Un microscopico imprevisto chiamato coronavirus: il punto di vista delle mamme

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6 Marzo 2020

Riceviamo e pubblichiamo un articolo scritto da Dolores Carnemolla, giornalista freelance che vive in provincia, a Forlì. Dolores è mamma di due bambini piccoli e descrive il punto di vista delle mamme in mezzo a questa emergenza del coronavirus.

Un microscopico imprevisto. Sotto alcuni aspetti ignoto e, al momento,  inafferrabile.  Minuscolo eppure minaccioso: al punto da modificare le nostre vite di tutti i giorni, quella rassicurante routine dentro cui ci muoviamo, indaffarati e frettolosi, tra agende piene e incastri acrobatici per arrivare a fine giornata stanchi e già col pensiero rivolto a quello che ci sarà da fare domani.

Quel domani meticolosamente programmato è stato interrotto, in alcune regioni da dieci giorni, nel resto dell’Italia da oggi. Da oggi infatti le scuole di tutto il nostro Paese sono chiuse. Le scuole: il luogo in cui si concentra emblematicamente la rassicurazione di milioni di persone, di famiglie.

La misura è stata presa dal Governo per cercare di contenere la diffusione dell’epidemia, partita dalla città di Wuhan, in Cina, a dicembre del 2019, con il primo caso manifesto in Italia lo scorso 21 febbraio. Da quel momento ad oggi, un arco temporale di appena quindici giorni, è un’escalation di eventi, di decisioni, di misure e di contromisure, un susseguirsi di domande, di perplessità, di numeri – quelli dei contagi, dei decessi, delle guarigioni, quelli della crisi economica conseguente -. Un’ escalation di reazioni e di parole.

C’è chi si gira dall’altra parte, chi corre al supermercato e riempie il carrello della spesa, chi prende un aereo dalla zona gialla per tornare a casa, a sud dell’epidemia. Chi chiama in causa il complotto delle multinazionali a favore di una necessaria e conseguente impennata di vendite dei vaccini anti-influenzali, e poco importa se il vaccino che servirebbe in questo caso non è stato ancora formulato. Ci sono i medici che non tornano a casa da giorni per fronteggiare l’emergenza negli ospedali, i giornalisti accusati di creare allarmismo, i virologi che danno pareri, cercando di spiegare quello che conoscono di questo virus nuovo che ha l’aspetto di una corona, trasmesso all’uomo dai pipistrelli, che genera un tasso di mortalità  del 3,4%, contro l’1%  di quello dell’influenza, secondo quanto dichiarato dall’Organizzazione mondiale della Sanità. E oggi tutti, ma proprio tutti siamo chiamati a fronteggiare questo microscopico imprevisto di portata potenzialmente pandemica. La proporzione tra le parti ha dell’incredibile, eppure così è.

E poi ci sono le mamme che hanno un’attitudine comprovata a gestire l’imprevisto e che nel giro di poche ore hanno dovuto riorganizzare e ripensare la vita familiare e quella lavorativa: alcune possono contare solo su loro stesse, altre anche sui mariti, c’è chi chiama i nonni, chi la tata. Si adatti chi può.

Sono cominciati giorni nuovi, diversi da quello che fino ad oggi è stato. La fretta, le risposte immediate, le certezze stanno facendo spazio a parti di noi che non conoscevamo, semplicemente perché le circostanze non ci hanno dato questa opportunità. Mia madre, sì ancora una madre, mi ripeteva sempre che sono le circostanze a rivelare le persone, e per tanti aspetti aveva ragione. Pensate: quante cose di noi, che non conoscevamo, abbiamo imparato in questi strani giorni? Quali capacità sono emerse, che non pensavamo di avere? Quante abilità dei nostri bambini in casa con noi per cosi tante ore? Adesso sperimentiamo in prima persona quello che maestre e insegnanti ci riportavano all’entrata, all’uscita o nei colloqui individuali. Quanti sentimenti nuovi sono affiorati in questo momento di emergenza sanitaria? Quante considerazioni riguardo le nostre relazioni con gli altri? Siamo invitati a diradare gli incontri, ad evitare le strette di mano e i baci, a tenere una distanza di sicurezza. In questo spazio, che ha la consistenza di una nuvola, abbiamo l’occasione di rendere più spirituali le relazioni e, nella lontananza – se lo desideriamo – più profonde.

E in questo spazio ci sono le parole da richiamare a noi, per affrontare l’incertezza, così chiara, così palese, in un ossimoro che dobbiamo accettare se vogliamo adattarci, con l’intento di procedere – seppur impensieriti – forti di una nuova consapevolezza. I nostri figli ci chiedono di uscire, noi li facciamo colorare o intagliare lumache e cuori con la pasta di sale, correre in cortile, guardare qualche cartone animato in più, chiediamo loro di aiutarci a sparecchiare e a rimettere a posto i loro giochi. Diciamo loro di stare tranquilli per un po’, che tutto passa. Anche questo passerà. E così ci raggiunge ancora un’altra parola: fiducia. In questo microscopico imprevisto, ci sono cose che possiamo controllare mentre per altre non abbiamo questa facoltà. Chiamiamola a noi questa fiducia, impariamo a coltivarla. E se si fa scuro, non dimentichiamoci delle stelle.

Dolores Carnemolla

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TAG: coronavirus
CAT: costumi sociali

Un commento

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  1. xxnews 7 mesi fa

    mi piace ciò che ha scritto , anche quando è in sè semplice , contiene qualcosa che che io chiamo “UNA GRANDE PAZIENZA E UNA GRANDE INTELLIGENZA , grazie

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