Vivere e raccontare fuori posto

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17 Febbraio 2020

Un grande scrittore disse: «Io sono due: quello che vive e quello che scrive,

e il primo vive solo perché l’altro scriva.

Senza primo, il secondo non avrebbe materia;

senza il secondo, il primo non avrebbe scopo».

(Michele Mari)

 

Il tam tam ha raggiunto anche me: “c’è in libreria un bellissimo romanzo che parla di Rozzano”. Vado in libreria e fatico a trovarlo: “Febbre di Jonathan Bazzi ha avuto successo….”.

Tutto vero. Il libro è molto bello (ha vinto il premio Bagutta opera prima) e racconta Rozzano.

Davanti agli occhi del lettore passano viale Lombardia, la scuola media Luini, via delle Azalee, la chiesa di sant’Angelo, il tram 15…Soprattutto viene raccontato perché Rozzano è periferia: “Rozzano serviva, è stata usata. Pressione migratoria. Quartiere dormitorio, dimenticatoio. A Rozzano, negli anni, scolano tutto il disagio possibile. Si fa a gara a chi sta peggio. Il vicino ti dà il cattivo esempio. Famiglie troppo simili tra loro, a Rozzano, che hanno creato una subcultura specifica fatta di codici di cui poco si sa all’esterno. Nel posto in cui sono cresciuto le cose sono chiare: i maschi sono fatti in un modo – motorino, calcio, figa- le femmine in un altro. Si sta da una parte oppure dall’altra. Ogni tentennamento, ogni tentativo di sconfinamento viene immediatamente riconosciuto e sanzionato. Pubblicamente, in strada, ovunque. Perché il codice è pervasivo e condiviso, si vuole stare al sicuro. Servono certezze, non c’è spazio per le sfumature” (p. 27-28).

Rozzano è svelata, verrebbe da dire: è denudata. Non per desiderarne l’umiliazione, ma per cercarne il riscatto.

Ma il romanzo non si ferma qui.

Perché soprattutto racconta la vita di Jonathan Bazzi. Come direbbero i letterati: il suo è un romanzo di formazione, una memoria autobiografica.

Lui a Rozzano porta con sé una diversità irrimediabile:  colto, omosessuale, balbuziente, emotivo, ironico, sieropositivo…

Alla ricerca di una propria strada che non può non passare attraverso la reazione a questo contesto di disagio frutto di codici violenti ed escludenti: per Jonathan la reazione è la febbre cui allude il titolo.

Ha ragione Mattia Madonia: “la febbre non è il sintomo della malattia, è l’urgenza –febbrile, appunto- di trovare un posto nel mondo, di evadere o di ricongiungersi, di nascondersi, di riaffiorare in superficie, di essere amati. Di esistere”.

Ci sono avversari da affrontare: i genitori, gli amici, i nonni, i compagni di scuola, la malattia…in una geografia variabile che li vede talora come nemici e talora come alleati.

Ci sono sentieri che Jonathan percorre, ma dalla feroce e compulsiva frenesia con cui vengono percorsi si capisce subito che non saranno la salvezza: lo studio, lo yoga, gli incontri sessuali occasionali.

Una luce si accende alla fine.

Ed è quella della scrittura.

“Tra gli scatoloni di cemento delle case popolari io sono cresciuto in un’ intercapedine, respirando una bolla d’aria diversa. Ho conosciuto lo sradicamento silenzioso, il vuoto della non appartenenza. Mi sono abituato all’idea che mi dovrei vergognare di quello che sono e ho capito che il patto velenoso si può spezzare raccontando tutto. Esporre il copione, il regolamento. Appropriarsi a proprio modo dello spazio dell’esclusione, introdurre una falla nel sistema e stare a vedere. Cosa succede? Ci si farà male? Ne vale la pena? Non farne parte: lo spazio dell’esilio diventa quello della protezione. Fuori posto prima, e fuori posto ora che dovrei accettare il marchio.

A Rozzano mi sono esercitato a intonare una nota più alta. Stonata? Non chiudo la bocca. Resisto fino a quando non attaccherà l’accordo giusto” (p.320).

Lunga vita a Jonathan Bazzi. Attendiamo altre scritture.

Pubblicato su Piazzafoglia.it il 17.02.2020

TAG: Febbre, Jonathan Bazzi, periferia, Rozzano
CAT: costumi sociali, Letteratura

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