I mangiatori di brioches

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30 Ottobre 2020

I numeri del contagio in diverse zone del Paese stanno diventando spaventosi e  la prospettiva di un severo lockdown – almeno nelle regioni più colpite dall’infezione – si fa sempre più concreta: è lì che sono arrivati i nostri vicini di casa ed è lì che anche noi siamo inevitabilmente diretti. Dunque perchè non giocare d’anticipo istituendo subito le zone rosse necessarie, soprattutto considerando che la crescita esponenziale dell’infezione viene bloccata tanto più efficacemente quanto prima si interviene?

La risposta è la stessa di marzo, quando l’epidemia dilagava nella val Seriana (una delle zone più industrializzate della Lombardia, inserita in filiere internazionali che non a caso comprendono la Cina): non si può fermare la produzione industriale, i danni economici sarebbero irreparabili, le ricadute sulla popolazione molto più gravi di quelle causate dal virus.

Il risultato fu, allora, un rimpallo di responsabilità tra governo e Regione e un lungo tentennamento che causò migliaia di vittime quasi certamente evitabili; malgrado ciò oggi, in una situazione ben peggiore di allora, si ascolta la stessa retorica del #Milanononsiferma e la maggiore area metropolitana del Paese continua la sua folle corsa verso un baratro che, per le sue proporzioni demografiche, rischia di essere di dimensioni inaudite.

Agli allarmi dei medici degli ospedali pubblici e di pochi esperti che sanno leggere un grafico in scala semilogaritmica fanno da contrappunto non solo le bufale minimizzatrici, ma una spensierata teorizzazione della possibilità di fare a meno dei lockdownapparsa di recente sulla stampa italiana.

L’idea non è nuova, essendo comparsa qualche settimana fa nella cosiddetta Great Barrington Declarationun documento riferibile a un think tank americano di area liberista che, con l’ipocrita motivazione di proteggere i meno fortunati dagli effetti devastanti delle politiche di blocco, propone di perseguire l’immunità di gregge nella popolazione più giovane, isolando la parte più anziana e vulnerabile per proteggerla dal rischio di contagio. Questa strategia, definita con brillante eufemismo “protezione focalizzata”, è in realtà una riedizione della contestata dottrina Johnson ed è già stata ampiamente discussa e qualificata per ciò che è: una cinica e irresponsabile follia. Ciò non toglie che, nel nostro provincialismo, qualcuno si sia preso la briga di ripresentare la stessa tesi come se fosse una propria pensata originale, dribblando però lo spinoso tema dell’immunità di gregge.

L’assunto iniziale se non altro è più sincero: gli Autori non si nascondono dietro il pretesto dei danni irreparabili per la classe operaia e i membri più giovani della società, come i colleghi della Declaration, ma affermano tout court che “la nostra economia non può permettersi di bloccare nuovamente le attività produttive“. Assioma indiscutibile o comunque indiscusso, che si porta dietro come corollario la stessa proposta di cui sopra: “separiamo i giovani dagli anziani“.

Questa idea, secondo gli Autori sorprendentemente trascurata tra quelle suggerite o imposte ai cittadini, è definita senz’altro (nel senso che l’affermazione non viene proprio argomentata) una tra le più efficaci e per questo andrebbe resa obbligatoria quando possibile. In realtà, fin dall’inizio gli esperti (anche nostrani) hanno consigliato ai più anziani e ai più fragili di ridurre i contatti con gli estranei: la novità, casomai, è nella fascia di età alla quale la strategia dovrebbe essere applicata, cioè quella degli ultracinquantenni, dato che – statistiche alla mano – si può presumere che (…) i reparti di terapia intensiva rischiano il collasso solo a causa degli ultra50enni infettati dal virus (l’assenza del congiuntivo non è un mio refuso).

