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Voci che uniscono: a Mesagne la musica diventa incontro
Il 27 marzo alle ore 18, alle Officine Ipogee, la presentazione di BabelebaB di Luciana Manca invita il pubblico a scoprire il potere dei cori interculturali tra ricerca, emozione e inclusione sociale
Nel cuore del centro storico di Mesagne, le Officine Ipogee si confermano uno spazio vitale di incontro tra linguaggi artistici e pratiche sociali. In questo contesto si inserisce la presentazione del volume BabelebaB -L’esperienza dei cori interculturali in Italia, edito da Neoclassica di Luciana Manca, un’opera che intreccia ricerca etnografica, narrazione esperienziale e riflessione critica sul ruolo dei cori interculturali nei processi contemporanei di inclusione sociale.
Il libro nasce da un’indagine sul campo all’interno di realtà corali che coinvolgono migranti, rifugiati e comunità locali. Il canto collettivo emerge non solo come pratica artistica, ma come dispositivo sociale capace di creare spazi di cittadinanza attiva, in cui le differenze linguistiche e culturali diventano risorse e non ostacoli. L’approccio adottato da Luciana Manca è profondamente partecipativo: l’etnografia diventa un processo condiviso, basato su ascolto, relazione e co-costruzione del sapere. In questo modo, la musica non viene presentata come soluzione semplice ai problemi dell’integrazione, ma come terreno concreto in cui si costruiscono relazioni, si rielaborano esperienze e si sperimentano forme di convivenza.
All’interno del Tokaterra Festival, la presentazione del libro (venerdì 27 marzo 2026, ore 18, presso le Officine Ipogee a Mesagne), si trasforma così in un momento di dialogo tra teoria e pratica, tra ricerca accademica e vissuto collettivo. Il contributo di Manca si inserisce in un dibattito sempre più attuale sulle arti come strumenti di inclusione, benessere e partecipazione sociale, offrendo uno sguardo critico e al tempo stesso umano.
Abbiamo intervistato l’autrice.
Come nasce l’idea di BabelebaB e quale esigenza di ricerca o personale l’ha motivata?
“È una storia lunga che risale a quando nel 2017 entro in contatto con i cori multietnici di Roma: “Coro Romolo Balzani, Quinta Aumentata, Se…sta Voce e Coroincanto”, a pochi passi da dove abito e dalla scuola in cui lavoro nel quartiere di Centocelle. In quel periodo ero intenta a raccogliere, insieme a Sandro Portelli, materiali sonori per un lavoro che è poi diventato un CD con booklet dal titolo Ius Soli, voci e canti per l’Italia futura, con voci di bambine e bambini, a testimonianza della vivacità delle culture migranti a Roma. È nata così l’idea di una ricerca inerente tutte le realtà corali interculturali esistenti in Italia, che ho messo in pratica quando, nel 2021, ho iniziato un dottorato in etnomusicologia all’Università di Roma Tor Vergata, con la professoressa Serena Facci, una delle massime esperte italiane in pedagogia interculturale. Sotto la sua guida ho avviato una vera e propria mappatura e pian piano ho conosciuto altri cori che perseguivano gli stessi obiettivi di quelli romani, cioè attivarsi politicamente con pratiche inclusive e attuare forme innovative di ibridazione musicale, nate dalla relazione fra coristi. Sono stata prima in Friuli e Veneto, poi in Emilia-Romagna, Lombardia e altre regioni, verificando che queste realtà (in tutto diciassette) non erano in contatto fra loro, ma si muovevano nella stessa direzione, pur con differenze musicali e pedagogiche. Da qui, il desiderio di incontrarsi e, nonostante le difficoltà organizzative, si è arrivati alla creazione del Festival Nazionale dei Cori Interculturali BabelebaB, con edizioni a Napoli (2023) e Torino (2025), coinvolgendo circa 400 persone grazie a una rete autogestita”.
In che modo il lavoro etnografico ha trasformato la sua prospettiva sulla musica e sull’inclusione sociale? E cosa distingue un coro interculturale da altre forme di pratica musicale collettiva?
