Nell’ora più buia è la lingua inglese che va in guerra

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5 febbraio 2018

È ancora nelle sale  il film “L’ora più buia” di Joe Wright interpretato da Gary Oldman,  un mostro di attore. Sgombriamo subito il campo da un possibile equivoco: gli inglesi sono in Inghilterra e gli anglomani stanno in Perù.  Va bene. Eppure, anche da non anglomani, anzi un tantinello avversi ai fasti della perfida Albione, come non invidiare un popolo che sa raccontarsi così bene al cinema? Dopo l’insulso e pretenzioso “Dunkirk” che raccontava una delle gesta di Churchill –  l’evacuazione dell’intero esercito inglese incalzato dai tedeschi nella spiaggia normanna, film che nonostante le ambagi stilistiche era sostenuto dallo stesso sentimento “patriottico” -, il film di Wright si inserisce tuttavia al meglio  in questa scia di storia patria e ne costituisce l’antefatto,  ne narra tra le altre vicende  l’avantesto che si svolse sulla costa inglese nel maggio del 1940.

Eppure  si ammira smodatamente questa pellicola per spietata comparazione ellittica, avendo cioè noi italiani come termine di paragone implicito, e ciò per alcuni motivi prima di tutto extra-filmici. Per innanzi per  la  magnificazione della “Politica” che comunica la pellicola, termine che non si può non esprimere con la maiuscola in un Paese come il nostro dove è vilipesa da cittadini riottosi quanto stanchi e confusi, i quali non la amano (più) senza saperci mettere niente al suo posto se non un bofonchiante “sentimento del contrario” che solo sbrigativamente chiamiamo “antipolitica”. Dall’altro l’ammirazione per la capacità di una Nazione di saper esprimere una  Classe Dirigente all’altezza della chiamata, nella sua “ora suprema”. Non solo Churchill, che giganteggia, ma il re Giorgio VI, e  anche il visconte Halifax o Neville Chamberlain, corretti e durissimi oppositori dell’uomo con il sigaro, seppero rispondere all’ora solenne, nell’interesse esclusivo della nazione. E poi, dietro e a sostegno di questa classe dirigente, un popolo indomito e fieramente bellicoso come gli inglesi la cui capacità di resistenza e di difesa conoscemmo e ammirammo da piccoli anche in pellicole laterali come  “Pomi d’ottone e manici di scopa”.

Per quel che riguarda il film in sé, che dire: straordinario e godibilissimo, tutto incentrato certamente sulla figura eccentrica e maiuscola (un maverick dopotutto) di Churchill ma anche sulla capacità di saper rendere gli aspetti drammaturgici della politica in sé e per sé. Molti riteniamo erroneamente, con Stendhal,  che la politica rischia di  funzionare in un intreccio narrativo come “un colpo di pistola in un concerto”, ossia che possa raffreddare il pathos o ostacolare di colpo, con le sue mene e pastoie, la fluidità dello sviluppo di un intreccio; eppure metteteci la Politica con la maiuscola o gli avvolgenti discorsi di Churchill in un buio  (non certo “sordo e grigio”)  Parlamento inglese  semi-rischiarato da luci laterali,  caravaggesche, e vedrete l’effetto grandioso, anche in termini di godibilità meramente visiva e “gastronomica”, che la Politica  potrà offrire. Perché d’un tratto,  non più l’immagine,  ma è la parola solenne e teatrale  a prendersi la scena,  specie presso  un maestro istrionico dell’oratoria classica come Churchill (che ha sottotraccia Cicerone), il quale come ammette lo sconfitto Halifax, dopotutto non fece che «mandare la lingua inglese in guerra».

Film superlativo.

 

TAG: Churchill, L'ora più buia
CAT: Cinema

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