Chi prende in cura gli uomini che odiano le donne

25 novembre 2015

La reazione è sempre la stessa e si esprime con una domanda che non contiene alcun dubbio: «Io che c’entro?». Di fronte a un femminicidio o a un’aggressione ai danni di una donna, nessun uomo, a parte (forse) chi ha commesso atti del genere, si identifica con l’autore di tali violenze. E d’istinto, se non ci si sofferma su quello che c’è stato prima di quel femminicidio o di quell’aggressione, sui litigi, le urla, le spinte che li hanno anticipati, verrebbe da condividere quel sentirsi così distante.

I dati di una ricerca effettuata dall’Agenzia dell’Unione Europea per i diritti fondamentali ci dicono però che più di una donna su tre (una su tre!) in Europa ha subito molestie nella sua vita. Il che significa che ognuno di noi ha amiche, colleghe, sorelle, vicine di casa che, in modo più o meno brutale, sono state quantomeno insultate, umiliate, spaventate da un uomo, il più delle volte a loro molto vicino.

«Riflettere su che cosa sia maltrattamento o violenza è un lavoro continuo, che mette a dura prova anche noi che ci occupiamo del recupero degli uomini che la violenza l’hanno agita in modo conclamato nelle loro relazioni affettive», ci dice Mario De Maglie, psicologo e operatore del Centro di Ascolto Uomini Maltrattanti (CAM) di Firenze, il primo in Italia, una realtà preziosa in attività da cinque anni nonostante i pochissimi fondi. «Noi che lavoriamo qui siamo costretti a metterci profondamente in gioco anche rispetto al nostro vissuto, alle nostre convinzioni. Dopo cinque anni io stesso ho dovuto e voluto rivalutare il mio maschile, le mie modalità comunicative. E alla fine sono giunto a una conclusione per me inevitabile: siamo tutti a rischio di agire comportamenti maltrattanti».

In linea con questa riflessione, sull’Huffington Post è comparso un mese fa un articolo firmato da Zaron Burnett, A gentleman’s guide to rape culture, che ha suscitato molte reazioni sul web, anche perché iniziava in modo un po’ forte: «Se sei un uomo, fai parte della cultura dello stupro». La tesi di Burnett è che se non è vero che ogni uomo è uno stupratore potenziale, è però vero che lo stupro è un problema che riguarda ogni uomo, perché in linea teorica chiunque è in grado di sopraffare una donna. Almeno fisicamente. E questo incide moltissimo sui rapporti tra i sessi. Al punto che Burnett lancia un invito: «La prevenzione delle violenze non sta solo nell’insegnare alle donne come non farsi stuprare, sta nel fatto che un uomo deve capire che dire “no” non significa “sì”, che quando una donna è troppo sbronza per rispondere non significa “sì”, che stare in una relazione non significa automaticamente “sì”. Forse dovremmo pensare: da uomini, come eliminiamo le strutture mentali che minimizzano le violenze? E le attitudini che le tollerano?».

Non è una questione banale perché gli stereotipi di genere comandano ancora in gran parte le relazioni e la stessa definizione della propria identità. Ne ha parlato con un discorso diventato virale in Rete l’attrice Emma Watson alle Nazioni Unite per lanciare la campagna HeForShe per la “gender equality”. Il risultato infelice di quelle belle parole è stato un violento e organizzato attacco all’attrice via Internet da parte di gruppi di troll abituati a usare il web per mortificare le donne attraverso insulti sessisti o diffondendo foto intime rubate. Si tratta di un atteggiamento tipico degli uomini maltrattanti, gli “abuser”, che vivono ogni presa di posizione come una provocazione. Lo dimostra quello che ha dovuto affrontare anche Marina Catucci, giornalista che vive a New York e che sta lavorando a un documentario sulla figura dell’abuser dal titolo Besame Mucho. «Ogni volta che usciva un articolo sul mio progetto, il mio sito o quello di Besame veniva attaccato, la mia mail crackata. Era sistematico. E la polizia mi ha confermato che l’aggressione contro chi si occupa di violenza domestica si sta spostando nettamente in ambito digitale, il che non mi stupisce perché la maggior parte degli abuser sono enormi pavidi, che non riescono a maneggiare il confronto reale e reagiscono dicendo “Spacco tutto”».

Il punto fondamentale allora, per chiunque, diventa sapere che cosa siano maltrattamento e violenza. Gli stessi uomini maltrattanti presi in carico al CAM non sanno davvero che cosa siano.

