Piazza della Scala, a Milano, un archetipo di Piazza che, insieme alla villa, costituisce uno dei cardini di ogni architettura.

Milano

Finalmente le idee per Milano, il sapere è produzione

10 Marzo 2026

Nell’ampia apertura del Corriere (La Città dei 400 mila cervelli) Luca Stanzione ha il merito di mettere finalmente a fuoco che la città non è solo una metropoli di servizi o una “città universitaria”, ma una vera e propria città della produzione del sapere. I numeri richiamati – centinaia di migliaia di lavoratori impegnati – raccontano una trasformazione già avvenuta, anche se non sempre riconosciuta fino in fondo.

Il sapere è produzione, perché in economia è produzione ogni attività che combina lavoro, capitale e competenze per generare un valore superiore a quello degli input. In questo senso, ricerca, consulenza, progettazione, servizi tecnologici, formazione avanzata non sono un contorno della produzione, ne sono ormai una delle forme più avanzate.

Il genius loci di Milano in fondo è sempre stata la trasformazione: attrarre risorse, idee, tecnologie e convertirle in benessere diffuso, e se nel dopoguerra questo significava chimica, meccanica, design, moda, oggi significa dati, conoscenza, ricerca, innovazione applicati a tutti i settori; cambia la materia prima, non la vocazione produttiva.

Se CGIL e Assolombarda convergono nel riconoscere che la forza della città sta nell’economia della conoscenza, significa che non siamo davanti a uno slogan, ma a una realtà strutturale, e il sapere come fattore produttivo diventa il terreno comune su cui possono incontrarsi lavoro e impresa. E con loro stanno, o dovrebbero stare, molti altri corpi intermedi territoriali e funzionali: le università, certo, ma anche le associazioni professionali, le fondazioni, le organizzazioni economiche e sociali, e quelle dell’economia sociale interne a un’idea di sviluppo e non solo di compensazione. Le camere di commercio possono e forse dovrebbero tornare ad essere – altroché disintermediazione… – il luogo di sintesi di tutti questi interessi, funzioni e visioni.

Bisogna però fare un passo ulteriore, rispetto all’ultimo decennio in cui questo asset essenziale è cresciuto sotto traccia, mentre l’attenzione si fissava altrove. Lo sviluppo di una metropoli non si misura con la semplice crescita di tutti gli indici, né coincide con la somma di record immobiliari, flussi turistici, transazioni, valori fondiari, inaugurazioni, nuovi palazzetti e finali di Champions League. Una città cresce davvero quando riesce a riorganizzare la propria base produttiva intorno alla frontiera più avanzata del suo tempo, e da questo punto di vista Milano non deve pensarsi come una città che ha “superato” la produzione per entrare in una fase postindustriale indistinta. Deve pensarsi, più esattamente, come una città che ha spostato la produzione su un livello più alto: non più centrato sulla fabbrica in senso tradizionale, quanto piuttosto sull’intelligenza che progetta, coordina, ricerca, sviluppa, distribuisce, forma e innova.

Questo però pone anche questioni più ampie, perché se il sapere è produzione, allora la città deve essere concepita come una piattaforma produttiva (non lo era forse quando sulla sua cintura sorgevano le grandi industrie novecentesche?). Non solo come un luogo dove si concentrano università e centri di ricerca, e dove si fa la gara ad aumentare il numero di studenti internazionali nei monolocali a peso d’oro, ma come un ecosistema in cui conoscenza, imprese, servizi e istituzioni si integrano e rafforzano reciprocamente.

Anche i servizi a più basso valore aggiunto, infatti, non vanno considerati come un resto inevitabile o un sottosuolo sociale che la città avanzata si porta dietro, o peggio scaccia ai capolinea esterni di Trenord. Logistica, manutenzione, accoglienza, commercio, servizi di prossimità, turismo, mobilità, cura, tutti questi comparti vanno qualificati e integrati. Essi non sono esterni alla città dei saperi, ma ne costituiscono l’infrastruttura concreta. Una metropoli che attrae ricerca, talenti, innovazione e investimenti di qualità ha bisogno di trasporti efficienti, di ospitalità intelligente, di servizi urbani evoluti, di commercio capace di accompagnare nuovi flussi di popolazione temporanea e stabile, di luoghi della socialità che non siano meri contenitori di consumo, anonimi e costosi sushi bar e bollicine in dollari.

