ne vede un’altro degno, semplicemente. E questo spaventa Elena, che ha vissuto protetta dalla forma e dalle attenzioni. In una scena i due escono da un cinema: Elena entusiasta del film visto e Martin profondamente deluso. “Racconta quello che già sappiamo!” le dice. Mi fermo qui, anche se la storia è stata scritta 110 anni fa e c’è poco da spoilerare. Un film antico e originale, che alla grandezza della scrittura aggiunge attori che ti si incollano addosso, e una regia che si prende libertà visionarie e documentaristiche allo stesso tempo. Se volessimo giocare ai cancelletti, la mia lista sarebbe: coraggio; profondità dello sguardo; forza di volontà; amare spudorato; disprezzo per i falsi. Le vene di questo corpo romantico. Di questa storia di abbagliante tristezza.

TAG: cinema, letteratura, romantico
CAT: Cinema

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