Il maschio si è “rotto”. Come e perché in due libri di Gauchet e Risé

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19 novembre 2019
  • Marcel Gauchet – La fine del dominio maschile – Vita e Pensiero, Milano 2019

L’arco tematico di questo volumetto è teso nella prima parte alla ricostruzione  sintetica del complesso percorso  culturale, biologico e  religioso che ha condotto all’istituzione del dominio maschile, e nella seconda parte raduna invece le analisi sul suo lento e inesorabile  declino nonché sugli effetti prodotti negli scenari attuali del rapporto tra i sessi.

Da dove è arrivata nella storia umana la supremazia del maschio e a quale necessità culturale e sociale rispondeva questa supremazia? Questa è la prima domanda. Gauchet dice che intanto esiste una società in quanto essa  è in grado di assicurare la continuità della propria cultura e l’identità della propria organizzazione al di là dell’avvicendarsi dei suoi membri, che nascono e muoiono.

Ora, questa delicata  operazione di riproduzione collettiva, di lascito  culturale (oltre quello biologico) dei presenti-viventi ad altri presenti-viventi è garantito da potenze  esterne, rispetto ai presenti-viventi medesimi  attraverso il sistema di credenze garantito dalla religione. Sono gli antenati, gli dèi, la tradizione a garantire questa delicata manovra.  È pertanto la struttura religiosa che guida la comprensione e la gestione della funzione riproduttiva stessa, funzione che ne costituisce la base indispensabile, nel suo duplice aspetto di riproduzione biologica e riproduzione culturale.

Gauchet afferma che il  dominio maschile in sintesi è stato per millenni nient’altro che l’incarnazione istituzionalizzata della superiorità dell’ordine   c u l t u r a l e   rispetto alla precarietà della vita   b i o l o g i c a. «Alle donne il dono della vita, agli uomini la vittoria sulla morte, rappresentata dall’esistenza della società e dalla presa in carico religiosa e politica della perpetuazione di questa esistenza».

La seconda parte tematica del libro risponde alle domande: quando è crollato il sistema patriarcale-maschile e perché,  e quali sono stati i suoi effetti. Gauchet dice innanzi tutto: la gestione di quel vecchio universo patriarcale maschile è passato dal dominio religioso, del sacro e della tradizione,  al dominio della politica. È stato il “politico” che si è fatto carico della istituzione della permanenza collettiva che prima era di appannaggio della religione. Ma con una differenza non da poco perché il modo in cui il “politico” produce l’identità di sé della collettività nel cambiamento è agli antipodi rispetto alla continuità organica e all’unità sostanziale ricercata dalla religione.

Quanto al momento in cui sarebbe avvenuta la caduta del predominio maschile e la conseguente transizione dal vecchio ordine al nuovo, che è quello sotto i nostri occhi, esso è collocato da Gauchet negli anni Settanta del secolo  scorso, ed è stato epocale e subitaneo. La disgregazione del vecchio ordine è avvenuta come una sorta di collasso improvviso, un «terremoto antropologico»lo definisce Gauchet . «Tutto il sistema di obblighi e divieti che inquadrava la sessualità e la riproduzione è crollato su se stesso, e a una velocità stupefacente se pensiamo al formidabile spessore dei secoli su cui poggiava».

Gli effetti di questa caduta sono stati molteplici. Se prima al centro c’era il padre e la famiglia (pater familias) adesso al centro c’è l’individuo atomizzato  che spesso fa astrazione dal suo sesso. Non manca come effetto collaterale il fatto che venga  a cadere la famiglia come nucleo originario e l’emergere, di contro, della categoria  di “genere” e « la sua volontà di smarcarsi dalla connessione tra biologico e sociale»con  la sua  ribellione all’anatomia «come destino»;  il calo della natalità («il figlio del desiderio, è più raro del figlio del caso» ); la rimozione del tabù dell’omosessualità intesa come figura anti-riproduttiva per eccellenza; la caduta del  principio paterno (che sembra aver messo in un angolo anche la psicoanalisi freudiana che su quel principio trovava  non poco fondamento) e dunque la caduta del  dominio maschile che  perde con esso il suo più solido punto di appoggio.