Per questo il tema non è difendere astrattamente i servizi “umili”, ma innalzarne la funzione economica e civile, perché in una città della conoscenza anche i servizi tradizionali devono incorporare tecnologia, organizzazione, formazione continua, per uscire dalla marginalità e diventare parte della catena del valore urbana e di mobilità nell’ascensore sociale. Senza questa base, la città dei saperi si rovescia e torna ad essere città della polarizzazione.

A questo proposito conviene ricordare una tesi che Dani Rodrik ha ripetuto più volte, ossia che nelle economie contemporanee i servizi possono svolgere una funzione dinamica, innovativa e trainante, purché siano servizi ad alta produttività, ad alta capacità organizzativa, ad alta intensità di conoscenza. Milano questo lo sa già per esperienza, ma non lo ha ancora trasformato abbastanza in visione politica.

Milano non vive di grandi eventi, o almeno non può più pensarsi così, perché i grandi eventi possono aiutare, accelerare, rendere visibili delle traiettorie ma non sostituiscono un tessuto produttivo, non lo creano, non lo radicano. Una città regge se ha una struttura quotidiana, non se accumula eccezioni, e per non degenerare definitivamente in una città di locandieri e ostellanti, anche il turismo e l’ospitalità vanno letti fuori dalla logica dell’evento fine a se stesso, devono essere rifunzionalizzati e sviluppati come parte di una economia urbana più complessa: non semplice accesso all’intrattenimento, ma sistema di accoglienza per studenti, ricercatori, city users, lavoratori mobili, filiere fieristiche, reti professionali, scambi culturali e scientifici, sanità e cultura. In questo senso anche l’ospitalità diventa produzione e diventa funzione dello sviluppo, non gara a quanti milioni di turisti ci saranno l’anno prossimo, col rischio di finire come città ormai purtroppo sepolte in parchi a tema.

Resta infine la questione della scala, perché, udite udite, Milano non è una città-Stato, non è e non deve diventare un’enclave separata dal suo territorio giacchè la sua forza storica è sempre stata macroregionale. Milano, come ha ricordato nei giorni scorsi Lia Quartapelle su questo giornale, vale se funziona come perno di una rete più larga, lombarda, padana, europea. La città dei saperi non può essere chiusa nei confini comunali, ha bisogno dei poli universitari, dei fattori di produzione e del tessuto sociale e istituzionale diffusi per esempio lungo tutta la via Emilia, la pedemontana dei distretti produttivi, della manifattura che innova, delle connessioni veloci, di un rapporto maturo fra centro e territori. Il sapere è la forma più avanzata della produzione, ma ha bisogno di un hardware territoriale, di infrastrutture, mobilità, piattaforme logistiche, connessioni tra centri di ricerca e sistemi d’impresa.

Milano coordina e accelera ma il suo destino è inseparabile da quello della macroregione, e perché questo processo si consolidi serve qualcosa di più della semplice crescita spontanea, serve una visione di medio e lungo periodo che necessita di istituzioni e corpi intermedi.

Il ruolo del municipio torna centrale, ma non come amministratore di routine, non come semplice intermediario col mercato da posizioni subalterne, piuttosto come soggetto chiamato a ideare e garantire un progetto di medio-lungo periodo. La città dei saperi non nasce da sola, né può essere affidata soltanto all’iniziativa privata o all’autorganizzazione dei settori più forti, serve una regia pubblica, politiche urbane che contrastino la rendita e favoriscano la produzione, scelte, servono scelte politiche perché lo sviluppo urbano è il risultato di un patto territoriale che coinvolge e riguarda cittadini e comunità.

Il fatto che ad oggi tutti i rettori milanesi paiono essere, in linea di principio, potenziali candidati sindaco, dice molto. Dice che il sapere – e non l’eventificio – è diventato uno degli asset riconosciuti della città, e dice che la produzione della conoscenza ha acquisito un prestigio pubblico tale da apparire come possibile principio ordinatore della leadership urbana. Ma suggerisce anche un’altra cosa, ossia che non basta rappresentare il sapere, bisogna saperlo interpretare politicamente, perché una città non si governa soltanto con competenza tecnica o autorevolezza scientifica. Serve qualcuno che sappia trasformare questa energia in un progetto politico, civico e sociale.

Milano, in fondo, ha sempre funzionato così, non vivendo di rendita, ma mettendosi ogni volta nel punto più avanzato della produzione, e negli anni venti del duemila – guerre permettendo – quel punto si chiama sapere.

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