Il bracconiere: intervista all’autrice Valentina Musmeci

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8 ottobre 2019

Il viaggio come viatico verso la crescita personale, la scoperta di sé e del mondo, la riaffermazione di una propria identità, ma anche come momento di lotta, come tentativo di sopraffazione dell’individuo sulla natura e sul contesto che lo circonda: il viaggio come metafora del percorso di vita di tre personaggi Bruno, Pia, Diamante, molto diversi fra loro, ma tutti capaci di rappresentare una parte importante del vissuto di ciascuno di noi. Il viaggio di Bruno, giovane e alla ricerca di uno suo spazio nel mondo, di un’affermazione forte del suo essere uomo, mettendosi al centro di un universo nel quale sente di essere assoluto protagonista. Il viaggio di Pia, dalla dipendenza da eroina e dal rifiuto delle dinamiche sociali preordinate e prestabilite verso un equilibrio personale di rinascita, fatto di nuovi spazi e nuovi valori. Il viaggio di Diamante, vittima a sua volta di dipendenza, che lotta contro la violenza domestica e si ritrova sola in una battaglia che coinvolge sentimenti, relazioni familiari, spazi di vita quotidiana. Il bracconiere di Valentina Musmeci racconta tutto questo e molto altro, partendo da un parallelismo, che lega ogni singola parte del racconto, fra il rapporto simbiotico e naturale del cacciatore con la natura e il disprezzo, l’autoreferenzialità del bracconiere, costantemente impegnato a derubare, senza rispetto e senz’altro scopo che l’espansione del suo io, il mondo che lo circonda. Un libro ricco, dall’architettura complessa, che mescola biografia e reportage di viaggio, attraverso modalità espressive molto diverse come il diario, la lettera, il racconto in prima persona. La penna di Valentina Musmeci è rapida, incalzante, il racconto procede su grandi spazi, fisici e temporali, e il lettore incontra, come se si trattasse di un viaggio on the road, personaggi e paesaggi nei quali può trovare confronto e muto scambio. Il bracconiere è un libro che interroga e impone momenti di silenzio, che affronta temi attualissimi come quello della violenza di genere, ma senza scadere mai nel moralistico. Abbiamo parlato con l’autrice del percorso di nascita del romanzo, dei temi principali, dei mondi che, con garbo, ma in modo estremamente preciso, ha voluto mostrarci.

Partiamo dall’inizio del viaggio: come nasce l’idea di questo romanzo?

Credo dipenda dalle diverse esperienze lavorative che mi caratterizzano. Vengo dalla narrazione di viaggio, dopo diversi anni come giornalista e fotografa freelance ho deciso di dedicarmi ad alcune progettualità specifiche, concretizzatisi in libri e ricerche fotografiche. Undici anni fa ho sentito la spinta alla stesura di un romanzo, in cui trovano spazio anche le altre esperienze, artistiche e lavorative, che ho svolto.  Da 8 anni infatti ho aperto una associazione, Falenablu, che propone laboratori di ceramica per donne vittime di violenza. Collaboriamo con il Mart di Rovereto e offriamo la possibilità di manipolare l’argilla, con un processo che si ispira alla autobiografia narrativa di Duccio Demetrio. Grazie ai loro racconti ho costruito la figura di Diamante.

Il bracconiere: un titolo particolare che richiama il mondo della caccia, un universo in stretta relazione con il mondo naturale, nel bene e nel male. Ci vuoi spiegare la scelta di questo titolo?

Le metafore funzionano anche se il nostro cervello non le comprende. Avevo in mente una figura maschile, Bruno, che potesse prima ammaliare e affascinare chi legge, per poi arrivare ad un distacco deciso, portando a realizzare come funziona l'”approccio predatorio nelle relazioni” umane.  La metafora del rapporto predatorio del bracconiere in natura è una simbologia potente. Lettore e lettrice sentono giusta e adeguata la figura del cacciatore Tone che opera “secondo natura”, che condivide l’animale catturato con il paese, che fa il rito del “Weidmannsheil” dopo l’uccisione. Tone riconosce all’animale una ‘anima’, così come da tradizione austroungarica. Teniamo presente che il libro è ambientato in Trentino Alto Adige, terra ancora fortemente impregnata della tradizione dell’Impero austriaco. Per realizzare queste pagine ho incontrato diverse volte un cacciatore della Valsugana, che mi ha chiesto di restare anonimo.