«Molto del nostro lavoro si basa sul far riconoscere a chi partecipa ai nostri gruppi che cos’è un comportamento violento e che cosa non lo è», ci dice De Maglie. Quando un uomo si presenta al CAM, gli viene per esempio proposto un questionario con domande di questo tipo:

Ora o in passato, hai mai:

– insultato e/o criticato la tua partner?

– strillato, gridato o inveito contro la tua partner?

– fatto sentire la tua partner stupida o ottusa dopo che ha espresso il suo pensiero?

– cercato di impedire alla tua partner di fare qualcosa che voleva fare? (uscire con gli amici, indossare un abito che non ti faceva sentire bene, lavorare)

– assunto il comando delle risorse economiche, controllando strettamente le spese familiari

– schiaffeggiato, colpito, spinto la tua partner o minacciato di farlo?

– lanciato qualcosa in presenza della tua partner?

– fatto pressioni sulla tua partner o su un’altra donna per avere rapporti sessuali quando lei non voleva?

– seguito o osservato la tua partner a sua insaputa?

– controllato i movimenti della tua partner (telefonando o mandando messaggi di continuo o in ore strane)?

«Lo scopo è far capire che violenza non è solo tirare un pugno. Anche l’umiliazione, il controllo o la derisione sono mine all’interno di una relazione», conferma De Maglie.

C’è poi un’altra convinzione tipica degli uomini maltrattanti: la violenza scatta per colpa della donna, che provoca con le sue risposte, il suo abbigliamento, il modo di usare i soldi. «Mi chiedevo come avevo potuto diventare violento con mia moglie, io che ho sempre odiato la violenza. L’unica risposta che trovavo era che non era colpa mia. Era mia moglie che mi provocava e su questo senso d’ingiustizia subita riempivo il mio bagaglio di giustificazioni», scrive R., nel libro Da Uomo A Uomo, pubblicato dal CAM, con le testimonianze di alcuni frequentatori. «Venendo qui, piano piano ho cercato di capire che quelle che io ritenevo provocazioni di mia moglie potevano essere una richiesta di aiuto, o di conforto o di presenza».

Per favorire questo processo verso la consapevolezza, in ogni gruppo di lavoro ci sono due operatori, un uomo e una donna, la cui presenza è fondamentale perché introduce il punto di vista del femminile. «Gli uomini tendono a fare muro rispetto a certe cose, sviluppano una forte complicità, rendendo molto difficile il lavoro degli operatori», racconta De Maglie. «Ma quando succede che alcuni di loro arrivano a maturare una consapevolezza diversa, sono loro stessi a rompere la complicità con gli altri. E il loro contributo è il migliore, perché è un intervento tra pari».

Tutto il lavoro del CAM si basa su una convinzione: la violenza non è una malattia, ma una scelta. «In 5 anni di attività, al CAM sono arrivati 266 uomini autori di violenza. Di questi, 246 si sono rivolti a noi volontariamente, 20 dietro obbligo. Ci tengo a dire che non ho quasi mai incontrato situazioni patologiche. La maggior parte sono persone che puoi trovare tranquillamente al bar sotto casa: imprenditori, operai, liberi professionisti, avvocati, medici, pensionati. Il fenomeno è trasversale e non esiste una fascia sociale o culturale più a rischio. Si va dai 18 ai 70 anni. Ci sono capitati anche un padre e un figlio».

Racconta Ivo nel libro Da uomo A Uomo: «Ero precipitato in un crack finanziario e non avevo più il lavoro. Nel giro di 24 ore io, mia moglie e mia figlia siamo passati dal tutto a niente. Da “siamo stanchi, andiamo alle Maldive” a “non abbiamo i soldi per fare la spesa”. Sono cominciati i nervosismi, le tensioni. Mia moglie mi addebitava le colpe del fallimento e io non lo sopportavo. È stata un’escalation. Sbattere forte la sedia a terra, lanciarla verso il muro, colpire mia moglie durante la traiettoria. Il peggio era che mi trasfiguravo. Sono venuto al CAM con altri maschi che io immaginavo andassero in giro con la pistola. Invece no. Erano normali. Diversi da me, ma normali. Parlando con loro e gli operatori nel gruppo ho capito i meccanismi che mi scattavano. Ho imparato a riconoscere che mi sentivo offeso, umiliato. E che allora dovevo interrompere la discussione con mia moglie, uscire, calmarmi e poi rientrare per provare a discutere in un altro modo».

