Cinema

Wuthering Heights di Emerald Fennel

19 Febbraio 2026

Con giudizio quasi unanime, sia i critici che il pubblico (pur accorrendo numeroso nelle sale) stanno stroncando la nuova versione cinematografica del libro Cime Tempestose di Emily Brontë.

Partendo dall’assunto che la versione filmica di una narrazione non può riprodurre fedelmente l’originale e considerato che, anche volendo, non si potrebbe mai raccontare, tradurre o dipingere una storia senza imprimerle il tratto dell’autore che la rielabora, proveremo a leggere con altri strumenti il film della regista Emerald Fennel.

Per farlo partiamo dal libro. Di cosa parla Cime Tempestose? la vicenda si dipana come una tela di ragno lungo l’arco di (almeno) due generazioni attraverso racconti di terzi, flashbacks tra fatti avvenuti, riportati e immaginati, al centro dei quali campeggia l’amore impossibile tra Catherine e Heathcliff, cresciuti assieme e anime affini. Tratteggiare la trama in poche parole sembra impossibile. Se per noi è arduo estrarre il succo di un romanzo monumentale, ciò vale ancor di più per una regista che deve trarne una pellicola estesa nella media dei film lunghi (circa due ore e mezza) senza togliere alla storia l’intreccio potente che la dirama.

Partiamo da un’immagine scelta dalla regista per stilizzare il titolo del film: l’attorciglio di capelli. Un gesto che sembra una trovata estetica vezzosa ma che forse nasconde un indizio stilistico più profondo. Tessendo i capelli degli attori per scrivere il titolo del film in apertura, la regista tenta l’impresa di fare perdere parte della loro potenza alle figure di Heathcliff e Catherine, protagonisti del romanzo, senza uccidere il filo della narrazione. Sembra quasi un’operazione apotropaica da rileggere alla luce della tradizione mitico-religiosa.

L’eroe biblico Sansone perde la sua forza per mano di Dalila, l’amata, che lo tradisce tagliandogli le sette trecce che lo rendono vigoroso per consegnarlo ai suoi nemici. Fennel, con il suo titolo chiomato, rielabora la tragica fine degli amanti biblici e la riespone per simulare l’identità drammatica della coppia Heathcliff-Catherine, a loro volta, capaci di tradirsi ed amarsi in un’iperbole erotico-emotiva sfalsata, diabolica, in grado di attraversare i confini della vita e della morte.

I capelli, come la vita, si annodano inestricabilmente in un’interpretazione che prende corpo nei due attori iconici Margot Robbie e Jacob Elordi, nei paesaggi, nei costumi; la stesura del film sfida il battito ininterrotto del romanzo domato dalla penna fluida e carsica dell’autrice. Dopotutto l’essenza del libro di Brontë, pur essendo ricco di dettagli e descrizioni, risiede nell’ordito di amore e morte, dissidio e accordo, dolore e gioia, male e bene, in un groviglio esplosivo che solo la tragedia greca aveva saputo cristallizzare nel diamante della cultura. Il tradimento e la diversione dei desideri dei due amanti che si esprimono sempre disarticolati e asincroni per dare vita a scene gotiche di fantasmi e proiezioni, sinestesie tra figure umane e paesaggi cupi, rappresenta la cifra stilistica della scrittrice inglese.

Il film di Fennel ne sbozza i contorni, li lima, li taglia, offende il corpo del romanzo ma per tesserne una trama tipizzata, priva di quella profondità tanto cara al romanzo e al cinema moderno, per accedere invece al regno del simbolico. In esso dominano figure e assoluti ontologici in intervalli incolmabili e intemporali.

Il dissidio affettivo tra i due ragazzi che caratterizza il romanzo riletto dalla regista- alla quale si rimprovera di non aver dato una piegatura sociale al rapporto inattuabile tra i due amanti, nonché di non aver reso abbastanza malvagio Heathcliff e tossica la loro relazione – si profila invece come rappresentazione della discordanza unificante degli opposti: amore e odio, eros e thanatos, interdizione e concessione.

Già la scena di apertura del film con l’impiccagione della quale sentiamo prima un sonoro che fa pensare a un amplesso, per poi immediatamente essere cortocircuitati in un’immagine di morte, ci conduce al fulcro della pellicola: il nesso capriccioso- e misterioso -di amore e morte. Lo dice chiaramente Bataille in apertura della sezione del suo libro dedicata alla Brontë: Perché sembra che la morte sia la verità dell’amore. Come anche, l’amore è la verità della morte (G. Bataille, Emily Brontë in La Littérature et le mal, Folio, Gallimard 1957, p. 12).  Questa verità tragica, giammai sociale, rappresenta il nodo del romanzo Cime Tempestose alla quale Fennel si affilia.

La regista britannica ripropone la trama disossata, espellendo dalla sua narrazione il contesto per focalizzarsi sulle due figure degli amanti. Ad essa il film attacca una serie di scene erotiche che il romanzo non contiene, ma che leggiamo come esplicitazioni di una forza orgiastica sommessa ed esplosiva nel libro che la visione del film smorza, umanizza, senza togliere potenza al nucleo sognante e maledetto del legame della coppia.

Emily Brontë, giovane figlia di un curato di campagna della brughiera, scrittrice morta a soli trent’anni, riattiva la verga aurea dello spirito tragico antico e lo fa sovrapponendo sogno e realtà, desideri e proiezioni. Questa natura arcaica rende il romanzo un classico e lo espone alla sua riemersione incubante nella modernità. In una lettera all’amico giurista Carl Schmitt, lo scrittore Ernst Jünger scriveva:

Tra vari libri, ho letto “Haute-Plainte”, un libro che Gide mi consigliò a Parigi e che è uscito con Gallimard. È la traduzione di un romanzo di circa cento anni fa, “Wuthering Heights” di Emily Brontë, la figlia morta in giovane età di un curato di campagna. Adesso il libro si desta curiosamente a nuova vita. Questo si fonda interamente sulla sovrapposizione tra sogno e realtà che corrisponde ai nostri spazi spirituali (E-J, C-S, Briefe, Klett Cotta, Stuttgart, 20.10. 1938, p. 78, inedito in italiano).

Lo scrittore tedesco traspone il titolo del volume ( noto in Francia come Les Hauts de Hurlevent), in una torsione personale, forse involontaria. La reinterpretazione dello scrittore tedesco coincide con la  sua lettura del libro, le dona corpo. Jünger traduce infatti Wuthering Heights come Alto Lamento invece che come Cime Tempestose. Questo lapsus ci conduce alla sua lettura simbolica del romanzo: Il vento porta in alto, in un circolo vizioso e sinestetico, gli aneliti, i rimproveri, i sospiri, i non detti dei due innamorati  per poi sussurrarli a tutti gli abitanti della tenuta inglese e spedirli a noi, nell’oggi. L’eco dei lamenti suggella il ricircolo infinito della coppia di (quasi) fratelli, posseduti da un’infanzia amorosa interminabile, proiettandoli come fantasmi sul passato e sul futuro.

Catherine e Heathcliff non sono umani, il loro amore non è controverso, non devono darci una lezione di sentimenti che non potrebbero mai cavare dalla loro sostanza di figure amorali del mito. Fennel, come Jünger, sceglie l’omissis, il lapsus, il tradimento per raccontare il raccordo prepotente e lo sconfinamento di luce e buio proposto dagli eterni fanciulli di Cime Tempestose.

 

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