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Milano

“C’è ancora domani”. San Siro e la procedura democratica

2 Aprile 2026

Qualche mese fa un gruppo ampio e trasversale di cittadini milanesi — con esperienze diverse nell’amministrazione, nella politica, nell’associazionismo — rivolse un appello al Municipio e al Consiglio comunale su San Siro. Non erano comitati del “no”, non erano espressione di un riflesso nimby, ma persone che da diversi punti di vista ideali conoscono i meccanismi decisionali e che, proprio per questo, chiedevano prudenza, trasparenza e tempo. Chiedevano di fermarsi.

Qui, sebbene con una dolente memoria lunga, per esempio alla recente “Mensa” e al forcaiolismo che aveva alzato dentro e attorno al Comune, nessuno intende maramaldeggiare su inchieste in corso.

Nondimeno, oggi, alla luce delle notizie, quell’appello appare meno come una posizione di merito e più come una questione di metodo. Non è necessario entrare nelle ipotesi di reato per cogliere il punto politico: ciò che sta emergendo è un modo di governare le trasformazioni urbane in cui l’interesse pubblico rischia di diventare una variabile subordinata. Non occorre attendere le eventuali patologie, basta la fisiologia di queste prassi.

Le carte parlano di una “negoziazione creativa”, un’espressione che, nel linguaggio dei rapporti tra privati, può anche avere una sua legittimità, poiché le parti trattano, trovano soluzioni, costruiscono un equilibrio; fatti loro. Quando questo schema si trasferisce nel governo di beni, interessi e spazi pubblici, tuttavia, il problema cambia natura. Perché il Comune non è una controparte qualsiasi, e il suo compito non è chiudere un accordo purchessia, ma garantire un interesse generale, plurale, spesso conflittuale. E tale interesse non lo decidono una o poche persone, non può andare così.

Emerge un quadro in cui il processo decisionale appare orientato a costruire una soluzione compatibile con le esigenze dei proponenti, più che a verificare, in modo aperto, quale fosse la soluzione migliore per la città, ed è qui che il tema diventa politico, molto prima che giudiziario.

I firmatari dell’appello avevano indicato esattamente questo rischio. Non solo i contenuti dell’operazione — il valore economico, la demolizione di uno stadio funzionante sede dell’inaugurazione delle olimpiadi, l’impatto ambientale, e così via — ma il modo in cui si stava arrivando a quella decisione. La marginalizzazione del Consiglio comunale, le difficoltà di accesso agli atti, la compressione dei tempi anche rispetto a evidenze e vincoli di legge, la percezione che il confronto pubblico fosse un fastidio più che una risorsa.

In una democrazia, la procedura non è un dettaglio, è la sostanza. Il Consiglio comunale non è un passaggio formale – dove nottetempo si possa bypassare il confronto -, ma il luogo in cui l’interesse pubblico dovrebbe prendere forma attraverso, per l’appunto, il confronto, il conflitto, la mediazione e la sintesi. Ridurlo a ratifica di decisioni già costruite altrove – da poche persone in segreto perché there is no alternative – significa svuotare la politica e spostare il baricentro verso un modello decisionale che somiglia più a quello di un consiglio di amministrazione che a quello di un’assemblea rappresentativa.

Il punto non è demonizzare il rapporto con i privati, perché ovviamente le trasformazioni urbane richiedono capitali, competenze, capacità progettuale. Ma proprio per questo le istituzioni devono essere ancora più solide e consapevoli nel loro ruolo: non intermediatori di interessi, sedi di conflitto di interessi, ma garanti di un equilibrio che non può essere definito a porte chiuse.

Il caso San Siro mostra un rischio più generale, ossia quello di città governate attraverso processi negoziali opachi, in cui grandi operatori — spesso fondi globali, con strutture proprietarie lontane e difficilmente leggibili (come segnalato da una inascoltata commissione comunale stessa) — diventano interlocutori privilegiati, mentre il livello politico e quello civico e territoriale vengono compressi. E non è una questione ideologica, è una questione di interpretazione del potere e di qualità democratica.

Per questo l’appello di allora conserva oggi tutta la sua forza. Non chiedeva immobilismo, ma tempo. Non difendeva lo status quo, ma la possibilità di costruire alternative. Indicava anche una via più matura e radicata, ossia il ricorso a strumenti come le società miste, percorsi partecipati, una valorizzazione pubblica che non fosse ridotta all’alternativa secca tra vendita e conservazione.

“C’è ancora domani”, si scriveva. Non era uno slogan, ma un’indicazione precisa, ossia evitare forzature e decisioni irreversibili prese nella fretta, riaprire uno spazio di discussione, riportare la politica sotto il Partenone.

Oggi quella frase suona ancora più attuale, perché al di là degli esiti dell’ennesima inchiesta, il nodo resta lo stesso: se la democrazia è solo una procedura da accelerare o aggirare, oppure il luogo in cui le decisioni, soprattutto le più rilevanti e irreversibili, devono trovare legittimità e consenso.

Ripartire da qui non significa tornare indietro, significa, più semplicemente, ricominciare a decidere e progettare il futuro come una città e una comunità di cittadini.

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