Se commettere violenza, qualsiasi essa sia, è una scelta, è importante non identificare chi la commette con un mostro. Lo scopo di un lavoro che mira a cambiare la cosiddetta “cultura dello stupro” è la messa in discussione dei suoi valori, non la demonizzazione tout court di chi li incarna o di chi sbaglia. «I media, quando parlano di violenza contro una donna, enfatizzano elementi che allontanano l’uomo medio. Se dico che l’autore di violenza è un mostro, la maggior parte degli uomini crede di non avere nulla a che fare con quella situazione. Anche se in casa urla e spaventa la moglie ogni giorno», dice De Maglie. Il messaggio da fare passare è diverso. «Io non amo la parola maltrattante, perché è un’etichetta. Credo si debba parlare di uomini autori di violenza perché è il comportamento a essere sbagliato, non la persona. E un comportamento si può cambiare».

Il CAM è una perla in Italia e lentamente ha dato il là ad altre realtà simili. Nasce nel 2009 dall’esperienza di lavoro dei Centri antiviolenza e ha potuto contare in questi anni su una serie di sporadici piccoli finanziamenti concessi dagli Enti Locali Regione e Provincia e su una convenzione con la Asl 10 Firenze che lo ospita nei suoi locali e ha messo a disposizione part time un operatore psichiatra. Di fatto, però, la maggior parte delle attività nascono dal volontariato. «Noi non vogliamo togliere denaro alle risorse destinate all’assistenza delle donne che hanno subito violenza. Ci vogliono finanziamenti nuovi. Solo che quando si parla di questi temi con le istituzioni c’è molta sensibilità, ma poi il passo per fornire fondi è più arduo da ottenere», fa notare De Maglie. Nonostante le difficoltà, nel 2012 è stata aperta un’altra sede a Ferrara grazie a un finanziamento del Comune e alla vittoria di un bando della Presidenza del Consiglio dei Ministri – Dipartimento per i diritti e le pari opportunità. Non solo: un’altra sede sta per essere aperta anche a Roma.

A Milano opera invece il CIPM, Centro Italiano per la Promozione della Mediazione, un’associazione fondata da un gruppo di criminologi, psicologi, operatori sociali e magistrati, che ha attivato per primo, nel carcere di Bollate, un programma di lavoro con detenuti per reati sessuali. Ha anche aperto in convenzione con Enti Pubblici (a Milano, Torino, Lecco, Forlì, Vasto, Bari) diversi sportelli d’ascolto sia per uomini maltrattanti sia per donne maltrattate. «Da ricerche fatte negli Stati Uniti emerge che gli uomini violenti che hanno seguito un programma di trattamento hanno il 50 per cento in meno di probabilità di reiterare comportamenti maltrattanti», sottolinea Paolo Giulini, criminologo e presidente del CIPM.

Guardare all’America è importante perché là l’attenzione puntata sull’abuser è da tempo considerata essenziale per andare alla radice del problema: esperienze simili a quelle del CAM o del CIPM hanno una storia ventennale. Grande merito in questo senso lo ha avuto il famoso Violence Against Woman Act, una legge federale voluta fortemente dal senatore democratico John Biden, ma passata al Congresso con sostegno bipartisan nel 1994. «È la dichiarazione che la violenza sulle donne, inclusa quella domestica, altro non è che una violazione dei diritti umani», ci spiega Marina Catucci. «Uno dei risultati migliori di questo pacchetto di leggi è stata la creazione di una rete tra associazioni, legali, strutture, in grado di difendere la donna ma anche di prevenire la violenza, di creare consapevolezza e intervenire».

In America è già dato per scontato che se è fondamentale assistere e aiutare le donne vittime di violenza, lo è altrettanto occuparsi di chi la violenza la commette, perché finché quell’uomo non si sarà liberato dei meccanismi che lo portano a sopraffare la propria compagna e a giustificarsi, ripeterà con qualsiasi donna gli stessi comportamenti. «Focalizzare l’attenzione nei confronti dell’abuser, non significa scusarlo», ci dice Marina. «Queste sono persone pericolose che vanno aiutate perché smettano di essere pericolose. Non c’è alcun intento giustificatorio. Eppure in Italia il mio progetto ha fatto paura». L’idea della Catucci è di intervistare uomini che sono usciti da questo ciclo di abusi, che hanno preso consapevolezza del fatto che avevano un problema. «Vorrei che Besame Mucho avesse una funzione catartica nel senso che non voglio fotografare una situazione tragica e desolante per la quale non c’è rimedio, ma far vedere che è possibile uscire da questo meccanismo» Il documentario sarà girato tra Washington, Boston, New York, Miami. «Nello stato di New York il modello con cui si cerca di prevenire la violenza domestica e se ne affrontano le conseguenze è pressoché perfetto. Ogni Police Department ha una sezione separata per la domestic violence per cui una donna che si rivolge alla polizia parla con figure specializzate. Le si dà un formulario dove mettere crocette su domande che vanno dal “mi chiamava stupida” al “ha cercato di strangolarmi”. In questo modo, le si fa capire che anche l’aggressione verbale è ufficialmente classificata come violenza, e che quindi non è lei a esagerare. Dopodiché il giudice emette un Order of Protection: ovvero ordina che la persona accusata di violenza non possa avvicinarsi a chi ha denunciato l’abuso. Questo Order non sporca la fedina penale dell’uomo ed è temporaneo. Solo quando saranno entrambi in un’aula del tribunale, il giudice deciderà se estendere l’Order of protection o no. È un sistema che tutela la donna, ma non è criminalizzante nei confronti dell’uomo».