Si aggiunga a questo scenario la caduta oltre a quello “privato” del padre patriarca che agisce all’interno della famiglia l’incrinamento del riflesso “pubblico” del maschile, come ad esempio quello del “guerriero” (vedi Risé di seguito) e altri effetti collaterali per la comprensione dei quali rimando alla lettura del libro.

Devo dire  senza polemica che a lettura ultimata  mi è sembrato di trovarmi immerso negli scenari  dell’agenda Pillon. Dico ciò  ad adiuvandum  per il lettore curioso che volesse abbordare le fonti filosofiche, diciamo “alte”, di simile approccio, che potrebbe diventare però un martello politico a breve. Ma tornando al libro confesso che ho faticato non poco a collegare tutti i nessi e a scioglierne tutti  i nodi tematici, proprio perché spesso esposti con densa stringatezza, senza riferimenti bibliografici  e con intonazione apodittica. Soprattutto il ruolo della religione mi risultava oscuro. Perché mai la religione, cosa c’entrano Dio o gli dèi? Se Gauchet non avesse citato con un certo rispetto un libro di  Engels di tematica affine (“L’origine della famiglia, della proprietà e dello stato” Roma, Editori Riuniti, 1976) probabilmente non ne sarei venuto a capo.

Tirando giù Engels dai miei scaffali vedo nella IV prefazione del  1891 a questo suo lavoro che egli si appella (criticandola in parte ma apprezzandola  molto) alla teoria di Johann J. Bachofen  circa il passaggio dal matriarcato primigenio al patriarcato. (“Il matriarcato”, 1861). Bachofen  attraverso una «indagine diligente», dice Engels, della “Orestiade” di Eschilo, aveva “dimostrato” che  il passaggio dal matriarcato (continuità biologica) al patriarcato (continuità culturale) sarebbe avvenuto attraverso l’introduzione di «dèi di nuova stirpe»garanti del nuovo equilibrio dei rapporti maschio/femmina, e del diritto patriarcale nascente, uscito vittorioso nella lotta contro il vecchio ordine matriarcale. La religione secondo Bachofen aveva perciò causato i mutamenti storici nella reciproca posizione sociale dell’uomo e della donna. Ma Engels aveva però  accusato Bachofen  di “misticismo” perché, sostenendo egli  il materialismo storico, non poteva riconoscere il primato al fattore religioso rispetto allo sviluppo dei reali rapporti, economici, esistenti tra gli uomini.

Ma dato per acclarato il ruolo della religione, nella ruminazione cui ho sottoposto la lettura m’è venuto subito da riflettere sul fatto  che quella religione a fondamento della trasmissione culturale e della coesione della comunità, non è molto comprensibile  ove la  consideri in astratto e non fai  mai riferimento ai soggetti che la animano, la “gestiscono” quando non la “inventano” (secondo il punto di vista di un d’Holbach per esempio autore di un libello sull’impostura sacerdotale) ossia il clero, i preti, i mullah. E sono quei preti che hanno presidiato per secoli la camera da letto dei popoli e dalla quale sono stati finalmente estromessi, quei teologi che hanno riconosciuto l’anima alla donna solo nel VI secolo dell’era nostra o che nei paesi non cristiani impiccano omosessuali e impongono veli alle donne. E quanto alla rimozione del tabù dell’omosessualità,  ebbene l’istituzione di tale tabù è frutto del dio dei cristiani più che degli dèi greci, popolo presso il quale era praticata impunemente.

Infine sembrerebbe che Gauchet trascuri uno dei portati più consistenti, duraturi e “giusti” della rivoluzione dei costumi sessuali degli anni Settanta, quella che Hobsbawm riconosce come la più grande rivoluzione della storia: l’emancipazione femminile. Ma qui si svela l’ impostazione di fondo di Gauchet, ed egli esce allo scoperto.  Forte appare l’intento  che egli voglia ricacciare il genio fuoriuscito dentro la lampada quando scrive:

La subordinazione delle donne al servizio della forza del legame famigliare rappresenta il solo supporto rimasto in grado di fornire una figura plausibile alla gerarchia degli ordini di realtà e alla sua capacità di normare le istituzioni umane. È stata la prima, resta la sola in campo. Funge da argine estremo contro lo scatenarsi dell’onda democratica (corsivo e grassetto mio).