“Il lavoro etnografico ha avuto un’impostazione dialogica e collaborativa, un lavoro “a tante mani”, in cui i vari aspetti della ricerca sono stati negoziati con i protagonisti. Questo mi ha portata a spostare continuamente i miei baricentri culturali, mettendo in discussione interpretazioni e certezze. L’approccio postcoloniale non è stato solo teorico, ma vissuto concretamente. Un coro interculturale si distingue per due caratteristiche fondamentali: amatorialità e inclusività. Sono cori aperti a tutti, senza selezione, e basati sulla pratica del “canto donato”: ogni partecipante propone brani della propria cultura, che vengono poi rielaborati collettivamente. Per chi ha vissuto esperienze migratorie difficili, condividere un canto nella propria lingua ha un valore emotivo e politico enorme”.
Può raccontarci un episodio emblematico che sintetizzi il potere trasformativo del canto corale?
“Uno degli esempi più significativi riguarda una donna arrivata in Italia circa vent’anni fa, da sola, dopo un viaggio drammatico. Dopo anni di difficoltà, sfruttamento e carcere, ha trovato nel coro interculturale un punto di rinascita. Accolta nel “Coro Voci dal Mondo di Venezia”, ha costruito una rete di supporto che l’ha aiutata a reinserirsi socialmente: dal lavoro alla salute. È un esempio concreto di come, il canto corale, possa diventare strumento di empowerment sociale e rinascita personale. Ci sono molte situazioni del genere, tant’è vero che che la direttrice Giuseppina Casarin è stata nominata Ufficiale dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana dal Presidente Mattarella nel 2024″.
Le differenze culturali linguistiche influenzano – o arricchiscono – il processo musicale?
“Le differenze linguistiche rappresentano una sfida ma anche una grande opportunità. Nei cori interculturali, le musiche nascono dalla relazione reale tra le persone, non da operazioni commerciali. Cantare in lingue diverse permette di sperimentare direttamente la difficoltà comunicativa che molti migranti vivono quotidianamente. Questo favorisce empatia e comprensione reciproca. L’arricchimento è soprattutto umano e sociale, ma anche musicale: nonostante la complessità, i risultati estetici sono spesso sorprendenti”.
Che ruolo hanno le istituzioni culturali nel sostenere queste pratiche? E ci sono nuovi progetti di ricerca o esperienze sul campo che intende sviluppare?
“Le istituzioni hanno un ruolo importante, ma spesso discontinuo. Molti cori sono nati in risposta a cambiamenti legislativi restrittivi, diventando spazi di resistenza e inclusione. Nonostante la riduzione dei finanziamenti, molte realtà hanno continuato grazie al volontariato e alla forza delle comunità. Per il futuro, è prevista la terza edizione del Festival nel 2027, probabilmente a Pordenone. Inoltre, il progetto ha suscitato interesse internazionale, in particolare da parte dell’Università di Liverpool, aprendo nuove prospettive di ricerca in Europa. Cosicché il mio progetto di ricerca è stato oggetto di una bando Marie Curie di Horizon Europe a cui è stato conferito un Seal of Excelence, che permette di accedere ad ulteriori bandi. Quindi incrociamo le dita, anche perché intanto, anche a Mesagne, stiamo cercando di far decollare un coro interculturale, proprio nella sede delle Officine Ipogee con il supporto dell’Associazione Mesagne Bene Comune”.
Luciana Manca è cantante, etnomusicologa, docente di sostegno e ha conseguito un dottorato sulla coralità interculturale. Studiosa appassionata di musica di tradizione orale italiana e dell’area mediorientale, segue attualmente il Biennio in “Musiche Tradizionali” del Conservatorio Tito Schipa di Lecce. I suoi interessi di ricerca riguardano musica e migrazioni, questioni di genere, antropologia visuale, etnografia applicata all’arte contemporanea e pratiche di ricerca-azione in luoghi di marginalità. Ha studiato nei cori “Modi del canto contadino” e “Canti politici” di Giovanna Marini e si è laureata in lettere, con una tesi su Pasolini e la mass-mediologia, menzione speciale al Premio P.P. Pasolini (Bologna, 2007).
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