American Houston Story

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22 maggio 2019

Nemmeno il premio Oscar Kevin MacDonald col suo documentario “Whitney”, disponibile  in streaming (Google Play, Chili, iTunes, Mediaset Play e Rakuten Tv), ce la fa a darci una spiegazione convincente del perché Whitney Houston abbia passato metà della sua vita a distruggersi.

Più del film di Donovan vale la pena inabissarsi nelle pagine che nel 1990 Bret Easton Ellis dedica all’astro nascente nel suo libro manifesto: American Psycho.

Il libro di Ellis, che altro non è che un infinito catalogo di cosa i personaggi vestono, mangiano, abitano, trova un posto all’album d’esordio più venduto nella storia della musica.

Il successo commerciale sta alla bellezza come la beatificazione dei consumi sta al culto della propria immagine e la Houston, presentandosi come modella oltre che come interprete di successo, soddisfa i requisiti di cittadinanza per abitare il mondo perfetto di Patrick Bateman.

Nel 1990 la rete non esiste ma la cultura del corpo si diffonde, le palestre diventano sacrari in cui la salute ascende a stato morale, mentre in agguato avanza lo spettro dell’Aids.

Ed ecco il Patrick Bateman di Ellis uccidere chiunque venga ritenuto impresentabile o meglio irrapresentabile.

Per Bateman la Houston è il prototipo riuscito del connubio tra talento e bellezza e di lei dice:

La Houston ha una voce incredibile. Persino dalle eleganti foto di copertina (una in abito da sera Giovanne de Maura; l’altra, sexy, in constume da bagno Norma Kamali) si capisce che non si tratta di un fenomeno effimero.

Nell’ostinazione di vivere in un mondo patinato si nasconde il disagio del protagonista e, forse, quello di un’intera generazione che, plagiata dal mito del successo e della bellezza scambia l’autostima per il narcisismo.

Quando esce il libro di Ellis, la Houston canta per le truppe di ritorno dalla prima guerra del Golfo, incide la sua versione dell’inno americano dopo la folgorante interpretazione al Super Bowl e viene ricevuta dal Presidente Bush quale rappresentante dei giovani americani; è all’apice del suo successo ed è la prova che il sogno americano esiste.

Se negli Ottanta la tv ha creato il mito della Houston, nei Novanta l’ha consumato e nei Duemila l’ha distrutto.

Analizzando il medagliere che consegna l’artista al guinness dei primati, risulta che quasi il novanta per cento di questi premi è alla carriera; a riprova di una celebrazione che ne esaurisce il mito in vita.

Oscillando tra il buco della serratura e l’ufficio di collocamento, la tv trasforma la vicenda narrativa della Houston da celebrazione del trionfo a cronaca del crollo; le immagini scioccanti che iniziano a circolare nei primi anni duemila rendono di dominio pubblico la sua dipendenza dalle droghe e l’intervista di Diane Sawyer del 2002, che sarà la più vista nella storia del prime time americano, darà della Houston l’immagine di una donna confusa, spaventata e alla deriva.

Tutto materiale buono per le feroci parodie di Mad TV che, insieme al reality Being Bobby Brown, trasformerà la Houston in un fenomeno da baraccone: l’icona triste del successo come punizione.

E se il reality demolisce l’immagine da “fuori”, il talent svuota il mito da dentro.
La Houston è materiale perfetto per quella fabbrica dello “a star is born” che sono i talent e tantissime saranno le candidate pronte a cimentarsi nel suo repertorio.
A una di loro, Jennifer Hudson, è toccato cantare la notte dei Grammy successiva la morte della diva, ma a celebrare il commiato è forse la precedente esibizione ai BET awards del 2010. La stessa Hudson canta di fronte a una Houston emozionata ma ormai senza voce, in un gioco di sguardi che immortala la fine di una carriera.

Parlando della scomparsa della Houston, LaVar Young nel suo articolo su HuffingtonPost supera il filo rosso che legherebbe l’impulso autodistruttivo delle celebrities alla pressione esercitata su di loro dai media, per arrivare alla conclusione che avere tutto e subito costituisca un’amputazione della propria capacità di desiderare e di elaborare la sapienza della gratitudine: pena la mancanza di consapevolezza riguardo la propria caducità e la relativa noncuranza nel preservarsi.

Una riflessione che beffardamente si lega alle parole che Patrick Bateman usa per descrivere la sua ammirazione per l’artista:

Il talento della Houston rifulge soprattutto in The Greatest Love of All, che è una delle migliori canzoni mai scritte sullo spirito di conservazione e sulla dignità. Le parole sono di Michael Masser e Linda Creed e, dalla prima all’ultima, compongono una stupenda ballata moderna sulla fiducia in se stessi. È un possente messaggio che Whitney canta con una grandeur che rasenta il sublime.

È un messaggio universale che varca tutte le frontiere e infonde in noi la speranza che non sia ancora troppo tardi per migliorarci, per agire con maggiore bontà. Dato che nel mondo in cui viviamo, è impossibile “empatizzare” con gli altri, ebbene, possiamo sempre farlo con noi stessi. È un messaggio importante, addirittura cruciale, e viene stupendamente enunciato in questo album.

 

TAG: #breteastonellis, american psycho, whitney houston
CAT: Cinema, Letteratura, Musica

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