Ultima nota. Sembra che Gauchet giudichi ormai persa la partita da questa parte del mondo e si affidi alla resistenza alle innovazioni dei costumi sessuali di altre religioni  quando scrive:

È vero, quest’analisi è condotta dal punto di vista della dinamica interna al percorso occidentale moderno, ed è quindi legittimo interrogarsi sulla sua possibile estensione ad altre forme di civiltà, culturali e religiose, nelle quali le resistenze al processo potrebbero mostrarsi molto più vigorose rispetto all’universo che ci è famigliare. L’importanza conservata dalla famiglia e dai legami di parentela nella vita sociale, da un lato, e il radicamento ancora forte della religione e, più in generale, della strutturazione religiosa dei rapporti sociali, dall’altro, potrebbero in effetti opporre barriere ben più solide al raggiungimento dell’uguaglianza tra i sessi (corsivo e grassetto miei).

Io vi ho letto un ellittico “per fortuna che esistono e resistono i musulmani”… Sono intonazioni di fondo che non possono non indurci a respingere con decisione molte asserzioni di questo libro, pur restando perplessi su molte esagerazioni ed esasperazioni sortite da quel terremoto antropologico che è stata la rivoluzione sessuale degli anni Settanta.

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Claudio Risé – Essere uomini- Red edizioni Como, 2002

Ci  vuole molto coraggio,  confessiamolo,  in  un momento in  cui  ogni  stupro sortisce una  risonanza mediatica sempre più  allarmata ed  allarmante,  dedicare  un  libro,  come questo di  Risé  (che è stato un  guru  dei  “maschi selvatici”)  alla  “spinta  fallica”  e alle ragioni  che  l’hanno indotta  ad  arretrare  in  questo nostro mondo sempre più  femminilizzato.  Ma  poiché  non  voglio  passare  tra  i  bersagli  di  Risé,  ed  essere  additato  fra  coloro  che hanno  trasformato  il  Fallo  da  “temibile  e  sacro”  in  “oggetto  ridicolo”  come  Risé  sostiene  abbia  fatto Rousseau,   credo che qualche distinguo vada fatto.  Innanzi  tutto quello di  levare  a Rousseau (che pure ha tante  fautes)  la colpa di  essere uno dei  padri  dell’Illuminismo e di  restare   dunque  coinvolto nell’accusa  (di origine adorniana e che  Risé    ripete stancamente)  rivolta a quel  grande moto di  idee, ritenuto responsabile di  aver  ispirato  quel    potere-sapere  della  Modernità  capitalistica  che,  fondandosi  sul  principio  utilitaristico, da  un  lato  tenderebbe  a  stritolare  ogni  individuo    non  omologato,  dall’altro,  inducendolo  al    consumo  e  al soddisfacimento dei  bisogni  –  che per  Risé è un principio di  tipo materno-infantile,  per  nulla  virile  -, rintuzzerebbe    anche  la sua residua  “spinta  fallica”  di  ricerca,  di  invenzione,  di  rivolta. Ora,  Rousseau,  è  ormai  chiaro,  non  era  un  illuminista,  al massimo un enciclopedista, ma un protoromantico… reazionario.  Sicuramente è   all’origine  di  molta  della  sensibilità  moderna  e  forse  anche  (ma  come  romantico!)  di  qualche    arretramento (con  la  sua   sensiblerie   un  po’  femminea)  della  possanza  del  Fallo,  sia  come  forza  simbolica  culturale  che, può darsi,  come pratica    sessuale.  (Che poi  Rousseau-persona fosse anche  cornuto e  non padre  dei propri  figli  abbandonati  mi  sembra  una  labile  ricostruzione  di  Risé,  affidata  solo  alla  testimonianza  della  … nonna di  George  Sand che  “lo  conosceva  bene”).

