Torino
Il giorno che può spezzarsi: la fotografia civile di Nick Brandt alle Gallerie d’Italia
Tra bianco e nero e visioni sommerse, The Day May Break racconta il volto umano della crisi climatica, intrecciando storie di sopravvivenza, perdita e resistenza in quattro continenti
Una nebbia sottile avvolge corpi e paesaggi, uno spazio sospeso in cui esseri umani e animali sembrano condividere lo stesso destino. È da questa dimensione visiva, quasi fuori dal tempo, che prende forma The Day May Break, il progetto fotografico di Nick Brandt esposto alle Gallerie d’Italia di Torino e visitabile fino al 6 settembre 2026. Un lavoro che non si limita a documentare, ma costruisce un racconto etico e politico sulla crisi climatica, restituendole un volto preciso, umano, vulnerabile.
Il primo impatto è affidato al bianco e nero: una scelta estetica che sottrae ogni distrazione e concentra lo sguardo sull’essenziale. Gli occhi dei soggetti — uomini, donne, bambini — non cercano pietà, ma stabiliscono una relazione diretta con chi osserva. Accanto a loro, animali salvati da condizioni estreme: elefanti, giraffe, tigri, creature che portano sul corpo le tracce della distruzione ambientale. Non sono simboli, ma presenze reali, individui con un nome, una storia, una sopravvivenza condivisa. Il progetto nasce nel 2020, in un momento di crisi globale, e si sviluppa attraversando alcune delle aree più fragili del pianeta. Brandt sceglie consapevolmente paesi che contribuiscono in minima parte alle emissioni globali, ma che subiscono le conseguenze più devastanti del cambiamento climatico. È qui che la fotografia si trasforma in atto di testimonianza. Dallo Zimbabwe al Kenya, il percorso si apre con comunità segnate da eventi climatici estremi: cicloni, siccità, incendi. Le immagini raccontano esistenze spezzate — case perdute, famiglie divise, terre diventate sterili — ma anche una forma di resilienza silenziosa. Gli animali presenti negli scatti non sono elementi decorativi: provengono da riserve protette, dove convivono con l’essere umano in un equilibrio fragile e forzato. Il viaggio prosegue in Bolivia, nel cuore di uno dei territori più ricchi di biodiversità al mondo e al tempo stesso sempre più esposto agli effetti del riscaldamento globale. Nick Brandt fotografa in un santuario dedicato alla fauna selvatica, dando forma al capitolo “Sanctuary”. Le foreste, fiaccate da temperature in aumento e lunghi periodi di siccità, bruciano con frequenza crescente. Il paesaggio cambia rapidamente, e con esso la vita delle comunità locali, che perdono non solo le risorse economiche, ma anche il proprio orizzonte culturale e identitario.
In Giordania, il registro visivo muta. La nebbia scompare, lasciando spazio a una luce più netta, quasi crudele. Il deserto del Wadi Rum diventa il palcoscenico di ritratti collettivi: famiglie siriane rifugiate, unite in composizioni verticali che evocano forza e dignità. In questo contesto la scarsità d’acqua — tra le più gravi al mondo — si intreccia con la memoria della guerra e dello sradicamento. Le figure, spesso femminili, sostengono lo sguardo con fermezza, trasformandosi in presenze centrali, pilastri emotivi e simbolici delle immagini. L’ultima tappa conduce alle Fiji e introduce una rottura visiva: il colore.
Le fotografie subacquee del capitolo “Sink/Rise” immergono lo spettatore in una dimensione sospesa, dove corpi umani fluttuano in un azzurro che sfuma verso il grigio. È una bellezza inquietante, attraversata dalla consapevolezza della perdita imminente. Le isole del Pacifico, tra le meno responsabili delle emissioni globali, sono tra le più minacciate dall’innalzamento del livello del mare. Il futuro non è una previsione, ma una condizione già percepibile, tangibile. Nel suo insieme, The Day May Break costruisce una narrazione stratificata che unisce estetica e impegno. I dati scientifici — l’aumento della temperatura degli oceani, la fusione accelerata dei ghiacci, l’acidificazione delle acque — restano sullo sfondo, ma trovano incarnazione nei volti e nei corpi fotografati. È in questa connessione tra scala globale e dimensione individuale che il lavoro di Brandt acquisisce forza. Non c’è retorica nelle sue immagini, ma una chiara chiamata all’azione. Il fotografo insiste su un’idea semplice e radicale: il cambiamento non è solo responsabilità dei governi o delle istituzioni, ma passa anche attraverso scelte quotidiane. Alimentazione, consumo, abitudini: ogni gesto contribuisce a un sistema più ampio.
Il titolo stesso del progetto contiene una tensione ambigua: il giorno che può spezzarsi, ma anche aprirsi. Una frattura o una possibilità. Tra queste due direzioni si muove l’intero lavoro, lasciando allo spettatore non solo un’impressione estetica, ma una domanda urgente. Non cosa stiamo guardando, ma cosa siamo disposti a fare dopo aver guardato.
Nick Brandt è nato nel 1964, a Londra, in Inghilterra. Da oltre vent’anni, i temi delle sue fotografie trattano l’impatto della distruzione ambientale e del collasso climatico, sia sulle popolazioni più vulnerabili che sul mondo animale e naturale.
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