Ttip, ma Renzi difende i nostri interessi o sta con gli yankee?

21 Aprile 2015

La stretta di mano fra il capo negoziatore europeo Ignacio Garcia Bercero e l’omologo statunitense Daniel Mullaney ha dato il via ieri, a New York, a un nuovo round dei negoziati sul Ttip, l’accordo commerciale fra Unione Europea con il quale si vuole rendere più agevoli l’import-export e gli investimenti tra le due sponde dell’Atlantico. Siamo al nono giro di trattative, e la strada per trovare un’intesa appare sempre più impervia peraltro. Quando parlando lontani dei microfoni, i funzionari della Commissione Ue non nascondono lo scetticismo più radicale: venerdì scorso preannunciavano che anche questo round «non porterà ad alcuna svolta». E ciò mentre si va diffondendo e radicando sempre di più non solo l’opposizione popolare al negoziato – di cui le manifestazioni di sabato scorso in oltre 700 città al mondo, sono state un buon indicatore – ma anche quella nella politica e nei governi europei. Opposizione che, al netto delle mistificazioni mediatiche e della propaganda da ambo i lati, trova ragioni molto concrete.

Eppure, venerdì scorso il nostro presidente del Consiglio – al termine di un incontro a Washington con Barack Obama – ha affermato che «il 2015 deve essere l’anno della svolta» sul Ttip. Pochi mesi prima, in un convegno a Roma, sempre Matteo Renzi aveva addirittura annunciato che «Ttip ha l’appoggio totale e incondizionato del Governo italiano», posizione ribadita nella recente visita alla Casa bianca, quando Renzi ha detto «come Governo stiamo spingendo con grande determinazione». Ma in direzione di che cosa? Non è infatti solo questione di «resistenze dei socialdemocratici tedesche« come la racconta Renzi. In ballo ci sono interessi economici immediati e strategici rilevanti.

Gli Stati Uniti sono molto bravi a difendere i loro. Per esempio, al tavolo negoziale i nostri di Bruxelles sono disponibili all’abbattimento dei dazi sul 90% dei prodotti, mentre gli americani non si smuovono oltre il 75 per cento. Il che già la dice lunga sulle astuzie protezioniste delle nostre controparti d’Oltreoceano. Quanto agli appalti, uno dei più importanti fra i 24 capitoli del Ttip, da noi le gare sono in gran parte aperte agli americani, mentre negli Stati Uniti ci sono numerose restrizioni, che vanno dai trasporti all’energia. E la delegazione della Casa Bianca per ora non dà segno di voler cedere sul punto. Non solo, l’amministrazione Obama si rifiuta di coinvolgere nei negoziati i singoli Stati americani: peccato che negli Usa molte delle regole sugli appalti sono a livello statale e non federale. Ancora,  fuori dall’agenda di questo round negoziale a New York restano il capitolo servizi (su cui non c’è tuttora alcuna intesa) e quello dello sviluppo sostenibile, sul quale la Ue si dice «determinata a difendere e promuovere» i livelli di protezione in materia di ambiente e diritti dei lavoratori.

In tema di regolamentazione degli standard industriali – dalle auto ai farmaci al biomedicale – di qua dell’Atlantico si pensa al reciproco riconoscimento, mentre gli Stati Uniti pretendono come precondizione ampi cambiamenti al sistema europeo di regolamentazione e creazione di standard. Su questa parte si innesta, peraltro, il tema delicato della sicurezza alimentare, da un lato, e degli interessi industriali del settore agroalimentare italiano, dall’altro. Ciliegina sulla torta, a Washington non vogliono nemmeno sentir parlare di industria finanziaria, derivati e affini: libero scambio e concorrenza sì, ma purché non si disturbino gli affari delle grandi banche di investimento americane.

In conclusione, a meno che l’appoggio “incondizionato” al Ttip di Renzi sia solo una frase al vento, detta giusto perché stava bene fare il brillante davanti a Obama, la posizione di Renzi è quanto di più pericoloso ci possa essere tanto per le nostre imprese (che però possono avere interesse a non aumentare la concorrenza) quanto per i consumatori. Per nostra fortuna, non sono né Renzi né il governo italiano a negoziare con mr. Mullaney ma Bruxelles. E il testo finale dell’accordo – diversamente dalle mistificazioni circolate nella campagna Stop Ttip – sarà sottoposto all’approvazione dei governi dei 28 Paesi Ue e del Parlamento europeo, dove tanto le lobby industriali quanto quelle dei consumatori e delle ong sono molto attive nel rappresentare la vasta gamma di interessi dei cittadini e delle imprese europee.

 

Nella foto di copertina, il capo negoziatore europeo  Ignacio Garcia Barbero (a sinistra) con l’omologo Usa Daniel Mullaney si stringono la mano all’avvio del 9° round  negoziale sul Ttip, 20 aprile 2015, New York

 

I nostri articoli sul TTIP

  1. Addio Ttip, a Bruxelles all’accordo con gli Usa non crede più nessuno
  2. Gli interessi economici italiani in gioco nell’accordo di libero scambio con gli Usa
  3. Il TTIP e le mistificazione dei giornali italiani

 

Le info ufficiali della Commissione Europea sul TTIP

  1. Come funzionerebbe il TTIP
  2. I testi negoziali del TTIP
  3. Il processo negoziale: chi approva cosa
  4. 10 falsi miti sul Ttip spiegati su Twitter dal team Ue che segue la trattativa (in inglese)
  5. Il profilo ufficiale Twitter del Team TTIP europeo (in inglese)
TAG: ttip
CAT: commercio internazionale, Politiche comunitarie

Un commento

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  1. paolodellasala 5 anni fa
    Non capisco il senso dell'articolo: ci sono delle parti da concordare, ed è ovvio che ognuno tiri acqua al proprio mulino, MA non sono dell'idea di seguire i manifestanti di 700 città europee etc., che mi danno l'idea di essere gli stessi che manifestano contro le scie chimiche. Il Trattato è un'occasione unica per l'economia europea, non solo per quella "yankee", e la Storia insegna che con gli USA da oltre 100 anni si può lavorare e crescere bene, mentre se si seguono politiche più eurocentriche, con sbandate sino-russe per giunta, o filo saudite, o filo Venezuela di Chavez, si può solo affondare o decadere, come è successo dal 1989 in poi. Gli "yankee" fanno i loro interessi, è vero, ma gli interessi europei non sono sempre gli interessi degli abitanti europei, se si parte da una genetica opposizione al libero mercato, in nome di uno statalismo hegeliano o bismarckiano o menscevico -se va bene-, o fascista, se va male.
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