Gli angeli e le donne: perché indignarsi senza misura?

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3 febbraio 2020

Ho eletto Sara Della Monaca (nick tuittarolo@sweindela), che non ho il piacere di conoscere, a mio personalissimo riferimento quando ci sarà da dibattere in rete le questioni femminili più spinose. In questo effluvio/diluvio di risentimento generale per l’attribuzione giornalistica del titolo di “angeli” alle nostre ricercatrici dello Spallanzani, pur con tutta l’incazzatura del caso, Sara ha cercato di mantenere in vita il sorriso. Un’impresa, in questo marasma di facce cattive. Da una parte, le sono giustamente cadute le braccia: «Se anche un giornale come Repubblica, sedicente progressista, non riesce a evitare maschilismo e retorica sbrodolona, siamo messi davvero malissimo», ma dall’altra, sollecitata a immaginare il mondo dei giornali di destra, la Della Monaca ha dato il meglio di sé: «Non ho avuto il coraggio di guardare il titolo di Libero. Mi aspetto grandi cose: “Madri, mogli, ricercatrici: Orgoglio italiano”. Oppure esagerano (“Le passere della ricerca”, tipo)».
Ecco, ho trovato “Le passere della ricerca” un titolo assolutamente geniale. Segnalerò a Pietro Senaldi il pregevole manufatto.
Diversi giornali hanno titolato “Angeli della ricerca”. Non solo Repubblica, che comunque li ricomprende tutti. Segno che è ancora un tratto automatico nel mondo novecentesco dei giornali. Sulla rete, però, una buona metà delle persone che ha commentato negativamente quel titolo non ha capito molto del suo reale significato. E senza neppure entrare nel merito di un titolo bello, brutto, osceno, irrispettoso. Molti hanno scritto: ma quale angeli!, qui i miracoli non c’entrano nulla, qui parliamo di scienza, di ricerca, di studi infiniti, di professionalità, ecc, ecc.
Ma quella parola “angeli”, nell’accezione dei giornali non aveva nessuna evocazione al miracolo, nessun rimando al soprannaturale. Era piuttosto, in quella condizione di assoluta incertezza planetaria, una forma simbolica di rassicurazione, di sentirsi in buone, buonissime mani, come l’angelo che veglia (veglierebbe) sulla testa di ognuno di noi. E se volete proprio incazzarvi del tutto, era sì, la prosecuzione più naturale del noto e patriarcale “angelo del focolare” di antichissima memoria.
È chiaro che una versione moderna ma angelicata della donna non passerà più. Ogni forma contemporanea di rispetto deve transitare prima dal linguaggio. E il linguaggio ovviamente evolve nel tempo, si trasforma, e per trasformarsi ha bisogno di illustratori intelligenti. Questa storia degli angeli, però, è illuminante.Tra azione e reazione non c’è stata proporzione. Tra i giornalisti (maschi?) dei giornali, che hanno prodotto quelle due righe di titolo, e l’infuriare della bufera social, beh ci sarebbe un’onesta via di mezzo vagamente più temperata. Nel senso della gradualità dell’indignazione: vogliamo valutare sempre tutto come il lembo più estremo della terra, come se la gravità di quel gesto, di quell’atto, non avesse pari, insomma come non ci fosse un domani? E il giorno che accade qualcosa di veramente più significativo, cosa ci vogliamo mettere per il funerale?
C’è anche un sospetto, in questa storia “angelicata”. Che in questo periodo storico gli accostamenti dolci, vagamente melliflui, com’è effettivamente quello dell’angelo che stende le sue rassicuranti ali sulle nostre vite in pericolo, vi facciano girare i coglioni, care ragazze. Perché l’idea di un sapore al miele non può più essere accostato a donne che lavorano e che, soprattutto, “risolvono”. Che per ristabilire le misure, per riguadagnare il terreno perduto, non sia più il tempo delle cerimonie. Né, appunto, delle parole dolci. Ok, benissimo. Tenendo presente che anche questa potrebbe essere una condanna, per chi vede da fuori, per chi assiste, per chi, eventualmente e “coraggiosamente”, vuole avvicinarsi. Se tutti i codici sono stati resettati, in politica si direbbe che è giunta l’ora di un congresso.
Poi, per fatto personale, ci sarebbe anche una mera questione tecnica. I social sono meravigliosi perché il primo che passa spara la sua cazzata. E la spara magari all’indirizzo di chi ha speso una vita su quel benedetto argomento. Le misure si accorciano, sino a scomparire. Gli angeli non vi sono piaciuti e allora vediamo, cosa proponete? Qui nebbia. Perché fare i titoli è difficile. Hai due parole, non di più. Devi dare un senso e, se possibile, trasferire anche un’emozione. Quindi, facciamo così: continuate a criticare, se una cosa non vi garba. Ma occhio a buttarla in vacca.

Ps. Giusto per capirci. L’altro giorno su Repubblica c’era un racconto strepitoso di Goffredo De Marchis su Bertinotti che compie 80 e fa un festone cumulativo. C’era il Berty politico e il Berty Cafonal. Poi il titolo, bello quasi come il pezzo: «La festa di Bertinotti per celebrare una vita tutta da una parte. Ma anche dall’altra».

TAG: Spallanzani, Vittorio Feltri
CAT: costumi sociali

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