Questo libro contiene molte tracce narrative, che s’intrecciano una con l’altra in una trama complessa che affronta temi come la crescita personale, il confronto con la società, i rapporti  familiari, la violenza sulle donne. Tutto si gioca in una cornice di viaggio in cui il rapporto individuo/natura funge da chiave di lettura dell’intera realtà. In che modo, a tuo parere, natura e individuo oggi si pongono in relazione e come l’approccio che una persona ha nei confronti della natura può essere indicativo dei suoi rapporti con gli altri?

Tutta la cultura moderna sta mettendo in discussione l’antropocentrismo dell’uomo. Assistiamo alla rivalutazione del “paesaggio” inteso non come porzione di territorio, ma come risultato di reciproche trasformazioni tra uomo e ambiente e alla rinascita di gruppi sociali, anche su sollecitazione di personaggi come Vandana Shiva, che ha spesso detto “cucinate insieme, organizzate gruppi di quartiere, coltivate orti”.  L’arroganza dell’essere umano nei confronti della natura è sulle pagine di tutti i giornali, si tratta di un rapporto spezzatosi, secondo alcuni ricercatori, quando l’uomo da raccoglitore è diventato agricoltore: qui si è incrinato il rapporto di equilibrio con la natura, lo stesso equilibrio che sussisteva tra donne e uomini.  Ci è voluto tempo, i tempi sono ora maturi.

Procediamo dunque per viaggi: il primo, il viaggio di Bruno, rappresenta un percorso giovanile di scoperta, fatto anche di un rapporto di sfida con la natura e di affermazione forte dell’io sul mondo. Ce ne vuoi parlare?

Per descrivere questo personaggio ho fatto riferimento alla spedizione trentina che ha tentato la scalata al Makalu nel 1984, comprendente 20 tra i più forti alpinisti del momento. L’ho fatto innanzi tutto perché è stata organizzata in modo molto simile alle spedizioni di stampo militare che seguono l’ascensione al K2 (8.611m) dopo il 1954. Qui Ardito Desio accompagna in quella che diventerà la “montagna degli italiani” circa 30 persone, tra alpinisti e ricercatori (13 alpinisti italiani, 10 alpinisti hunza, 5 ricercatori, un osservatore del governo e un topografo) con un numero enorme di portatori, si parla di qualche centinaio. La scalata trentina al Makalu vede una sessantina di portatori, pranzi e cene organizzate con tavolini e sedie all’inglese, lunch e dinner vengono serviti dai Kitchen boys: un approccio colonialista  di cui probabilmente non si era pienamente consapevoli e di cui il turismo di massa è in qualche modo figlio. Ma l’anno dopo, per la grande voglia di rivincita, 4 dei 20 alpinisti trentini della prima spedizione, silenziosamente e umilmente, ripercorrono quei sentieri e quelle tracce, con soli 4 sherpa e risalgono la vetta del Makalu fino a “conquistarla”. Grazie al racconto di 3 dei 4 alpinisti che l’anno dopo raggiungeranno la vetta ho potuto descrivere con minuzia di particolari la scalata al”ottomila himalayano. Devo alla generosità di Sergio Martini, Almo Giambisi e Fausto de Stefano la completezza di questa narrazione avvincente tra le nevi dell’Himalaya, che ho potuto stendere con diverse interviste, pezzi di diari e visioni di diapositive.  In questo secondo tentativo, non è l’ambizione ma l’amicizia e  il sostegno reciproco che trionfano. Questo mi sembrava un messaggio importante.