Le proposte concrete per realizzare questa separazione tra giovani e anziani (così vengono ripetutamente definiti gli ultracinquantenni) sono a dir poco ridicole: consentire ai docenti anziani di insegnare in modo telematico da casa; corse differenziate per giovani e anziani sui mezzi pubblici; orari di accesso a supermercati e negozi (…) rigidamente separati per chi ha più o meno di 50 anni; sconsigliare (…) il tradizionale pranzo domenicale e, ciliegina sulla torta, vouchers che consentano ai giovani che vivono insieme agli anziani  di trasferirsi, temporaneamente, nei numerosi alberghi vuoti e mangiare nei ristoranti attualmente senza clienti (con il rivendicato vantaggio che, così facendo, si sovvenzionerebbe il settore turistico). Eppure, il modello del “lockdown selettivo per età” è stato subito rilanciato in uno studio di Ispi che, pur riconoscendo il problema logistico di come isolare gli anziani, invita a farne una serena (ma urgente) discussione in quanto ci porterebbe a “raggiungere un “giusto” compromesso tra l’esigenza di salvare vite e quella di evitare il collasso economico”.

Un’ipotesi così candidamente irrealizzabile può venire solo da una povera Maria Antonietta, oppure da una leva di economisti assillati dal Pil e disposti ad accettare come tollerabile danno collaterale la malattia e i decessi di una parte della nostra popolazione meno produttiva. Del resto, questa magnifica trovata è solo l’ultima manifestazione del darwinismo sociale che, spesso ammantato di belle parole, guida infallibilmente le politiche di stampo neoliberista: solo i più forti devono sopravvivere, a spese dei più deboli (tra gli ultracinquantenni da recludere non ci sono di certo i vip come Silvio Berlusconi o Flavio Briatore, per i quali una suite al San Raffaele è sempre a disposizione, insieme alle terapie più costose e innovative). Nel mondo del lavoro sempre più precarizzato e sottopagato, nelle politiche cittadine ispirate al decoro urbano più che al sostegno alle fragilità e in mille altre situazioni, la ricetta della destra liberista è sempre la stessa: segregare, escludere, discriminare chi non ce la fa, per salvaguardare il tessuto produttivo e, naturalmente, la ricchezza e la tranquillità di chi lo possiede.

Questa mentalità che fa sempre piovere sul bagnato è ormai talmente diffusa in Italia che la si ritrova ovunque, praticamente in tutto lo spettro politico. Non c’è allora da stupirsi se, mentre in Spagna il governo tassa i cittadini e le aziende più benestanti per finanziare la lotta contro la pandemia, in Italia i politici di opposizione si arroccano preventivamente contro qualsiasi ipotesi di tassa patrimoniale di emergenza, mentre quelli di maggioranza propongono di ridurre gli stipendi dei dipendenti pubblici.

La visione degli economisti neoliberisti appare, soprattutto, tragicamente anacronistica: la pandemia di covid-19 sta dimostrando in modo esemplare quanto le nostre società siano profondamente interconnesse al proprio interno e tra di loro; per questo, le scorciatoie individualiste si rivelano più che mai ingenue e lontane dalla realtà, sia in termini di efficacia che, prima ancora, di realizzabilità. Siamo arrivati alla seconda ondata e ci sarebbe da sperare che dalla prima avessimo imparato almeno questo: non esistono soluzioni che prescindano da un colossale sforzo collettivo, coerente e coordinato. Speriamo che anche gli economisti se ne facciano presto una ragione.

(fonte dell’immagine)

 

 

 

 

 

TAG:
CAT: costumi sociali

Un commento

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  1. evoque 11 mesi fa

    I politici di governo non sono un granché (in ogni caso, su di loro ricade la grave responsabilità di decidere…), ma quelli dell’opposizione sanno solo istigare, parlare a vanvera, senza avanzare proposte degne di nota. Ieri sera da Crozza ho visto le giravolte della Meloni su Immuni: a giugno diceva che non l’avrebbe scaricata perché è roba da Grande Fratello; pochi giorni fa la stessa attaccava il governo perché secondo lei l’app. Immuni non funziona. Salvini un giorno dice che se serve si faccia anche uno shut-down generalizzato, il giorno dopo si rimangia tutto. Ripeto, il governo attuale non è davvero il massimo, ma mi tremano le vene dei polsi al solo pensiero che al suo posto potessero esserci gente come Meloni e Salvini.

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