Qual è  il nucleo  teorico    di  questo  libro?  L’illustrazione della  perdita,  nel  mondo moderno,  della  forza simbolica del  Fallo  “che  è  slancio,  dono,  rischio,  passione”  e  la  vittoria del  “pene-cervello”,  ossia per  dirla in termini  extra-psicoanalitici,  la sconfitta per  mano del  processo di  civilizzazione    –  e  anche  per  il  guadagno di terreno  della  controparte  femminile  –  di  quell’elemento  sorgivo  e  aurorale   e  archetipico, ma  “forte”,  che  è  la mascolinità  selvaggia  e dominatrice (incarnate nelle figure- simbolo del  Guerriero,  dell’Amante,  del  Ribelle), che dopotutto ha permesso all’uomo di  uscire dalle caverne e di  dominare il  mondo,  e tutto ciò a favore  di un “pensiero debole”  (ce n’è anche per  Vattimo)  ossia di  una mascolinità  affievolita e resa slombata    dalla rincorsa  femminile  come  si  diceva  e  dal  processo  di  civilizzazione  sfociato  nel  consumismo dopo.

Tutto  il  libro di  Risé  è  un accorato  e “virile”  rappel  à  l’ordre al  maschio  (e  forse  perciò avrebbe  dovuto essere intitolato “Essere maschi”),  con  qualche tono di  aspro rivendicazionismo di  genere che ci  tonifica un po’ contro tanto femminismo bellicoso e trionfante.  E  tuttavia, se il  problema della crisi  del  maschio c’è  ed è  molto serio considerato  che    molti maschi,  a detta dei  terapeuti (e anche delle donne che sempre  più lamentano la sparizione del  maschio d’antan), si sono  “rotti”,  resta  in  piedi  qualche dubbio circa  l’indicazione delle  vie  d’uscita  suggerite  da  Risé.  Più  che appellarsi  alla carica simbolica  del  Fallo sarebbe bene fare  i  conti  con  la  condizione  “storica”  raggiunta dalla donna visto che  – fuorché al  tempo zero della storia  –  il  rapporto fra i  due sessi,  lungi  dall’essere un’astrazione simbolica,  è sempre stato una continua lotta/dialettica  storico-culturale  oltre che biologica. Si resta perplessi, poi,  circa la tesi  dell’affievolimento della forza fallica  per  via  della condizione  passivo-femminea del  consumo.  Ci  si    dimentica infatti  che  dal  lato della produzione  e dei  produttori,  nulla della vecchia spinta maschile è  stata persa:  la “guerra” è  tuttora in piedi,  si  è trasferita nelle imprese e negli imprenditori  per  nulla  docili  e  arrendevoli.  E  non  sarà  difficile,  allora,  per  restare  nella  terminologia di  Risé, vedere sotto i  gessati  e le  grisaglie i  vecchi  istinti  dell’Errante (con tutti  quegli  aerei  da prendere),  del Guerriero (con  le  teste  da  tagliare  e  i  mercati  da conquistare)  e  dell’Amante (con le  storie  multiple da mantenere)…

Fuor  di  metafora il  libro è  da leggere    con molta attenzione non privo com’è  di    fascino argomentativo, assecondando anche qualche tono fazioso e bellicoso,  perché  sì  “à la guerre comme à la guerre”  insomma (e Risé  è  stato docente  di  polemologia,  dopotutto), ma  anche    allontanando  il  più  possibile  dalla  mente  –  mentre  si legge  di Virilità,  di Volontà  di Potenza,  di Fallo  -, la micidiale battuta  di  Woody  Allen (un altro,  forse,   roussoviano  pene-cervello)  secondo  il  quale  Freud  si  sbagliava  quando  imputava  alle  donne  l’invidia  del pene,  invidia spesso tutta  maschile.

TAG: Claudio Risé, dominio maschile, femminismo, Marcel Gauchet, Patriarcato
CAT: costumi sociali

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