Abbiamo poi il viaggio di Pia: un viaggio complesso, che affronta il tema della dipendenza (tema centrale in tutto il romanzo, nelle sue differenti sfaccettature) e della possibilità, da parte di chi riesce ad aprirsi alla conoscenza dell’altro da sé, di andare oltre e sopravvivere…

Il viaggio di Pia è un viaggio di conoscenza e di rinascita. In realtà Pia durante il romanzo affronta due viaggi: uno attraversando la Spagna appena uscita dalla dittatura di Tito, per il quale il padre aveva combattuto, un viaggio che avrebbe dovuto diventare uno spartiacque nella relazione padre-figli. L’altro avviene al termine del suo percorso di crescita in Nepal, verso l’agognato Tibet, dopo essersi liberata dalla dipendenza dall’eroina.  Pia vive esperienze al limite, si mette alla prova portando il lettore allo sfinimento. Preciso che anche questa è una storia vera: un dono inaspettato che ho avuto l’onore di ricevere da chi aveva veramente vissuto la Trento degli anni ’60 e ’70, l’apertura dell’Università di Sociologia e conosciuto le discusse personalità che vi presero parte. Si tratta di un racconto che tratteggia appena la storia di quei giorni, per dedicarsi invece al racconto familiare della mancanza di affetto, della fragilità delle famiglie di fronte alla ribellione dei figli che, nel pronunciare la frase “io mi faccio”, esprimevano un tentativo di rendersi indipendenti dall’autorità paterna. Il sessantotto è il simbolo della contestazione giovanile, la naturale continuazione della cultura familiare va in frantumi ma si parla ora di ‘rivoluzione incompleta’. La ricerca di una parità tra giovani e anziani, parità relazionale ed emotiva, non è ancora possibile.

Poi abbiamo Diamante, una donna complessa, sfaccettata, che però rimane vittima della violenza domestica e fatica, nel suo percorso di emancipazione, a trovare sponde e appigli nella società e nelle relazioni…

Il viaggio di Diamante è un viaggio interiore, un cammino concentrico verso l’alto, in cui si può perdersi o, per contro, elevarsi. Diamante si è separata da poco e fa i conti con una professionalità mai concretamente conclusa, con l’adolescenza dei figli e con le ritorsioni di un ex marito che la vorrebbe ancora a casa schiava del suo ruolo. Il suo percorso è contorto, entra ed esce dalle stesse dinamiche, cerca di emanciparsi ma manca di autostima e autodisciplina e non raggiunge l’obiettivo. Per rendere esplicito il suo vissuto, ho voluto utilizzare la metafora della falena, animale che nel primo stadio della sua vita striscia a terra, per poi chiudersi nel bozzolo. All’interno della crisalide la pupa si trasforma completamente e ne esce un insetto completamente diverso, perfino lo stomaco, le zampe e le ali sono composte da cellule nuove. Prigioniera della sua dimensione e della cultura che la condiziona, Diamante non riesce a concludere la sua trasformazione, si imbozzola continuamente. È quanto accade alle donne vittime di violenza, gli studi lo dimostrano.

Restando sul personaggio di Diamante, vediamo come una donna, che finalmente decide di uscire dal gorgo di una situazione di abuso, si trovi sostanzialmente sola a fronteggiare le difficoltà della separazione. Come mai ancora oggi, mentre sembra che, a parole e campagne di sensibilizzazione, tutti siano per la lotta alla violenza di genere, le donne in questo frangente ancora si trovano sole e con il peso di un giudizio sociale sulle spalle?

È una domanda importante e non credo di essere all’altezza della risposta. Io descrivo vite vissute, dolori, emozioni, passaggi da una trasformazione interiore ad un’altra, ma non mi sento di dire “come mai” o ergermi a sociologa o psicologa. Dal mio piccolo angolo di osservazione sul mondo posso dire che mi sembra che siamo tutti vittime di un cortocircuito generalizzato.  Le donne vittime di femminicidio sono donne che stanno vivendo la trasformazione, la solitudine, il coraggio nella paura, spesso nel terrore. Sono vittime di una guerra silenziosa che ci circonda. Non si può più essere indifferenti.