Il problema è che un progetto così concentrato sull’abuser in Italia non è stato capito. O meglio, è stato accolto bene dalla gente, tant’è che in un crowdfunding online la Catucci ha raccolto 10 mila dei 36 mila euro che le servono per produrre il documentario. E ha avuto un grande ritorno in visibilità sui vari media. Ma quando si è trattato di trovare un produttore, il buon vento si è fermato. «O avevano l’esigenza di far vedere donne in lacrime e con i lividi – ma lungi da me l’idea di farlo – oppure temevano che questa operazione finisse per giustificare la violenza. Il fatto è che l’argomento è controverso e non è mai stato analizzato da questo punto di vista. In Italia domina un approccio pietistico. Io preferisco quello americano, che tende a sottolineare la forza della donna che reagisce, non la debolezza di quella che sta lì a prendersele».

Le cose sono cambiate quando Marina è tornata in America. Da una conoscente è stata messa in contatto con due gruppi di avvocati di Miami, il Miami-Dade Chapter of the Florida Association for Woman Lawers e il Women’s Fund of Miami-Dade, che si sono innamorati della sua idea e in collaborazione con la MSC Crociere, che ha messo a disposizione una sua nave per 4 ore, stanno organizzando un grande evento benefico per il prossimo 22 novembre dove sperano di raccogliere il budget necessario per realizzare tutto il documentario. «Insomma, Besame si farà non grazie a una casa di produzione italiana, ma a un crowdfunding online, a due associazioni di avvocati della Florida e a una grossa firma di navi da crociere. Le vie della produzione sono assai strane!».

(Campagna 2014 Unhate di Benetton Group)
Il film sarà pronto, si spera, per il prossimo giugno e ha già diversi canali tv italiani pronti a distribuirlo. Sarà un altro mattoncino nella lenta costruzione della consapevolezza delle sacche di vischiosità che si possono creare nei rapporti tra i sessi. A sistemare il mattoncino, però, è ancora una volta una donna. «Nel mio piccolo, oltre al lavoro al CAM e agli interventi nelle scuole, sto cercando di portare avanti con grandi difficoltà un gruppo di autoconsapevolezza maschile: abbiamo già fatto grandi passi grazie ai movimenti delle donne, però non si va avanti se non sono gli uomini ora a prendere la parola e a mettersi in discussione», ci dice De Maglie. «Le donne hanno fatto quello che potevano, ora tocca a noi».

besamemucho

 

(prima pubblicazione: 4 Novembre 2014)

TAG: Besame Mucho, Emma Watson, femminicidio, Marina Catucci, violenza
CAT: Criminalità, Questioni di genere, Società

5 Commenti

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  1. Andrea Gilardoni 4 anni fa
    Grazie, Marta. Un articolo molto interessante. Lo userò per le lezioni di storia (e cittadinanza) da domani. Fa riflettere e ti chiama in causa (specialmente se sei un uomo). Improvvisamente ti vedi allo specchio (anche se non sei violento).
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    1. Marta Dore 4 anni fa
      Beh, Andrea, non potrei sperare di meglio. Lavorare sui ragazzi sulla differenze di genere e la violenza e i maltrattamenti sulle donne è quanto di più utile si possa fare. Quelli del Cam hanno pubblicato un libro interessante su un lavoro di questo tipo fatto nelle scuole. Se ti interessa te lo mando in pdf.
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  2. Carmen Cilibrizzi 4 anni fa
    Segnalo la presenza di un centro anche in Sardegna https://m.facebook.com/profile.php?id=452423018230940&_rdr
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    1. Marta Dore 4 anni fa
      Grazie Carmen
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  3. cri-mix 3 anni fa
    Ma la tipa col velo come foto iniziale cosa c'entra?
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