Nel mondo grandi opportunità di business, specie per chi innova

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24 gennaio 2016

L’Italia è un paese di esportazioni. Magari non saremo Exportweltmeister come i nostri amici tedeschi, ma ce la caviamo bene, malgrado tutto. Sono i numeri stessi a dirlo: il nostro paese è al nono posto nella graduatoria dei paesi leader nel commercio mondiale, e quando si tratta di beni e non di servizi siamo addirittura all’ottavo posto, sotto la Corea del Sud ma sopra il Regno Unito.

Il nostro principale cliente, lo sanno anche i sassi, è la Germania. Non stupisce, considerando che è la prima economia d’Europa e la quarta economia manifatturiera del mondo. Senza la Germania finirebbero a gambe all’aria tantissime imprese italiane, in particolare qui nel Nordest.

A Trento come in tutta la Pianura padana siamo abituati a guardare a nord: alla Germania, alla Svizzera, all’Austria… Non solo per ragioni economiche, ma anche geografiche, culturali e soprattutto storiche (la Lombardia è stata austriaca sino al 1859, il Veneto e Mantova sino al 1866, il Trentino-Alto Adige sino al 1918). I tir e le auto che sfrecciano sull’autostrada del Brennero, una delle più importanti arterie stradali d’Europa, sono la dimostrazione plastica di quanto ho appena scritto.

Però non esiste solo il nord. Esiste anche l’est, l’ovest e il sud, e da imprenditore in costante dialogo con altri imprenditori me ne sto sempre più rendendo conto. Faccio un primo esempio: il Brasile. Benché oggi il paese latino stia vivendo una grave crisi politica ed economica, con il PIL in contrazione del 3% (un dato drammatico, specie per un paese emergente), resta la seconda economia del continente e la settima al mondo, maggiore pure di quella italiana o russa.

In Brasile c’è una classe media in espansione, vivace e dinamica. Certo, è una classe media un po’ diversa dalla borghesia affluente europea o nordamericana: dal punto di vista numerico è ben più cospicua, dato che fanno parte dei suoi ranghi poco meno di 140 milioni di persone; da quello reddituale però si tratta di una classe media tendenzialmente più povera, dato che il reddito familiare medio oscilla tra gli 8mila e i 16mila dollari annui.

In ogni caso, la crème di questa classe media è colta, cosmopolita, e anche se magari studia negli Stati Uniti e fa il viaggio di nozze in Portogallo, ama tantissimo l’Italia e lo stile di vita italiano: prima di tutto per ragioni (ancora una volta) storiche, ad esempio la forte emigrazione trentina, veneta e friulana in stati come il Rio Grande do Sul, Santa Catarina e Espirito Santo tra il XIX e il XX secolo; un po’ per profonde affinità tra la cultura brasiliana e quella italiana.

Questa passione deve essere sfruttata! Si tratta di un’opportunità gigantesca non soltanto per le grandi aziende italiane che da sempre puntano sul Brasile (ad esempio la Fiat, o l’attuale Telecom Italia) ma per tante micro-imprese, startup e botteghe artigiane che oggi, grazie alle tecnologie digitali, possono provare a vendere in Brasile senza essere lì fisicamente. Specie se realizzano prodotti ad alto valore aggiunto, meno esposti ai rallentamenti dell’economia e a conseguenti cali dei consumi.

Un altro paese interessante, e relativamente vicino dal punto di vista geografico, è la Turchia. Negli ultimi anni l’economia turca ha subito una profonda metamorfosi, passando dai circa 270 milioni di dollari del 2000 ai quasi 800 milioni del 2014. E anche se il 2015 sarà un anno di crescita del PIL sotto la media (+3%, contro il quasi 4% tra il 2008 e il 2013), la Turchia è senza dubbio una straordinaria occasione per il tessuto produttivo italiano. Unica, in realtà, dal momento che non c’è nessun altro paese così vicino dal punto di vista geografico e così in crescita da quello economico.

Anche qui, come in Brasile, si sta consolidando una classe media che ama l’Italia, il suo stile di vita e i suoi prodotti. Non soltanto siamo già oggi un importante partner commerciale, ma lo scorso anno quasi 200mila turchi hanno visitato l’Italia: naturalmente il saldo turistico è ancora a vantaggio della Turchia (infatti sono stati poco meno di 700mila i connazionali che hanno visitato nel 2014 Istanbul, Bodrum e la Cappadocia), però sino a pochi anni fa sarebbe stato impensabile una tale massa di turisti da quel paese.

Puntare sulla Turchia significa puntare su un’economia destinata a crescere ancora, negli anni a venire. O almeno così sostengono autorevoli report, ad esempio uno della PwC. Secondo l’azienda di consulenza, nel 2041 il PIL (a parità di potere d’acquisto) della Turchia sarà il dodicesimo del pianeta, superando quello di paesi di antica industrializzazione come l’Italia o il Canada, e all’inseguimento di quello di ex potenze mondiali come la Francia e il Regno Unito. Non solo: la Turchia è un paese giovane (l’età media è 29 anni, contro i 44 italiani e i 45 tedeschi), con una popolazione di 75 milioni di abitanti; ancora, essa è la piattaforma ideale per esplorare un’area economicamente promettente e vastissima, quella del Turkestan, che va dall’Azerbaigian al Kazakistan, ai confini con la Cina.

La Spagna, infine. Come mi diceva poco tempo fa un imprenditore veneto, tra le due nazioni mediterranee ci sono fortissimi legami e affinità, e l’interscambio commerciale è solido, come dimostra il fatto che il nostro paese è il quarto cliente della Spagna e il terzo fornitore. Tuttavia «ci sono grandi margini per fare meglio». Questo è doppiamente vero considerando che quella spagnola è forse l’economia dell’area mediterranea che si è ripresa meglio dalla crisi, con una crescita del PIL stimata per quest’anno intorno al 3%.

Insomma, c’è un mondo di possibilità là fuori, e non bisogna demordere. Anche se un nuovo raffreddamento dell’economia globale è ormai all’orizzonte, per le tantissime imprese che fanno un Made in Italy innovativo e di qualità il lavoro non dovrebbe mancare.

TAG: bijouets, brasile, design, Germania, HSL, made in Italy, spagna, Turchia
CAT: commercio internazionale, Moda & Design

Un commento

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  1. daniele.invernizzi 3 anni fa
    Un'analisi molto interessante del bacino mediterraneo e non solo. Per quanto mi riguarda sul fronte tecnologico il nostro paese ha ancora la sua da dire, rispetto a molti che la tecnologia la comprano, assemblano ma non ingegnerizzano. Ad esempio nel campo automotive, il mercato italiano è costituito da una profonda tradizione ed un gusto estetico senza pari. Di contro ci manca la capacità di fare rete, grandissimo difetto perché abbiamo un tessuto di piccole e piccolissime imprese che se fossero in grado di lavorare assieme rappresenterebbero un'unico organismo molto competitivo. Dunque credo che una delle figure del futuro, per chi deciderà di rimanere, potrebbe essere una sorta di "connection leader", ovvero una figura professionale altamente formata, sul mercato internazionale, in grado di connettere insieme le imprese che si occupano di uno specifico settore o prodotto, per portarle sul mercato internazionale come un'unico organismo. Se è vero che gli acceleratori d'impresa fanno questo per un'azienda, gli stessi acceleratori dovrebbero avere un "connection leader" in grado di scovare, convincere e collegare l'offerta alla domanda: l'artigiano è un osso duro, per questo il CL deve essere italiano verace! Chissà che nelle alte scuole di formazione un giorno possa nascere una figura di questo tipo...
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