Elogio (maschilista) dello Spider

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31 marzo 2019

In città la primavera non era una data sul calendario o un refolo di aria dal Guglielmo più tiepida del solito, un’ora che cambia e ti fa trovare in ritardo nel preparare il pranzo della domenica. Era primavera quando, passeggiando la mattina tra l’edicola e le fontane della piazza attendendo la messa del Duomo, compariva, anticipata dalla musica altissima del suo quattro cilindri da 843 cc con 49 cv DIN a 6.500 giri, la Little America, figlia lei di Bertone e Giorgetto Giugiaro, la 850 Spider grigio chiaro guidata da lui, zazzera ormai bianca al vento e occhiale da aviatore, espressione serissima e doppietta con leggero sottosterzo per infilarsi nelle vie del centro di Brescia.
Era il segnale che dovevo correre, che il sole mi avrebbe accompagnato ad afferrare le consumate linguette di cuoio e i ganci in duro acciaio che nell’inverno padano tra mille spifferi e pioggia che entrava ovunque tenevano ancorato il tettuccio del mio Duetto al montante del parabrezza: la primavera, qualsiasi cosa dicesse il colonnello in tv, era arrivata e uno spiderista la primavera non se la perde. Non un anticiclone delle Azzorre ma un ciclone di aria che picchiando da dietro la nuca mi ha portato a precoci cervicali vanamente giustificate a papà per il troppo studio.
Lui Bertone e Giugiaro, io Pininfarina. Lui senza mai cambiare modello, io col mio primo “coda tronca” regalo di papà alfista (manco io, il figlio, fossi Dustin Hoffman e manco mi fossi mai laureato); essendo il 1982 un “usatone” di dieci anni col motore della Giulia 1300 che pesava come un carro armato e che zero speranza aveva a far “ripresine” con i “figli dei ricchi” sulle Golf GTI verde bottiglia, quelli di kili in carrozzeria ne avevano la metà, con una marea di cavalli in più: ma rimorchiavano sempre meno e non si parla di roulotte. Perché il Duetto grigio metallizzato, senza servosterzo e differenziali vari, ma solo con piede pesante, col motore e gli interni in pelle rossa garantiva occhiate furtive e fughe nella notte cantando Battisti in due a squarciagola con la radio mangiacassette che, sennò ciao alla tela della capote al primo parcheggio, poi troneggiava estraibile sui tavolini del bar al posto dei cellulari di oggi. Ma non ci si poteva arrendere e così arrivò altro usatone il 1750 col motore dell’auto scelta dai rapinatori in tutta Italia per battere, Alfa contro Alfa, le Giulia 1600 verdi della Polizia, e poi ancora al limite dello stupro aerodinamico ma in ossequio alle normative americane, il “gommone” 1600: una cosa che solo amanti depravati (amanti del Duetto si intende) potevano avere il coraggio di portare in giro con quelle orribili appendici mascherate da spoiler aerodinamico posteriore e paraurti da rompighiaccio baltico davanti. Eppure il Duetto al mare era da inetti finti vitelloni mentre lo spiderista infilava il giubbotto in pelle, io osavo anche i guanti senza dita incurante delle occhiate interlocutorie della passeggera, uno spiderista vero, dico, lo usava in montagna sui tornanti delle Dolomiti dove tra i riflessi del cristallo del parabrezza ad ogni scodata compariva ora il Pordoi ora il Sassolungo ora il rumore della ghiaia lasciata dall’ultima neve. Oppure sul lago di Garda o di Como se si era in trasferta milanese con l’andata tra le curve strette e il ritorno romantico in traghetto al tramonto. Ne arrivavano altri sul mercato di cabrio e di spider, dal Maggiolino alla Ferrari, ma il Duetto, l’ultimo, meraviglioso di Pininfarina liberato dagli orpelli gommosi si stagliava rosso fuoco sulle strade, correva nelle campagne: veniva guardato con qualche invidia e, diciamocelo, molta antipatia come si guarda a una cosa inutile che in quanto tale era da ricchi a prescindere dal costo. Eppure io avevo messo il volante in legno, che se mi schiantavo garantiva danni definitivi, avevo finalmente il servosterzo e comunque l’acqua che entrava bagnando i pantaloni nelle giornate di pioggia con dei tergicristalli che sembravano quelli delle jeep dei tempi di guerra. Roba sorpassata, senza elettronica ma i cronici problemi elettrici e un sorriso che non passava mai stampato addosso mentre guidavo da solo, dovessi andare a lavorare, volassi via per il week end, o infine avessi seduta  fianco a me mia moglie, tale da 10 minuti con ancora l’abito da sposa e il velo per i capelli che non stava a posto nemmeno stretto tra le mani. E con lei col velo correvo, e correvo eccome rombando verso il pranzo di nozze che tutti e due lo avremmo voluto lontano, irraggiungibile, per goderci quelle doppiette, quelle scalate, quegli inutili punta-tacco così divertenti e quelle gran scodate che oggi ti metterebbero in galera senza neanche farti il palloncino. Poi i figli, la famiglia, un telo grigio a coprirlo e la botta finale, un timbro Euro Zero che lo condannava alla immobilità essendo vecchio ma non storico,  giovane ma non abbastanza. E così, inevitabilmente, il giorno del mio cinquantesimo compleanno l’ultimo viaggio fino al centro del capannone dove organizzavo la festa con gli amici: lui rosso fiammante lì, fermo come una installazione di arte moderna e i veri amici che mi conoscevano a metterci dentro i regali come fosse il più prezioso dei cofanetti: quello dei ricordi che non scaccerai mai, dei sorrisi, dei momenti di rabbia sfogati lavorando veloce di braccio sul cambio a corsa lunga, tra terza e quarta per cavare il meglio.
Oggi è arrivata l’aria di primavera, l’auto non è la stessa non nel modello ma nell’uso, nella percezione, nelle ztl e nei bolli regionali. I miei figli usano la metropolitana, la bicicletta ha ridotto gli spazi sulle strade e io ormai con la zazzera bianca anche in una piccola città non ho mai voluto sapere il nome di quell’uomo sulla rombante 850 spider. Non l’ho più visto.ma so bene che io e lui di nascosto avremmo riso felici delle polveri sottili guidando da soli in un nugolo di sassi e polvere sollevato in controsterzo dall’ultima scodata.

TAG: arte
CAT: costumi sociali

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