Amalia Signorelli, venga con me a Parigi!

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8 giugno 2015

Mi capita sempre più spesso di accendere la tivù e di imbattermi nel  visino arguto e nella vocina senile,  puntuta e assennata di Amalia Signorelli. Non è ancora diventata una muppet televisiva alla stregua di Cacciari, Belpietro o Mieli, ma poco ci manca. Ma come è potuto accadere che una studiosa così periferica anche se bravissima e acuta sia  diventata una quasi star televisiva? Quali sono i percorsi che portano alla consacrazione presso il grande pubblico di un’intellettuale, certamente valida, ma del tutto in ombra fino a quel momento?

Anni fa mi imbattei nel libro di Amalia Signorelli  “Chi può e chi aspetta” (Liguori 1983). Era un libro sulla raccomandazione meridionale. Lettura fatta in biblioteca, non presi appunti; mi restarono però impressi un termine e un’immagine: isomorfismo religioso. Amalia Signorelli  diceva: guardate che in un Paese cattolico conta molto come sistemi le cose in cielo, perché analogamente sistemi  le cose in terra. Se assicuri la salvezza tramite l’intercessione dei santi, dei mediatori, non sarà difficile che i credenti (in Italia rari sono i fedeli, molti i devoti) si rivolgano ai “santi “in terra: quei politici, tanto  odiati e disprezzati adesso, ma rincorsi e idolatrati ieri. In Italia, si sa,  la stessa bocca che ha baciato è pronta a mordere.

Sotto altri cieli, quelli protestanti,  la salvezza si ottiene per “grazia”, non per “grazia ricevuta”,  ma per l’operare silenzioso della dottrina  della predestinazione. Vedeteli i plot medi della narrazione media cinematografica americana. Vuoi avere successo? Ebbene: te ne devi rendere degno. Non devi fare come i cattolici, che si rivolgono a un santo in cielo ma spesso in  terra (la raccomandazione, il familismo, l’indulgenza). No:  devi sputare sangue, passare sotto le forche caudine di un sergente sadico (“Ufficiale e gentiluomo”), portare quarti di bue sulle spalle (“Rocky I” e seguenti), dipingere infinite staccionate (“Karaté Kid”), ballare come un matto (“Saranno famosi” o “Flash dance”), lottare contro monsignori ignoranti (“Il tormento e l’estasi”), ma il paradiso, l’estasi, li conquisterai solo se saprai soffrire e solo se avrai fiducia in te stesso. Solo allora sarai degno della grazia, della predestinazione. Sarà vero? In ogni caso questa è la favola che gli americani amano raccontarsi.

Sì, ma come si va nel “paradiso” dell’informazione televisiva? Per puro caso e in maniera del tutto romanzesca. Perché Amalia Signorelli e non Dorothy Zinn o Gabriella Gribaudi?  La Zinn ha scritto un saggio sulla raccomandazione dove viene precisato qualcosa di molto grave e pregnante per la società italiana: la raccomandazione è un “fatto sociale totale” come diceva l’antropologo francese Marcel Mauss, ossia un fatto sociale così pervasivo da identificare un’intera società, come il potlatch delle tribù native americane. Perché non Gabriella Gribaudi che ha scritto un libro  (“I mediatori”, Rosenberg & Sellier, 1980) sullo stesso milieu meridionale indagato da Amalia Signorelli? La risposta è semplice: come Lucien de Rubempré nelle “Illusioni perdute” di Balzac né Zinn né Gribaudi hanno incontrato il loro Monsignor Carlos  Herrera che gli avrebbe cambiato i connotati professionali. Vedremo fra breve come si incontra Monsignor Herrera.

