Carlo Alberto dalla Chiesa e la necessità della memoria per un nuovo Stato

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3 settembre 2019

Dalla Chiesa è morto, dalla Chiesa è vivo.

Ma chi era Carlo Alberto dalla Chiesa, perché fu ucciso?

Tante lapidi che non dicono niente ed il tempo scorre, l’Italia è ormai diversa da quella di allora, e forse anche il generale dalla Chiesa sta diventando un pallido ricordo.

I giovani non sanno che in via Carini, quella sera, in quella strage, si raggiunse per la prima volta il vertice della violenza criminale .

Si crede che il vero inizio della lotta alla mafia inizi dieci anni più tardi, con i sacrifici di Falcone e Borsellino.

Il 3 settembre 1982, la vita del “carabiniere” Dalla Chiesa e della sua giovane moglie, Emanuela Setti Carraro, furono stroncate dal vile e barbaro atto mafioso.

Abbiamo altro cui pensare.

L’omicidio Dalla Chiesa – Setti Carraro, anticipò di dieci anni quello di Falcone – Morvillo, successivamente a quegli eventi, una valanga di cadaveri, altrettanto eccellenti, sconquassò la Sicilia, ma quella modalità d’esecuzione non si ripeté mai più.

Le inchieste, ci hanno spiegato che i nostri eroi, non potevano essere uccisi da soli, perché il gesto doveva essere paragonato ad una piaga biblica, affinché nessun’altro potesse seguirne l’esempio.

Ma perché la “regola” di salvaguardare la vita delle donne, delle famiglie, fu rinnegata?

Perché questo trattamento fu riservato solo a loro?

Oggi giorno dell’anniversario, questa domanda può ritornarci forse utile.

Dalla Chiesa, da vivo, nei suoi “cento giorni”, non fu mai amato dai siciliani, meno forse dai palermitani.

Fu continuamente ostacolato, e la stampa lo irrideva.

Il “generale” venuto dal Piemonte, che aveva indagato sulla morte di Moro, lui che con l’irruzione di Via Fracchia, la notte del 28 marzo 1980, che provocò la morte di quattro brigatisti presenti,  provocò il rapido collasso della pericolosa organizzazione brigatista presente nella città di Genova, che si era resa protagonista di una lunga e cruenta serie di attentati contro magistrati, politici, dirigenti industriali e forze dell’ordine.

Dalla Chiesa che era abituato ad alzare la voce e questo, nella città dei silenzi, metteva tutti in imbarazzo.

I suoi interventi diretti, come lo erano sempre stati, rendevano la vita difficile, ai rappresentanti dei potentati economici, affaristici, politici e istituzionali siciliani.

Dalla Chiesa era percepito, come un corpo estraneo, senza amici e senza difensori.

In quel periodo, il potere era dei democristiani, di Giulio Andreotti e di quei bravi ragazzi, gli “andreottiani di Sicilia”, che avevano a Palermo la loro “sede sociale”.

L’economia siciliana, era rappresentata dai cugini Salvo e dai Cassina, dai catanesi Costanzo, Rendo, Finocchiaro e dai Graci.

Su tutti poi, incombeva Vito Ciancimino, allora nel fiore del suo potere malavitoso.

A costoro, nessuno escluso, il generale Carlo Alberto dalla Chiesa, dichiarò guerra dal primo giorno del suo arrivo.

Bisogna inoltre dire che, già decenni prima, i suoi primi passi, il generale li aveva mossi in quel di Corleone ed il famigerato “clan dei corleonesi”, non lo aveva dimenticato.

Prima del suo arrivo a Palermo, era già accaduto di tutto.

Boris Giuliano, il giudice Cesare Terranova, il presidente della regione siciliana, Pier Santi Mattarella, il capitano della compagnia dei carabinieri di Monreale, Emanuele Basile, il procuratore capo di Palermo, Gaetano Costa, il primario di chirurgia vascolare dell’“Ospedale Civico” di Palermo, Sebastiano Bosio, l’imprenditore Pietro Pisa, il segretario del PCI siciliano, Pio La Torre, erano stati assassinati tutti.

Se si vuol capire cosa accadde, bisogna innanzitutto capire perché Dalla Chiesa venne insignito del titolo di “prefetto”, ma i poteri effettivi di prefetto, chiamato a fronteggiare la mafia, non gli vennero mai concessi.

Dalla Chiesa, insomma, si trovò catapultato, anche per sua richiesta bisogna dire, in una guerra, ma a mani nude.

Dalla Chiesa non aveva nessuna paura, era un eroe.

A Giulio Andreotti disse, che la sua corrente politica in quella regione, era fortemente sospettata di collusione con le cosche mafiose, scrivendolo in una lettera a Giovanni Spadolini.

Fu questa la goccia?

Dalla Chiesa si sentiva forte, si sentiva di essere lo Stato, di rappresentarlo, di servirlo.

Come lo sentiva anche il giudice Falcone.

Ma lo Stato, quello reale, lo aveva spedito al fronte, forse pronto al martirio, ma senza riconoscerlo un martire.

Come Falcone e Borsellino.

Dopo dell’eccidio, in via Carini, dove oltre a Dalla Chiesa ed Emanuela morì l’agente Domenico Russo, in Prefettura, la sua cassaforte fu violata e sparirono per sempre i documenti, che lui stesso aveva raccolto durante i suoi “cento giorni” a Palermo. Anche Riina parlò di questa storia, di quanti nomi, cognomi e indirizzi della Sicilia criminale, contenessero quelle carte.

Storia questa, sia detto per inciso, che si sarebbe ripetuta con i diari di Falcone e l’agenda rossa di Paolo Borsellino.

Sul luogo dell’agguato, poi, comparve la scritta: “qui è morta la speranza dei siciliani onesti”. Parole preveggenti di quanto sarebbe accaduto in epoca successiva.

Ma allora il generale Carlo Alberto dalla Chiesa da chi venne assassinato?

Dallo Stato-Mafia o  dalla Mafia-Stato?

Di sicuro si può oggi dire che fu il vano, forse inutile tentativo, di ristabilire un ordine delle cose che vedeva tutti i potenti a braccetto.

Questa comunella, non poteva contemplare figure esemplari, personalità istituzionali, che camminavano su strade diverse, entrando inevitabilmente in rotta di collisione con le istituzioni romane.

L’eliminazione di Emanuela Setti Carraro fu quindi decisa per far capire che non sarebbe stato perdonato nessun altro avrebbe cercato di tagliare quella “rete”.

Con l’uccisione di Francesca Morvillo e l’ecatombe di via D’Amelio, si ripetè lo stesso copione.

Oggi quindi sarebbe bene, per chi ha affrontato queste immani disgrazie, continuare a sostenere tutti quei magistrati che stanno in prima fila, ma sempre isolati, ed evitare che altre lapidi, con il trascorrere del tempo, abbiano poi bisogno di una rinfrescata.

TAG: avv Monica Mandico, carlo alberto dalla chiesa
CAT: Criminalità, Giustizia

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