Milano
Continuare a stupirsi di Milano è già un programma politico
Milano cambia più in fretta di quanto politica, istituzioni e mercato riescano a capire. Tra economia della conoscenza, caro vita, fuga dei talenti e disuguaglianze, la sfida è preservare la vitalità imprevedibile della città, che non si può pianificare.
«Ci sono più cose in cielo e in terra, Orazio, di quante ne sogni la tua filosofia» Shakespeare, Amleto.
Milano città della conoscenza che crea talenti ma non li attrae
Qualche giorno fa ho partecipato a Milano all’incontro ‘Si può sapere, Milano? – dialogo per una città pensante’ organizzato dalla Fondazione Bassetti insieme a Hey Milano e Camera del lavoro. Il punto di partenza era il lavoro di Hey Milano su ‘Com’è cambiata Milano negli ultimi 15 anni’ e il documento ‘Città dei Saperi’ della CGIL metropolitana milanese, che racconta la trasformazione della città in un’economia della conoscenza, forte nei numeri, ma debole nella capacità di trattenere i lavoratori della conoscenza che escono dalla città universitaria per i bassi salari e l’alto costo della vita.
Temi noti, che hanno però animato un ragionamento collettivo ‘alto’ e non scontato, con all’orizzonte il prossimo appuntamento elettorale cittadino. La gran parte dei presenti, classe dirigente composita della città, ha convenuto che la risposta al gioco di parole sulla possibilità di ‘sapere’ Milano, le sue trasformazioni e sfide, in un momento di molteplici passaggi, di identità, di funzione, di immagine, di mercato, è esercizio assai arduo e destinato ad un quasi certo fallimento: si vede il cambiamento, si sperimentano le criticità, si portano a fattor comune abbozzi di soluzioni, ma non si riesce ad ‘afferrare’ il tema. Non vi riescono gli osservatori senza potere, ma non vi riesce realmente nemmeno il Potere, o meglio i poteri minuscoli, che guidano la politica, le istituzioni e l’economia cittadina, senza realmente saperla, ma accompagnando processi e mettendo pezze a colore quando le cose escono dal seminato.
La Sinistra e l’utopia di governare i cambiamenti
Questo è un problema soprattutto a Sinistra, e non solo perché oggi quella parte detiene, conflittualmente innanzitutto con sé stessa, il potere politico, ma perché è la parte che più si ostina a credere, pur pensionato Marx, al comprendere i processi reali per cambiare lo stato di cose. Da qui uno stato di costante, autoimmune prostrazione: innanzitutto le cose non vanno troppo spesso nel verso desiderato, e poi una città è per molti versi un organismo proteiforme, che si agita troppo e produce fotografie sfuocate, mappe contraddittorie.
Così, una parte non piccola del successo di Milano, il cui picco è stato raggiunto sotto le ultime giunte di centro-sinistra, è ora quello che rende Milano stessa antipatica, innanzitutto proprio a quella stessa Sinistra, che vorrebbe cambiare, ma davvero non sa per dove, né come. Per chi è strutturalmente un po’ control freak (la Destra ha meno problemi, per lei ‘si salvi chi può’), le leve da manovrare per governare assertivamente una metropoli moderna sono troppe, dislocate in posti lontani e calibrate in modo tale da non garantire che ad una data azione corrisponderà una reazione certa e auspicata, è un casino.
Un città viva perché contraddittoria
Milano ha tante università, alcune di ottimo livello, e una popolazione studentesca molto corposa, 230mila studenti e 10mila docenti, che fatica a vivere in una città con costi della vita crescenti, perché è diventata appetibile per i ricchi e per la rendita, e poco attratta a rimanere in un posto, in un Paese, in cui i salari sono troppo bassi. Alcuni di questi lavoratori della conoscenza, della “classe creativa” direbbe Richard Florida, sono attivi in settori ad alta tecnologia, altri, molti, in settori che oggi hanno un’immagine vincente (la consulenza, la comunicazione, la finanza), ma che quella stessa alta tecnologia rischia di rivoluzionare entro breve, terremotandone numeri e profili occupazionali. Altrettanti lavorano nella macchina dell’intrattenimento, da quello colto a quello mangereccio, che ha bisogno delle mille luci e del glamour della città patinata. Tutto insieme, in pochissimi chilometri quadrati. A chi cerca la quadra, viene da rispondere con il Montale di Non chiederci la parola: “Non domandarci la formula che mondi possa aprirti sì qualche storta sillaba e secca come un ramo. Codesto solo oggi possiamo dirti, ciò che non siamo, ciò che non vogliamo’.
