I negozi sotto casa

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22 marzo 2020

Filtra un sole convinto e prima ancora di andare a pisciare sollevo la tapparella ed esco in balcone. Da quassù una discreta panoramica. Una donna in bicicletta, non giovane, senza mascherina, pedala sostenuta in contromano. Non vedo macchine all’orizzonte.

Osservo l’orbita del piccolo supermercato Simply sotto casa, quello degli anziani, della battuta al banco salumi e formaggi, della confidenza con la cassiera. Una fila a zig zag riempie il parcheggio grande come un campo da tennis, per poi uscire sul marciapiede dividendosi in due: una coda a destra e una sinistra. Dalla mia vista da drone mi chiedo come gestiranno la precedenza nel punto d’incrocio del parcheggio.

Quando esce dalla porta automatica una donna con trolley e passo da fuga, la sostituisce al volo un signore armato di carrello. E tutti fanno un passo in avanti, come al gioco dell’oca, pedine umane.

Sono finiti il pane e le arance, mi aggiorna mia moglie. I due beni primari della nostra quarantena. E aspetta qualche secondo, a fingere di essersene ricordata poi: – E anche le sigarette, se puoi! Tanto devi già uscire. –

Il suo vero bisogno primario l’ha cammuffato in seconda fila.

Prendo il cellulare, riattivo l’audio, e mi siedo sulla tazza del water, a coltivare la prima liberazione.

La notizia di getto è la morte di Gianni Mura.

Devo fermarmi un attimo. C’è troppa roba dentro, che mi riguarda.

Aspettavo le sue cronache, qualunque sport fosse, con i sintomi dell’astinenza, e le chiudevo con un senso di abbandono. La ricchezza lirica e lo scandire, il colore e la precisione, l’empatia del padre schivo…

Un’amica che lavora a D di Repubblica lo incontrava nello spazio sigaretta. Si davano appuntamento. Si era creato tra loro un rapporto profondo. Le dicevo che lui era il grande amore platonico della sua vita. E lei non l’ha mai presa come una cazzata. Certe anime si compensano. Penso al suo, di lutto: questo le scrivo su whatsapp. Mi risponde che “senza campionato, senza tour, senza sport, si è rotto le palle, e ha deciso che non era più il suo tempo. Non ho lacrime, sono una statua”. Che per me significa: prosciugata. Saluto l’immenso scrittore che ha fatto il giornalista.

Brigitta si è messa a stirare in camera da letto, con il fidanzato in Skype di fronte. Un quadretto di convivenza futura, le auguro, e auguro anche un po’ a me stesso. Penelope sta lavando il bagno, e i bassi che escono dalla sua minuscola e poderosa cassa Sony sembrano gonfiare la porta chiusa. Mia moglie è salita in terrazzo a piangere sulle condizioni disastrose delle sue piante, che non ha mai il tempo di coccolare. E aspetta le sue siga.

Io alzo il mio triplo bandana, perché questa cazzo di mascherina non la trovo, piego e arrotolo una busta della spesa, la pigio nella tasca dietro del jeans e scendo in strada.

Per le arance il fruttivendolo arabo, a cento metri. Tre persone in fila. Che però no, mi viene subito detto sono sei. Tre sono dall’altro lato, dove c’è l’ombra. C’è un sole da neonata primavera, e c’è chi cerca ombra! La quarantena annuncia già disturbi alla fotosintesi.

Una coppia di donne dell’est, di larga stazza, guarda dentro il negozio. Una delle due dice a tutti noi che c’è poca gente, “entrare qualcun altro!”. E lì mi scatta il fastidio. Siamo qui tutti, in pace, e arrivi tu a organizzare ‘sto paio di palle? Questo lo penso.

– Va bene così, uno esce l’altro entra, – limito all’informazione il mio intervento. Ma lei è risentita.

– O mamma, va bene, ma sta tranquillo, non ti agitare… – Parla a bassa voce, e non mi guarda. Io non ribatto. Il silenzio basta a resettare la sua iniziativa. Però ho alzato la tensione. Ho provato sulla mia pelle cosa potrebbe succedere alla lunga, se una sottile rabbia dovesse continuare a covare. Le guardo. Saranno due badanti, di quelle preziosissime, di quelle che mia suocera, ora trasferita qui vicino, mette al tappeto con la frequenza di una ogni due mesi. L’ultima ha meno di due settimane, e non l’ho ancora vista. Dimmi che non è lei! Smetto di pensarci, perché tocca a me.

La donna araba dal bel sorriso aperto, un filo indagatore, mi pesa sette chili di arance a 0,91 al chilo. Il prezzo al singolo centesimo. Che per me è sempre quello di Paperon dè Paperoni.

Pochi giorni fa sono stato al Gigante vicino, a fare la spesa della sopravvivenza. Non ci vado mai perché ci vuole una mappa per arrivare in fondo, ma tabto volume significa meno fila, o almeno non biblica. E infattio in due ore ho fatto tutto. Le arance costavano due euro e sessanta al chilo, però, per questo non ne ho prese abbastanza.

Per il pane punto al piccolo negozio con prodotti tipici della Puglia, che è sempre mezzo vuoto, e in questi giorni ha file di una persona, quando c’è. Compro tutto il pane rimasto: due ciabattine e un monumento di due chili di quello di Altamura. Ho fatto tredici. Ripenso al suggerimento di un amico che su facebook me lo consigliava per la mia filosofica pizzaiola.

Dal tabaccaio una fila che si consuma come una sigaretta al vento, ma le sue, Winston Silver o One, sono finite. Il bisogno primario comincia a barcollare. Telefono per sapere se vanno bene le Blu, uniche rimaste. Ovviamente sì. Solo tre pacchetti, però.

Raggiungo mia moglie in terrazzo con un pacchetto. Lo scoperchia con calma, sfila la stagnola e poi la sigaretta tenendo lo sguardo sulle sue piante alleggerite. Mi chiede di portare via quei due sacchi neri di foglie secche che ha riempito. Intanto le labbra stringono sensuali il filtro della Blu. Le guance lampeggiano di rosso acerbo. Lo sguardo soddisfatto da bambina.

TAG: negozio, Quarantena
CAT: consumi, società

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