Letteratura
“Brucia la cenere” del poeta e scrittore Luca Cristiano
“Brucia la cenere” di Luca Cristiano è un eccellente esordio poetico. È una poesia originale e ancorata allo stesso tempo alla tradizione (i novenari, gli endecasillabi). In un mondo della poesia italiana di acapisti e dove persino molti autori colti scelgono la cosiddetta metrica informale Cristiano fonda il suo lirismo sulla forma della tradizione, senza cadere nell’ipermetrismo. È un linguaggio musicale e moderno, denotato da proprietà di linguaggio e ricchezza lessicale. Però non c’è solo tradizione in questa poesia ma anche talento individuale e innovazione. Vediamo in cosa consiste l’innovazione, che non è mai ricerca fine a sé stessa di originalità per stupire. Innanzitutto è una poesia distante dalla poesia di ricerca, per quel che comunemente si intende, e dalla classica poesia neolirica. Non rientra neanche nel genere meno diffuso della poesia aforistica. Neanche è una poesia che ricerca a tutti i costi la mimesi o lo straniamento, risultando a ogni modo sperimentale senza scadere nell’epigonismo sperimentalista. La voce di Luca è inconfondibile e riconoscibile, senza traccia di epigonismo, pur avendo assimilato la lezione di molti poeti preesistenti. Il poeta è sopravvissuto da bambino al terremoto, ma la sua a mio modesto avviso non è una scrittura fondata sul trauma, anche se sullo sfondo c’è lo sradicamento, come intuito da Marie Fabre nella prefazione. È la poesia scaturita dal bilancio esistenziale di chi ha raggiunto la prima maturità, ma conserva l’energia, la freschezza, la forza prorompente dei giovani: c’è un poco di cenere, ma ancora molto fuoco. Cristiano si trova nell’età di mezzo, in quella che Luzi definiva l’imminenza dei quarant’anni. È un periodo in cui non si è più giovani e neanche anziani: è il periodo in cui si prende coscienza degli errori giovanili, in cui vengono abbattuti sogni, in cui si riduce la speranza. È una poesia che non toglie l’essenziale e non finisce in un accumulo, che diventa sproloquio. Non c’è il predominio del razionalismo, né dell’irrazionalismo, ma a mio avviso si intuisce un ponte ben saldo tra conscio e inconscio. Il poeta si pone al di fuori saggiamente della questione della riduzione dell’io. Conferma invece che anche l’onirico e il prelogico sono conoscenza: per Cristiano è centrale attingere dall’inconscio, riportare alla luce, far riemergere. Ma l’inconscio e neanche lo psichismo prendono mai il sopravvento perché esistono un filtro, una rielaborazione lucida, un montaggio analitico. Insomma la ragione vigila sempre e la coscienza non diventa preda di facili irrazionalismi o di esoterismi di maniera. C’è anche un atteggiamento esistenziale di apertura al mondo. Il poeta è heideggerianamente nel mondo, accettando le brutture del deserto nichilistico, consumistico, materialista, positivista, utilitarista, pragmatico. Ma è ben consapevole che qualcosa e qualcuno poi alla fine si salvano. Non è quindi una poesia che esprime disperazione perché non tutto è perduto. Sono poesie irriverenti e anticonformiste, che dicono ciò che altri hanno paura di dire e di esprimere, senza alcuna posa né segno di maledettismo posticcio: soltanto questo è un buon motivo per leggere il libro. Si amalgamano un background letterario solido e un elemento ludico, che avvolge l’autore stesso, finendo per risultare autoironico. Le immagini e gli accostamenti inusuali di parole sono frutto di lavoro, talento, consapevolezza esistenziale, tutte intrecciate, amalgamate da un gioco sapiente. Prima di leggere questo libro, sapevo che era un abilissimo oratore e un intellettuale. Ora ne ho la riprova, l’ulteriore conferma. Vi consiglio spassionatamente di acquistarlo. Il mio è un parere disinteressato. Fate una ricerca su Google, digitando “Luca Cristiano” oppure andate direttamente sul sito della casa editrice Prospero. Se amate la vera poesia, saranno soldi ben spesi.
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