Tu hai un ragazzotto sveglio che ha fatto la LUISS, Giovanni Floris, e accade che costui abbia studiato non proprio distrattamente. Accade anche che abbordi la televisione, sfondi, e quando arriva al successo porti sciaguratamente alla ribalta politica  personaggi  come Renata “Ahò” Polverini. Ma accade anche che il giovanotto scriva anch’egli un saggio sulla raccomandazione (“Mal di merito”, Rizzoli 2007) e si ricordi di questo o quel professore. E così Dario Antiseri   approda nei salotti televisivi. Antiseri riceve così da Floris un risarcimento intellettuale tardivo. È vero che il nostro professore si smarrisce nel ragionamento, perde deliziosamente il filo, incespica come un uomo medio comune, ma  a lui si deve la “raccomandazione” di  uno dei giganti del pensiero liberale novecentesco, Karl Popper,  tanto grande da meritare l’ostracismo della nostra intellighenzia persa nel marxismo immaginario,  e  venisse perciò pubblicato a cura di questo oscuro professore  e presso un piccolissimo editore, Armando, mica Einaudi o Laterza  o Feltrinelli. Neanche Antiseri aveva incontrato fino a quel momento il suo Herrera, ovvero lo incontrerà troppo tardi per il dibattito intellettuale italiano nel suo complesso, che dio solo sa quanto avrebbe guadagnato in termini contro-ideologici da  una robusta iniezione di liberalismo adulto.   Popper  aveva avuto il torto di argomentare, ben prima di Lucio Colletti, che il marxismo, come peraltro la psicoanalisi, lungi dall’essere una “scienza” – e non lo è perché non “falsificabile” – è tuttalpiù una congettura (e forse anche un errore).

E insomma, lo avrete capito: il processo di consacrazione di un intellettuale in Italia, non avviene per riconoscimento obiettivo  dei meriti. Da noi avviene per uno o più “passaggi” televisivi. Fatto impensabile nella Francia del “College de France” e delle “Hautes Écoles”: impensabile infatti che un Pierre Bourdieu acquisti notorietà per il passaggio in uno di quei programmi  televisivi detti talk show, ormai ridotti a veri e propri pollai. No, in Italia il processo di consacrazione –  un processo  che dovrebbe essere strutturato dal punto di vista sociale, istituzionale oltre che accademico -, avviene   come nelle “Illusioni perdute” di Balzac: per puro caso e in maniera del tutto romanzesca. Accade che Lucien de Rubempré abbandoni  Angoulême  e la piccola società di provincia con i suoi stanchi riti, i suoi piccoli intrighi  e i suoi amori ipergamici (Madame de Bargeton) e succede  che lungo la strada per Parigi scorga una carrozza in “panne”. Avviene  che dia una mano a farle riprendere la strada. Si affaccia allora dalla carrozza  in “panne” un prelato, Monsignor Herrera, che altri non è che Vautrin alias Trompe-la-Mort, il rocambolesco personaggio balzachiano improntato al celebre galeotto Vidocq, che gli dica: “Giovanotto, vieni con me a Parigi”. E da allora, per puro caso, come avviene nei romanzi e nella nostra Italia, accade che Amalia Signorelli diventi una piccola stella televisiva: perché ha trovato il suo mediatore, il suo santo in terra.

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Abstract. Il focus di questo intervento è la modalità casuale con cui le élite intellettuali accedono al successo in Italia. A differenza che in altri Paesi – la Francia per esempio, ove vige un sistema strutturato di consacrazione delle élite, perlopiù attraverso le Alte Scuole – in Italia avviene in maniera del tutto fortuita e occasionale, come nel romanzo “Le illusioni perdute” di Balzac. E’ accaduto che l’intellettuale premiata dai media, pur brava e meritevole, abbia conosciuto un professionista televisivo che la porta con sé a “Parigi”: tramite lui ascende al riconoscimento e al successo professionali, mentre altri bravi intellettuali resteranno nell’ombra. E’ sempre  forse la nostra cattolica “salvezza vicaria” che opera nel riconoscere questo o quel  merito?

 

TAG: Amalia Signorelli, Balzac, Dorothy Zinn, Gabriella Gribaudi, Illusioni perdute, Marcel Mauss
CAT: costumi sociali

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