Il Mercato non è la soluzione, ma nemmeno il problema
Tra ciò che non vogliamo c’è certamente l’alzare le mani e lasciare tutto al Mercato. Non ce ne vogliano i suoi assertori ad ogni costo, ma da qualche anno è chiaro a tutti che il Mercato, lasciato libero, si comporta come i pesci rossi: se gli lasci troppo mangime, lo fanno fuori tutto, non si fermano mai, e alla fine te li ritrovi a pancia in su, con la differenza che il Mercato non perde mai e dunque a pancia in su ci finiscono tutti quelli che non ci guadagnano. Ma il mercato è necessario: Milano è una città di lavoro, di business, di libidini e di sogni anche molto concreti, non si può ingabbiare, come non si può fare dei suoi spiriti animali tutta un’impresa sociale. Servono però quei correttivi socialdemocratici che evitano a lui e a noi di andare a sbattere.
Non ragiono per leve, ma per obiettivi, anzi per un obiettivo solo ma fondamentale, fare in modo che Milano possa rimanere il luogo dove ‘succedono le cose, come nella New York di Manhattan Transfer di John Dos Passos. Un posto, il posto in Italia, fra i posti in Europa, dove possono convivere il massimo dell’innovazione, anche nella sua faccia più maleducata, il bar di quartiere dove vanno i ragazzi di Poveritivo, l’artigiano che restaura i mobili o le biciclette, l’avvocato con le bretelle, l’associazione di volontariato, il ferramenta di quartiere, il miliardario in fuga da Dubai. Un amabile casino di biodiversità, che si possano incastrare tra di loro, magari anche entrando in conflitto, senza che nessuno debba prevalere.
Stupirsi in un fast food libanese
Ci pensavo il giorno dopo, quando sono andato a mangiare in un fast food di cucina mediorientale, Ceci (ve lo consiglio), perché mi era piaciuto il loro profilo Instagram. La proprietaria, una forza della natura con le fattezze di una ragazza libanese, mi ha subito presentato la sua social media manager, un’altra forza della natura, molto in gamba a giudicare dalle referenze, molto cool per gli abiti e il gloss, e molto velata. Da signore d’età quale oramai sono, dapprima mi sono un po’ stupito del contrasto e poi ho capito che nessuna fantasia pianificatoria avrebbe potuto concepire quella come mille altre manifestazioni di vitalità della città più maledettamente vitale di questo catatonico Paese. Questo casino, e il sogno milanese che ci sta dietro, è il vero cuore che bisogna preservare, tanto dalla mentalità dei grandi predatori, quanto dai piantini dell’entitlement borghese che scappa in campagna dalla città che non riconosce più (l’ho scritto e lo farò anch’io, ma per scelta personale, senza morale).
Difendere il casino è un programma politico
Se la comunicazione politica avesse senso dell’umorismo, uno slogan per il prossimo candidato Sindaco di centro-sinistra potrebbe essere ‘Manteniamo Milano incasinata’, ma mi rendo conto che si presta a fraintendimenti. L’obiettivo però è quello, perché il movimento è tutto per una città e bisogna mantenere intatta la capacità della città di generare stupore, quello vero, non la plastica del marketing, liberando energie ricche e povere, che per questo devono poterci vivere e lavorare, quindi case e trasporti, senza stare attaccate con le unghie e la rabbia a un treno troppo costoso e troppo veloce.
Una città che possiamo conoscere, che ci appassiona pensare, ma che ci possa stupire sempre. Sarebbe già un vasto, bellissimo programma.
Foto di Tommaso Correale
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