Il programma politico-economico della Brexit

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10 Aprile 2017

La stragrande maggioranza degli economisti è stata contraria alla Brexit. Tra i pochi favorevoli, solo Patrick Minford, nel libro Should Britain Leave the EU? An Economic Analysis of a Troubled Relationship (Elgar, 2015), ha proposto un modello con delle stime sull’effetto positivo di questa scelta. L’economista dell’Università di Cardiff – vicino al Partito Conservatore – suppone che il Regno Unito non firmi un trattato commerciale con l’Unione Europea e che non imporrà dei dazi doganali ai prodotti in entrata di qualsiasi provenienza; di contro la UE utilizzerà rispetto al Regno Unito i dazi stabiliti dall’Organizzazione Mondiale del Commercio. Questo implicherebbe una riduzione del commercio con i paesi dell’UE, che importerebbero di meno dal Regno Unito a causa dei dazi che hanno imposto, ed un aumento di quello con il resto del mondo, che costerebbero meno.

Il modello ipotizza che I prezzi nel Regno Unito siano del 10% superiori rispetto al resto del mondo per la presenza di barriere non tariffarie (per esempio, regolamentazioni del lavoro, delle sostanze che si possono utilizzare nella produzione, imposizione di standard comuni,  ….). In questa ottica l’UE è vista come un’istituzione protezionista, lasciando la quale il Regno Unito potrebbe votarsi al libero scambio.

I risultati sono di un aumento del reddito nazionale del 4%, in quanto il paese utilizzerebbe con maggiore efficienza le proprie risorse: il settore manifatturiero di fatto scomparirebbe a causa della maggiore competitività di quello degli altri paesi rispetto a quello britannico, ed il paese si specializzerà nei servizi, settore nel quale gode di un vantaggio comparato rispetto agli altri paesi. Vi sarebbe una fortissima redistribuzione: i salari dei lavoratori con competenze elevate aumenterebbero dell’11%, mentre quelli dei lavoratori non specializzati si ridurrebbero del 14%. La riduzione dei salari non sarebbe causata dall’immigrazione dai paesi dell’Est Europa, come i sostenitori della Brexit sostengono essere successo negli ultimi anni, ma dalla sostanziale eliminazione di opportunità lavorative nell’industria.

Se la Brexit è stata la rivolta contro l’élite di coloro che sono rimasti indietro, citando un vecchio film di Ken Loach si può dire che su questi ultimi continueranno a piovere pietre.

TAG: Brexit, Minford
CAT: commercio internazionale, macroeconomia

3 Commenti

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  1. massimiliano-zanoni 3 anni fa

    Da sempre le rivolte le fa la borghesia – che può pagare – e non gli operai che ovviamente non possono. Ora men che mai.
    Le elites inglesi si sono rivoltate contro quelle europee che gli davano indicazioni anche sula cubatura del bagno e hanno vinto col voto democratico.
    Questo ad un’istituzione che si proclama democratica pare non andare giù, e la cosa dovrebbe drizzarci le antenne.
    Di economia si può discutere ma direi che i catastrofisti farebbero bene a ripassare i fondamentali prima di presentarsi a settembre

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  2. umbrito-tamburini 3 anni fa

    A me sembra di ricordare che i votanti provenissero dai poveracci -di soldi e di “maniere”- ma (si sa) quinque sunt causae bibendi, e la quinta comporta l’ascolto della neoverita’

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  3. massimiliano-zanoni 3 anni fa

    Tamburini pare sfuggire che in una democrazia votano tutti, persino i ‘poracci’, anche se qualcuno, che pur si dice democratico, vorrebbe cambiare questa elemento. Però deve convenire che senza che le elites siano d’accordo le elezioni non si tengono o si accrocchiano.
    Che i meno abbienti siano i più colpiti dalle riforme e da un sistema che scarica le crisi sui lavoratori non sorprende, anzi da tempo lo ammettono proprio tutti, persino ISPI (diretta dal segretario della Trilateral) nel suo ultimo report.

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