In tema di abusi e prevaricazione dell’io sull’altro non può non scattare un paragone fra sfruttamento del mondo naturale e sfruttamento delle relazioni. Spesso la violenza nasce dal non saper accettare un “no” come risposta a un nostro desiderio o ambizione e molto, in questo senso, si deve al tipo di educazione che si riceve fin dall’infanzia…

Concordo, siamo tutti vittime delle tentazioni che ci illudono di essere liberi. Non lo dico io, lo diceva Bauman, il sociologo che teorizzava l'”amore liquido”. In una continua ricerca di appagamento, nella società contemporanea siamo portati a credere che l’avere molte possibilità, molte tentazioni a disposizione significhi essere “liberi”. L’amore, il rispetto, la costruzione di un amore hanno bisogno delle nostre cure, di un impegno costante, della presenza.  Io credo che uno dei messaggi più belli del libro sia che vince chi resta, chi c’è. Oggi ci troviamo di fronte ad uomini e donne cui non sono stati detti i “no” a cui fai riferimento e vogliono sempre dei si. Ci si rifà agli eroi del Novecento, quelli che scappavano, on the road, fuggendo dalla famiglia, dalla società, dalla borghesia. Io credo che gli eroi del contemporaneo siano quelli che restano, quelli che si prendono cura, che si assumono la responsabilità di amore, l’amore ripaga queste scelte in modo meraviglioso.

Alla fine qualcuno si salva, sia attraverso il viaggio, sia attraverso un proprio percorso interiore…

Si salva Pia, questo si può dire, senza spoilerare nulla del finale. Si salva con una azione semplice: imparare a chiedere aiuto. Quando Pia si trova sul ponte tibetano, assalita dalla paura del vuoto e incapace di andare avanti, è lì che tira fuori il coraggio necessario per chiedere al monaco tibetano, sua guida lungo il trekking nepalese, “Aiutami”. Il monaco torna indietro, la prende per mano, e, semplicemente, le dice “Seguimi”.  Non si salva Bruno, nelle sue chat notturne con le sue diverse “prede”,  che rimane nell’approccio predatorio maschile, e non si salva Diamante, cui manca il coraggio di “saper volare”.

Un’ultima domanda che va oltre la scrittura: nella vita ti occupi anche di un importante progetto in sostegno di chi esce da situazioni di abuso legate alla violenza di genere. Ti va di parlarcene?

L’associazione Falenablu da 8 anni si dedica al tema della violenza contro le donne attraverso proposte culturali che diffondano cultura e bellezza, in tutte le declinazioni. Dal 2013 si è attivata per offrire sul territorio trentino un laboratorio gratuito di ceramica rivolto a donne vittime di violenza, che si tiene annualmente presso il MART di Rovereto, proponendo la diffusione della bellezza e dell’arte a loro favore. L’associazione si dedica al contrasto della cultura sessista nell’accezione più ampia del termine, con seminari e conferenze rivolti ad esperti del settore e a studenti delle scuole superiori. Sito di Falenablu

Il comitato ha da anni instaurato una rete di contatti con case di accoglienza e cooperative trentine che si occupano di aiutare le vittime a ritrovare una vita normale. Consentire a queste donne, fascia più fragile della cittadinanza, rispetto a opportunità di partecipazione ad iniziative culturali della società trentina, di prendere parte a iniziative culturali è una sfida che Falenablu ha a cuore. Nel 2019 Falenablu ha organizzato attività formative presso le scuole superiori della città, ha organizzato una conferenza aperta al pubblico “Dea Madre” sul tema degli stereotipi rivolti alla donna nella storia e nell’archeologia, tenutasi il 6 aprile 2019 presso il Muse di Trento e uno spettacolo di teatro itinerante dal titolo “La Venere del Gaban”, tenutosi il 13, 14 e 15 settembre 2019 con la regia di Gianluigi Gherzi, in collaborazione con l’Università di Trento, Dipartimento di Lettere e Filosofia, insieme a piccoli enti locali. Lo spettacolo proposto vuole portare il messaggio che la società civile possa e debba coinvolgersi nell’aiuto alle vittime di violenza, nello sviluppo di buone prassi che sostengano processi di guarigione e che prevengano comportamenti e situazioni che porteranno a relazioni malsane. A novembre ospiteremo lo spettacolo di Simonetta Agnello Hornby, dedicato alle storie di violenza che ha incontrato nella sua esperienza professionale di avvocata a Londra. Le proposte di Falenablu si collocano nella prospettiva di un sistema integrato di prevenzione e di informazione, nel quale lo spettacolo è cultura che stimola comprensione del fenomeno, diffonde una maggiore consapevolezza e sviluppa prevenzione.

TAG: Falena blu, Il bracconiere, letteratura italiana, Mart, Trento, Valentina Musmeci, violenza di genere
CAT: costumi sociali, Letteratura

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